Omelie 2015 di don Giorgio: Seconda Domenica di Quaresima

1 marzo 2015: Seconda di Quaresima
Dt 5,1-2.6-21; Ef 4,1-7; Gv 4,5-42
Quando torna la seconda domenica di Quaresima e devo commentare il brano di Giovanni, mi sento quasi costretto a fare la solita polemica, ovvero a contestare la Liturgia che, secondo me, non ha capito o non vuole capire che l’incontro di Gesù con la samaritana non ha nulla a che fare direttamente con la morale. La scelta del primo brano, tolto dal Deuteronomio (già il nome, significa seconda legge, è indicativo), che riporta il decalogo di Mosè, è la prova più lampante. Come a dire: attenzione! Quella donna non osservava i dieci comandamenti! In particolare uno!
Il dialogo di Gesù con la donna di Samaria si svolge su un piano prettamente teologico, per non dire mistico. Infatti, si parla di acqua e di grazia, di vita terrena e di vita eterna, si parla di spirito e di un culto fuori dalle quattro mura di un santuario. Si accenna solo brevemente, quasi per inciso, alla vita sregolata della donna. E se Giovanni, nel suo racconto, ne accenna, è solo per rimarcare ancora di più la straordinarietà di quell’incontro, che ha avuto due protagonisti: da una parte il Figlio di Dio, e dall’altra una donna, una donna samaritana, una donna senza regole morali.
Gesù non ha voluto incontrare quella donna semplicemente per dirle: “Mettiti in regola con la morale!”. Sembra, invece, che abbia scelto di proposito una donna siffatta, per provocare i discepoli, la folla e la Chiesa stessa, ma su un piano che andava al di là della morale, proprio per far capire a tutti che ci sono valori che non si riducono alla morale.
La morale, ovvero la legge che regola il nostro comportamento, non sta in piedi da sola, ma dipende dalla teologia, ovvero dal mio modo di vedere Dio. Più ho di Dio un’idea alta e nobile, più la morale diventa alta e nobile. Non è viceversa. La legge, in altre parole, è il riflesso di Dio. Sembra invece che la legge condizioni la mia fede. È la fede che deve illuminare la morale. Non basta allora limitarsi a dire: “Fa’ il bravo, comportati bene, osserva i comandamenti, ecc”. Non funziona. Prima o poi, salterà tutto il castello legislativo. Come del resto sta succedendo oggi.
Un tempo, i comandamenti stavano in piedi, in un contesto di forte autoritarismo. Guai se uno non obbediva! Si era quasi costretti a comportarsi in un certo modo. Oggi, venuto meno l’autoritarismo, sia perché è stato messo in crisi dalla conquista di un maggior senso di responsabilità personale, sia perché sono venuti meno le figure autoritarie, anche la legge è andata in crisi, ed è nato un relativismo pericoloso, per cui non si hanno più punti di riferimento. Sì, c’è la Coscienza, ma fino a che punto si può parlare di Coscienza responsabile, se fino a ieri è stata quasi repressa dall’autoritarismo? Noi preti, noi educatori, noi genitori quante volte abbiamo parlato di Coscienza? Sì, ne parlavamo, ma intendendo per coscienza l’osservanza dei dieci comandamenti.
Tornando alla pagina del Vangelo di oggi, quest’anno mi devo in parte ricredere, e dare ragione alla Liturgia, se la scelta dei Dieci Comandamenti avesse l’intento di porre a confronto la legge con la grazia, la morale con lo spirito, il culto religioso con il culto in spirito e verità. In tal caso i Comandamenti non servirebbero a spiegare il Vangelo, ma sarebbe il Vangelo a contestare quella morale che chiamerei cieca, perché non è aperta sul vero volto di Dio.
In realtà, è proprio qui il problema. È qui il cuore dell’incontro-dialogo di Gesù che sceglie di proposito una donna, per di più eretica in quanto samaritana, per di più sregolata, per lanciare un Messaggio straordinario. Ciò che piace di Gesù è il suo modo di fare paradossale. Non sceglie le vie scontate, non sceglie le persone perbeniste. Quando deve fare affermazioni sconvolgenti, sceglie vie sconvolgenti, persone sconvolgenti. Non lo fa per scandalizzare, ma per evidenziare meglio la verità che deve dire. D’altronde, la verità è già di per sé sconvolgente.
E allora, che cosa Gesù ha detto di così sconvolgente? Prima vorrei dire almeno qualcosa sul metodo usato da Gesù nel suo dialogo con la donna. Un metodo che dovrebbe far scuola, essere di modello. Anche se non sempre ci sono riuscito, mi sono almeno sforzato  di renderlo un mio sistema pastorale.
Se fate caso – basterebbe aprire per un attimo la tv quando c’è un dibattito – ognuno in realtà non dialoga con l’altro, ma dialoga con il proprio io: l’altro è solo un pretesto o un’occasione per fare, da parte di ciascuno, il proprio monologo. Ed è poi evidente che si cada nella rissa, che è uno scontro tra due “io” chiusi nel proprio mondo. Sull’altro si scaricano tutte le proprie ire. È il mio punto di vista che conta, unicamente questo, e non si vuole assolutamente metterlo a confronto, dialogando, con il punto di vista dell’altro. L’ignoranza o analfabetismo culturale per un verso, e per l’altro la supponenza di chi pensa di essere superiore bloccano ogni possibilità di crescere, dialogando.
Gesù con la samaritana ci ha insegnato come saper dialogare. E l’ha potuto fare proprio perché aveva di fronte una persona semplice. Gesù chiedeva, e la donna ribatteva. Gesù a sua volta ribatteva, e la donna ascoltava e poi di nuovo chiedeva. E così il discorso si elevava tra domande e contro domande, fino a raggiungere il vertice della teologia. Gesù aveva davanti a sé una donna ritenuta inferiore agli uomini, una donna per di più eretica, per di più sregolata.
Gesù non ha parlato con la samaritana di cibo, di menu, di meteorologia, di moda, di come vestirsi, e neppure di come affrontare i vari problemi della vita. Ha parlato di teologia, di mistica, di quella sete dell’anima che vale più della sete del corpo, ha parlato di grazia, ha parlato di spirito, di verità. Provate a fare questi discorsi alla nostra brava gente cui interessa solo se è “giusto” pagare o no le tasse, ai nostri politici cui interessa solo come poter accontentare la pancia della gente, ai genitori cui interessa solo che i figli facciano carriera, ai membri del consiglio pastorale cui interessa solo che si ripeta meccanicamente il programma degli anni precedenti, ai preti cui interessa restare tra le righe di una pastorale che non dia troppo fastidio. Anche nelle prediche noi preti vogliamo stare terra terra, per non annoiare il pubblico, perché altrimenti la gente poi non viene più a Messa.
Cristo ha detto una cosa che potrebbe oggi sembrare quasi scontata, ma non lo è: il vero culto a Dio è del tutto spirituale, nel senso che tocca il nostro essere: parte dal nostro essere. Al tempo di Cristo il culto giudaico era legato e dipendeva dal tempio materiale. Il culto dei samaritani era legato e dipendeva dal tempio costruito sul monte Garizim.  Cristo ribalta tutto. Il vero culto parte dall’essere, e non da una costruzione materiale, tanto è vero che il tempio dei giudei sarà distrutto per sempre.
Lo spirito! Immaginate allora che cosa può richiamare? Tutto un mondo che, nonostante la cattiveria umana, sarà sempre indistruttibile. Anche l’essere umano è indistruttibile, perché ci abita Dio. Un culto “in spirito e verità”! Che cos’è allora la verità? La verità dipende forse dal tempio materiale, dalla chiesa materiale, dai nostri ambienti parrocchiali materiali, dai palazzi materiali del potere, dalla somma dei nostri beni materiali, dalla forza fisica?
La verità sta nella parte più spirituale dell’Umanità. Sta nel nostro essere, là dove però lo Spirito si fa ascoltare. Noi che vogliamo sapere la verità di tutto e su tutto, dimentichiamo che l’occhio per giudicare la verità delle cose sta nel nostro essere.
Dicendo queste cose mi pare di sconvolgere tutto. E in realtà deve essere così. Noi, purtroppo, ancora oggi, forse più di ieri, siamo fuori di noi, e stando in superficie pretendiamo di giudicare le apparenze, o, meglio, crediamo che, giudicando le apparenze, risolviamo tutti i problemi di questo mondo. Sta qui l’inganno. Stanno qui le nostre illusioni, e le nostre sconfitte.

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