Omelie 2017 di don Giorgio: QUINTA DI QUARESIMA

2 aprile 2017: QUINTA DI QUARESIMA
Es 14,15-31; Ef 2,4-10; Gv 11,1-53
Introducevo l’omelia di domenica scorsa con queste parole: “I due temi, della vita e della luce, sono anticipati nel famoso Prologo del quarto Vangelo, e poi sviluppati da Giovanni, in particolare con il racconto della risurrezione di Lazzaro (tema della vita) e il racconto della guarigione del cieco nato (tema della luce)”.
Domenica scorsa, la Liturgia ambrosiana ci aveva presentato la guarigione miracolosa del cieco nato (ovvero il tema della luce), oggi ci presenta la risurrezione di Lazzaro (ovvero il tema della vita).
Il miracolo di Lazzaro al di là del racconto
Anche qui, limitarci al racconto significherebbe tradire la vera intenzione della comunità profetica di Giovanni, che ha ricostruito un miracolo secondo quella prospettiva che è la caratteristica del quarto Vangelo: una lettura cioè dei fatti di Gesù cogliendone i segni, ovvero il significato più profondo dei fatti stessi. Sant’Agostino scrive: «Il segno è una cosa che fa venire in mente un’altra cosa».
Don Raffaello Ciccone commenta: «Il testo è fondamentalmente teologico e propone riferimenti e indizi per lo meno curiosi. Siamo in una famiglia strana, dove non si nominano né padre né madre, né mariti o mogli o figli: solo fratelli e sorelle, come in una comunità cristiana. Gesù viene avvisato che l’amico Lazzaro è ammalato e non si muove. Si ferma due giorni, poi dice: “Lazzaro è morto e sono contento di non essere stato là”. Strano amico. Poi Gesù, finalmente, si incontra con le sorelle ma non entra in casa. Gli incontri con le due sorelle sono sulla strada: protagonista è prima Marta e poi Maria, che però ripete le parole di Marta. La strada è la vita che scorre, l’occasionale, il non previsto, il gratuito. Gesù è sulla strada. Marta ha fede in Gesù; ma si arresta, come sulla soglia di una preghiera impossibile e si trova di fronte alla promessa della risurrezione. Ella, secondo la teologia giudaica, pensa al defunto come ombra che scende nel regno dei morti e che risusciterà nell’ultimo giorno: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno” (v 24)».
Il racconto di Giovanni si rifà in particolare a Luca
Il miracolo della risurrezione di Lazzaro è narrato solo dal quarto Vangelo, mentre Matteo, Marco e Luca riportano la risurrezione della figlia di Giairo e solo Luca quella del figlio della vedova di Nain. Secondo alcuni studiosi la risurrezione di Lazzaro sarebbe un racconto ispirato proprio alla risurrezione del figlio della vedova di Nain, ma con personaggi ispirati all’episodio di Marta e Maria, sempre riportato da Luca: anche qui, nel racconto di Giovanni, è Marta la più attiva, la prima che va incontro al Maestro, mentre Maria se ne sta seduta in casa in segno di lutto; e c’è anche un riferimento alla parabola di Lazzaro, un barbone bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco: verso la fine di questa parabola entra in scena Abramo che risponde al suggerimento che Lazzaro torni dai morti per ammonire i vivi: “Non crederanno, neanche se uno risuscitasse dai morti”.
In effetti, che cosa succederà dopo che Lazzaro, fratello di Marta e Marta, è tornato in vita? Scrive l’evangelista Giovanni che da quel giorno decisero di uccidere Gesù.
Notiamo un’altra cosa: diversamente dai sinottici (Matteo, Marco e Luca) che preparano il lettore al dramma della Passione con i preannunzi di Cristo circa la sua fine tragica e gloriosa, l’evangelista Giovanni non parla di preannunzi, ma dell’Ora del Padre che Gesù accetta liberamente, senza farsi condizionare dagli avvenimenti o dalla cattiveria umana.
Il racconto della risurrezione di Lazzaro è una appropriata introduzione alla storia della Passione di Gesù, coronata dalla sua Risurrezione. In altre parole: se da una parte il gesto di Cristo che ridà la vita a Lazzaro non fa altro che accelerare la sua morte (le autorità infatti decidono di ucciderlo), dall’altra rivela il significato profondo della stessa Croce, che è strada non di morte ma di vita, non è sconfitta ma vittoria,
Ad ogni modo, a parte queste annotazioni che credo abbiano una loro importanza per chi vuole approfondire i Vangeli, non si deve dimenticare che in tutto il lungo racconto di Giovanni che narra la risurrezione di Lazzaro, fratello di Marta e Maria, le parole di Gesù, che resteranno sempre il cuore del messaggio, sono: «Io sono la risurrezione e la vita».
“Io sono la risurrezione e la vita”
Non basta dire che, mentre le parole di Marta sono coniugate al futuro: «So che (mio fratello) risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno», Gesù parla al presente: «Io sono la risurrezione e la vita». C’è di più, molto di più. Gesù dice: «Io sono». E noi sappiamo il significato pregnante di queste parole in bocca a Gesù. Anzitutto, ricordiamo che l’espressione “Io sono” ricorre oltre trenta volte in tutto il Vangelo di Giovanni. Solitamente gli esegeti dicono che, dicendo “Io sono”, Gesù intendeva autoproclamarsi Figlio di Dio. Solo Dio può dire “Io sono”, ovvero io sono l’Essere infinito. Ma basta dire questo? Non c’è di più?
In quelle parole “Io sono” c’è già la risurrezione, che non è dunque una realtà che verrà. L’essere è già risurrezione. La risurrezione è qualcosa che riguarda l’essere, e non tanto il corpo. I teologi, nel passato e magari ancora oggi, si sono preoccupati di capire che cosa sarà la risurrezione dei corpi.
È lo spirito che conta, non il corpo. La risurrezione è già presente in noi, nel nostro essere più profondo. Anche noi, senza cadere in chissà quale eresia, possiamo dire “io sono la risurrezione”, ma solo se ci riferiamo al nostro essere spirituale.
Tutti sappiamo che la morte è già in atto nel nostro corpo che via via si logora col tempo. Ma non ci rendiamo conto che lo spirito è già risurrezione, un eterno presente, come direbbero i mistici. Non andiamo verso un futuro eterno, perché l’eterno è già presente. Siamo usciti da un eterno, e mai ce ne siamo staccati.
Comprendiamo ora le parole del mistico Angelus Silesius: «Tu dici che vedrai Dio e la sua luce: stolto, mai lo vedrai, se non lo vedi già ora», e anche queste altre: «L’anima, eterno spirito, è oltre ogni tempo. Vive, anche nel mondo, già nell’eternità».

 

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