Omelie 2013 di don Giorgio: Penultima domenica dopo l’Epifania

3 febbraio 2013: Penultima dopo l’Epifania

Dn 9,15-19; 1Tm 1,12-17; Mc 2,13-17

La prima lettura della Messa riporta un brano del Libro di Daniele. Daniele non è il protagonista del libro che porta il suo nome: è un nome fittizio ma che richiama una figura di re saggio della tradizione cananea, ricordato nei testi di Ugarit. Già il nome Daniele è significativo: in ebraico significa “Dio è mio giudice”.
Il Libro è stato composto al tempo della persecuzione di Antioco IV Epìfane, re di Siria, e della rivolta maccabaica (secondo secolo a.C.), per alimentare la fede e la speranza degli ebrei perseguitati. Il re pagano infatti aveva imposto agli ebrei la cultura ellenistica, obbligandoli in modo particolare ad adorare le divinità greche e a tradire di conseguenza la fede nel Dio dei loro padri. Addirittura il re fece mettere gli idoli pagani nel tempio di Gerusalemme. Gli ebrei si opposero, prima sotto il sacerdote Mattatia, e poi sotto suo figlio Giuda Maccabeo. L’autore del libro, per ottenere lo scopo che si era prefisso, quello appunto di sostenere la fede del popolo perseguitato, narra le vicende passate, riguardanti l’epoca babilonese e persiana (VI-IV secolo a.C.), periodo anche questo di persecuzione e sofferenza per gli Israeliti. Come a dire: come Dio in precedenza ha liberato il suo popolo dalla schiavitù babilonese, così farà ora liberandolo dal predominio assiro.
Il brano della Messa è una accorata preghiera penitenziale che Daniele rivolge a Dio, in cui ricorda il peccato d’Israele con la conseguente punizione da parte del Signore, e implora il perdono e la misericordia divina.
Vorrei rileggere questa preghiera pensando alla situazione attuale. Abbiamo detto che Daniele non è un personaggio storico, ma richiama una figura molto antica, risalente all’epoca cananea, precedente la storia del popolo ebraico. Una figura che poi diventerà, anche presso gli ebrei, un esempio proverbiale di giustizia. Ecco, il giusto, oggi diremmo il santo, si pone davanti al suo Dio e lo implora in nome del suo popolo infedele e idolatra, proprio per questo punito e perseguitato. Ma consideriamo una cosa: gli ebrei, nonostante tutti i loro difetti, i loro tradimenti, le loro infedeltà all’Alleanza con Dio, quando si sentivano colpiti nella loro religione perché ad esempio qualcuno profanava il Tempio o la Legge, allora reagivano, si ribellavano. Del resto anche Gesù Cristo scatenerà la stessa ribellione dei capi d’Israele, per il fatto di aver messo sotto accusa il Tempio e la Legge ebraica. E lo stesso Gesù, nel suo famoso discorso noto come escatologico, riguardante cioè gli ultimi avvenimenti, sia quelli relativi alla distruzione di Gerusalemme sia quelli relativi alla fine del mondo, ha accennato, usando la stessa espressione di Daniele “abominio della devastazione”, al gesto empio di Antioco IV che aveva introdotto la statua di Giove capitolino nel Tempio di Gerusalemme. Naturalmente nelle parole di Gesù l’espressione “abominio della devastazione” assumeva un aspetto più ampio. Possiamo leggervi ogni profanazione che riguarda Dio e l’essere umano.
Se dovessimo applicare all’oggi l’espressione “abominio della devastazione”, a che cosa potremmo pensare? Anzitutto fermiamoci sulle due parole: abominio e devastazione. Due parole fortemente negative. Abominio deriva dal latino “ab” e “omen”. “Ab” indica allontanamento e “omen” significa augurio, presagio. Dunque, un presagio, un augurio da respingere.
Di qui il termine abominio ha assunto il significato di qualcosa che si augura a nessuno, qualcosa di detestabile, di turpe. Devastazione deriva dal latino “de” e “vastus”. “De” rafforza ciò che viene dopo, ovvero “vastus” che significa vuoto, deserto. Dunque, devastazione significa totale distruzione.
Dicevo che abominio devastante è un’espressione molto forte: indica qualcosa che fa paura perché distrugge, rade al suolo, rende un deserto.
Questa espressione nella Bibbia era solitamente applicata a un personaggio storico, o al potere politico. In Gesù ha assunto anche un significato religioso: se per gli ebrei cosa abominevole era dissacrare il Tempio e la Legge, per Gesù cosa abominevole era la stessa religione che dissacrava la dignità dell’essere umano. Se per gli ebrei abominio devastante è stata la profanazione del Tempio da parte di Antioco IV che vi aveva messo una statua di Giove, per Gesù Cristo abominio era diventata la stessa religione ebraica, nel suo Tempio e nella sua Legge, che aveva tradito l’Alleanza di Dio.
Quando il paganesimo, sotto qualsiasi forma si presenti, intacca la religione, tutti i credenti protestano in nome della libertà religiosa. E poi noi credenti che cosa facciamo? Ci alleiamo con l’abominio devastante che installa non tanto la statua di Giove capitolino all’interno della Basilica di San Pietro o del Duomo di Milano, ma il vitello d‘oro nella cui pancia ci sono: favori, privilegi, patti diabolici, ricompense, elargizioni. Il tutto, si dice, per la causa della Santa Romana Chiesa, che è nostra madre che ci protegge nei nostri valori etichettati cattolici.
L’Apocalisse è l’ultimo libro ispirato della Bibbia, libro molto difficile per la sua complessa simbologia: ancora oggi gli studiosi sono alla ricerca del significato più profondo di questi simboli. Simboli talora presi dal mondo animale. Si parla di drago, di bestie. Il “drago rosso” che vuole divorare il bambino della donna che sta per partorire è satana. La “donna” è la personificazione del popolo di Dio, la Chiesa, anche se la tradizione l’ha interpretata come figura di Maria. Oggi potremmo dire che la donna che sta per partorire è l’Umanità e l’Umanità è come una madre sempre feconda. Le varie bestie che salgono dal mare e dalla terra rappresentano invece il potere politico, nelle sue incarnazioni storiche del drago, ovvero del principe del male. I primi cristiani hanno visto in queste raffigurazioni bestiali l’antica babilonia, l’antico Egitto, ma soprattutto l’impero romano, allora dominante. Potremmo dire che le bestie dell’Apocalisse rappresentano anche le varie forme del potere di oggi. Interessante la descrizione della seconda bestia che sale dal mare. Un descrizione perfetta che dovrebbe farci riflettere. Scrive l’autore dell’Apocalisse: “E vidi salire dalla terra un’altra bestia (la prima bestia era venuta dal mare) che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, ma parlava come un drago… Opera grandi prodigi… Per mezzo di questi prodigi… seduce gli abitanti della terra”. Dunque, commenta un esegeta, si tratta di una figura, dietro cui c’è un personaggio storico che muta a seconda dei periodi storici, che ha queste caratteristiche: è subdolo, ingannevole, dalle apparenze menzognere. Una seconda caratteristica è l’intolleranza. Ma la caratteristica più importante che lo individua è questa: è un essere totalmente al servizio della prima bestia.
Qui le interpretazioni variano, si diversificano, spaziano dal campo politico a quello religioso.
Ma l’abominio più devastante è l’intreccio tra il potere politico e quello religioso, quando cioè la bestia che viene dalla terra assume volti diversi, ma della stessa razza della bestia che viene dal mare, ovvero satana. L’abominio della devastazione è una religione imperiale, a servizio di uno stato idolatra. Chi ha orecchi per intendere, intenda!
Oggi è la 35^ Giornata nazionale per la vita. Una Giornata nata in polemica all’introduzione della legge 194 sull’aborto. Difatti la prima Giornata per la vita è del 1979, mentre è del 22 maggio 1978 la Legge n. 194 in materia di “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Il cardinale Carlo Maria Martini più volte era intervenuto su questa legge, tanto odiata e combattuta dalla Chiesa gerarchica, soprattutto nei suoi Movimenti cattolici più fondamentalisti, invitando a prendere almeno una posizione di buon senso, forse sarebbe meglio dire realista: visto che la legge c’è e finché c’è, bisogna che almeno ci impegniamo a farla rispettare, evitando che si oltrepassino i suoi limiti. Ciò che veramente mi ha sempre irritato di questa Giornata è la concezione della vita ridotta ai primi anni, anzi al solo concepimento. Ma la vita non riguarda forse l’intero arco esistenziale, dal primo all’ultimo istante? La domanda vera è questa: che cos’è la vita? Certo, ci sono diversi modi per sopprimere o mortificare la vita. Non c’è solo la violenza o l’omicidio, ma c’è anche la mancanza di cibo, di istruzione, di lavoro. Non c’è vita senz’acqua. Pensate alle nostre indifferenze al problema dell’acqua, e perché allora vedere solo l’aborto o l’eutanasia? Sembra quasi che alla Chiesa interessi solo l’inizio e il termine della nostra vita. Non sopporto che si pensi solo a far nascere a tutti i costi esseri umani, quando poi, una volta nati, rendiamo loro una vita insopportabile. Che cos’è la vita?
I super-cattolici lottano per la vita, e poi si alleano con il potere che dà la morte, nel senso che questo potere di cui sono alleati non dà a tutti la possibilità di vivere in pienezza. Questi fondamentalisti sono contro l’aborto, e nello stesso tempo sono contro i diritti civili di ogni essere umano.
Quanti aborti avvengono nella natura, e ce ne freghiamo. Anzi, siamo complici. Quando penso alle parole di Cristo: “Sono venuto perché tutti abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10), mi chiedo che cosa significhi abbondanza. Alcuni traducono: una vita in pienezza. Ma quale abbondanza, quale pienezza? La preoccupazione principale della Chiesa non dovrebbe essere quella di far nascere tanti figli, a tutti i costi, magari sacrificando la vita di una madre, non dovrebbe essere quella di allungare l’esistenza fino all’insopportabile, confondendo uno stato puramente vegetativo con qualcosa di vitale, ma casomai l’impegno della Chiesa e dei credenti dovrebbe consistere nel far sì che ognuno abbia una vita dignitosa già su questa terra, e smettiamola di proiettare ogni cosa nell’aldilà. Ma quale Dio è così sadico da farci soffrire per darci poi, e chi quando?, un po’ di vita eterna? Ma che Dio è mai questo? Non certo il Dio di Gesù Cristo, ma di una Chiesa che ingrossa la sua struttura a spese della vita di milioni di esseri umani.

 

2 Commenti

  1. Luigi Merci ha detto:

    Don Giorgio,
    grazie per quanto hai detto sulla 35ª Giornata nazionale per la vita.
    Luigi

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