Omelie 2018 di don Giorgio: SESTA DOPO PENTECOSTE

1 luglio 2018: SESTA DOPO PENTECOSTE
Es 3,1-15; 1Cor 2,1-7; Mt 11,27-30
Dio incarica Mosè
Partiamo dal primo brano della Messa. È il racconto di uno dei più famosi episodi dell’Antico Testamento: Dio incarica Mosè di mettersi a capo del popolo ebraico per liberarlo dalla schiavitù egiziana.
Anzitutto, diciamo una cosa. Su Mosè ci sono diverse congetture. Alcuni studiosi anche seri mettono in dubbio la sua storicità. Senza arrivare a queste teorie estreme, diciamo comunque che sul personaggio si sono costruite delle leggende, e che dunque andrebbe perlomeno rivisto nella sua storicità, interpretando allegoricamente alcuni elementi del tutto leggendari. D’altronde, non dimentichiamo che non solo i fondatori delle religioni, ma anche i popoli antichi facevano risalire le loro origini a leggende o, diciamo meglio, a elementi mitici, che vanno perciò non eliminati, ma colti nella loro simbologia, ricca di insegnamenti.
Scendere, salire, uscire…
Detto questo, vorrei soffermarmi anzitutto su alcuni verbi presenti nel brano: scendere, salire, uscire. Tutto dipende dal come li consideriamo. A prima vista due verbi (scendere e salire) sembrano tra loro in contrasto: inconciliabili. Chi scende, certo non sale. In ogni caso, il verbo “uscire” si collega ad entrambi: si sale anche per uscire, o si scende per uscire. Ma che significa tutto ciò nel contesto biblico?
Dio dall’alto dei cieli è sceso in mezzo al suo popolo, per farlo salire verso la terra  promessa, e dunque per farlo uscire dall’Egitto, e perciò per liberarlo dalla schiavitù dei faraoni. Così deve fare Mosè.
Mosè si era allontanato dal suo popolo, perseguito dalla giustizia egiziana, ma ora deve tornare: deve di nuovo incarnarsi nella realtà concreta di un popolo sofferente, se lo vuole condurre verso la libertà.
Qui c’è un grande insegnamento sempre attuale: occorre scendere accanto alla gente, per farla salire e così condurla verso la libertà.
Ho l’impressione che anche coloro che si credono i salvatori della patria solidarizzino così tanto con la gente che non riescono a capire che la loro missione è anzitutto quella di far salire l’intelletto della gente, e non tanto solidarizzare con la loro pancia. Solo così si porta la gente o il popolo o la nazione verso la sua vera liberazione: altrimenti, resterà sempre la voglia delle cipolle d’Egitto.
“Io sono colui che sono!”
Ma non credo che Mosè abbia colto questo messaggio: si è limitato a condurre fuori dall’Egitto un popolo, lasciandolo ancora interiormente schiavo di se stesso. Eppure, Dio alla richiesta di Mosè sul nome, risponde: “Io sono colui che sono!”. Parole che sono state diversamente interpretate dagli studiosi, arrivando a questa conclusione: Dio intendeva dire a Mosè: Io sono con te, ovunque tu sarai. In altre parole: Io, il tuo Dio, il Dio del popolo eletto, non ti abbandonerò mai!
Forse Dio non ha dato una definizione da intendere subito in modo del tutto filosofico: il pragmatista Mosè cosa avrebbe capito? Ma non possiamo negare che nelle parole di Dio ci sia qualcosa di veramente profondo, ed è qui che dobbiamo fermarci almeno per un attimo.
Che cos’è la libertà? Dare ad un popolo la possibilità di avere un pezzo di terra tutto suo? Dare al popolo la possibilità di una casa, di un lavoro, di un po’ di pace e di serenità? Ma riducendo così la libertà, che cosa abbiamo ottenuto? Un popolo magari benestante, ma sempre schiavo di se stesso.
Non dico che “prima” bisogna parlare di essere, e “poi” di avere. Non dico che “prima” bisogna parlare di realtà spirituali, e “poi” di realtà materiali. Non c’è un prima e un poi nel senso cronologico. Il lavoro educativo da fare è qualcosa di strettamente unitario: si dà terra, casa, lavoro, benessere, e nello stesso tempo, e non dopo, si educa la gente a scendere nel proprio essere interiore, se si vuole farla risalire e uscire da quanto potrebbe poi diventare la sua nuova schiavitù.
No, anche noi buonisti cristiani diamo un aiuto di tipo economico ai poveracci, e non li lasciamo a crescere dal punto di vista umano.
Quante volte riflettiamo sulle parole di Dio: “Io sono colui che sono!”?
Certo, non siamo Dio, ma fino a che punto possiamo dire: “Anch’io sono colui che sono?”, oppure dobbiamo riconoscere che “siamo ciò che abbiamo”?
“Il mio giogo è leggero”
Sarebbe interessante soffermarci anche sul brano di Paolo, ma, per questione di tempo, passiamo al brano del Vangelo. Mi hanno sempre particolarmente colpito le parole di Gesù, quando dice: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, “e troverete ristoro per la vostra vita”. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Queste parole sono state diversamente commentate. Qualcuno ha parlato della mitezza di Gesù, della sua umiltà, della sua semplicità, ecc. Ma, sinceramente, non sono mai stato del tutto convinto che Gesù si riferisse a qualche virtù in particolare.
Che significa “il mio peso è leggero?”.
Concordo con chi vede in queste parole la leggerezza dell’essere, in contrapposizione alla pesantezza dell’avere. In altre parole, Cristo ci dice: se voi mi seguirete, sarete liberi da ogni peso inutile, ingombrante, schiavizzante.
Altro che bisogna essere dolci di cuore o sdolcinati, altro che essere buonisti da quattro soldi, altro che essere pacifisti senza esporsi mai!
L’invito di Cristo è perché riscopriamo la bellezza del nostro essere interiore, là dove scompare ogni ombra di avere, ogni possesso o desiderio di qualcosa di inutile.
Più siamo nudi dentro, privi di ogni cosa, più siamo leggeri, liberi, ed è da questa libertà interiore, da questa leggerezza dell’essere che poi scaturisce la nostra libertà anche esteriore: nel nostro modo di essere, di vivere, di confrontarci con le cose e con le persone. Automaticamente smetteremo di essere razzisti, barbari, disumani.

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