I pregiudizi razzisti sull’autobus: «Sei nera, non voglio il tuo posto»

Monica Mauri, insegnante del Cpia, con uno dei suoi alunni, Abdoulaye Diagne
dal Corriere della Sera
31 gennaio 2020
LECCO

I pregiudizi razzisti sull’autobus:

«Sei nera, non voglio il tuo posto»

Binta, 32 anni, senegalese, voleva essere gentile con una signora anziana lasciandole il sedile. I racconti al Centro per l’istruzione degli adulti
di Barbara Gerosa
«Ho preso l’autobus in stazione a Lecco per tornare a casa. Il pullman era pieno di studenti. Sono riuscita a sedermi. Poi è salita una signora anziana. I sedili erano tutti occupati, anche perché su alcuni i ragazzi avevano appoggiato piedi e zaini. Mi è sembrato naturale alzarmi e chiedere alla vecchietta di mettersi al mio posto. Mi ha risposto: no, sei una nera. Non sapevo più cosa fare, nessuno ha detto nulla. Sono stata in silenzio. A casa ho pianto, ma poi ho pensato che non è grave, va bene così». Binta ha 32 anni, è arrivata dal Senegal cinque anni fa, ha un marito e tre figli piccoli. Frequenta la sede di Oggiono del Cpia, il centro provinciale per l’istruzione degli adulti, dove è possibile sostenere gli esami di cittadinanza, partecipare a corsi di lingua e prendere parte a progetti di integrazione. Lei studia l’italiano. «Perché quando i miei bambini andranno a scuola vorrei aiutarli». Il suo compagno di banco è Marcelino, 23 anni, della Nuova Guinea, lavora in un supermercato. «È successo anche a me. La stessa identica cosa. Sono soprattutto gli anziani ad essere diffidenti. Ma nella nostra cultura è impensabile lasciare una persona più grande di te in piedi quando tu sei seduto».
I racconti scivolano uno dietro l’altro. È l’ora di cittadinanza. L’insegnante Monica Mauri ha chiesto alla classe, una decina di alunni provenienti da tutto il mondo, di raccontare i costumi dei loro paesi. Cedere il posto a un anziano è un uso comune a tutti. A fatica si aprono e confidano le loro storie di ordinaria discriminazione. «Non accade sempre, ma purtroppo accade. E mentre i miei amici ritengono che in fondo non sia grave, io credo invece che simili episodi debbano essere denunciati», interviene Abdoulaye Diagne, 25 anni, senegalese, l’unico che non si vergogna a mostrare il suo volto. Parla cinque lingue, sta studiando per ottenere la licenzia media. In quattro mesi ha imparato l’italiano frequentando i corsi serali del Cpia, istituito dal Ministero dell’Istruzione per l’educazione in età adulta. «Mi spiace quando i miei compagni di classe dicono certe cose, perché non dovrebbero succedere. Io non credo sinceramente ci sia cattiveria nelle persone, solo forse un po’ di diffidenza. Tanti lecchesi mi hanno aiutato, ma a volte gli sguardi e le parole sussurrate fanno male», dice Abdoulaye mentre con gli occhi cerca l’assenso della sua insegnante.
«Quello che stupisce è che questi ragazzi fanno fatica a raccontare certi episodi, si sentono quasi in colpa. Lo fanno con molte reticenze, sono i primi a giustificare comportamenti che loro ritengono normali e io giudico terribili», spiega Monica Mauri, docente di italiano. Accanto a lei il collega Paolo Barbieri. Insegna matematica, ha scritto un post su Facebook in cui ha riassunto quanto accaduto a Binta. Decine le risposte. Solidarietà, condivisioni, ma soprattutto esperienze simili. «Mi sono arrivati una valanga di messaggi e tante storie simili a quelle già sentite in classe — spiega —. Una ragazza adottata, in città fin da quando era piccola, si è sentita dire che non poteva salire sul pullman. Un’altra, italiana, ha raccontato di aver assistito a una scena surreale. In coda per fare un prelievo in ospedale: l’uomo davanti a lei, nonostante fosse il suo turno, non è voluto entrare nel box perché la paziente appena uscita era di colore. Lecco non è razzista, sono episodi isolati. Ma se per i miei alunni tutto questo è normale, non lo deve essere per noi insegnanti che abbiamo il dovere di raccontare. E di farlo con le loro parole».

1 Commento

  1. antonio ha detto:

    Il razzismo è un campanello d’allarme, che segnala la presenza nel soggetto di un disagio mentale maggiore, assimilabile alla schizofrenia per il suo carattere allucinatorio, perché è evidenza scientifica ,inconfutabile e accessibile a tutti, non esistano le razze. Bisogna dunque chiedersi cosa ‘vedono’ questi pazienti, curandoli con presidi adeguati a contrastare malattie così invalidanti e socialmente nocive. Il fatto i sistemi sanitari nazionali sottovalutino queste espressioni lampanti di disagio psichico non è rassicurante, perché stiamo parlando di esseri umani, che ‘vedono’ in altri esseri umani un ‘qualcosa’ di diverso da un essere umano… vi pare una forma di distacco dalla realtà oggettiva, distorsione meno grave di quella sperimentata da chi sente ‘le voci’ o di chi si sente ‘osservato’, in assenza di persone che parlano o lo osservano?

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