Omelie 2015 di don Giorgio: Decima dopo Pentecoste

2 agosto 2015: Decima dopo Pentecoste
1Re 7,51-8,14; 2Cor 6,14-7,1; Mt 21,12-16
Nei tre brani della Messa, si parla di Tempio; nel primo, si parla del Tempio di Salomone, nel Vangelo del Tempio di Zorobabele, fatto ampliare da Erode il Grande, mentre Paolo parla di un Tempio vivente, contrapponendo il Tempio di Dio agli idoli.
Il primo e il scondo Tempio
Durante il cammino degli ebrei verso la Terra promessa, Dio abitava in una Tenda, detta Tenda del Convegno, che, essendo smontabile come qualsiasi altra tenda, seguiva gli spostamenti  del popolo.
Dopo la conquista di Canaan, sorsero presso le varie tribù d’Israele diversi santuari religiosi. Per evitare questo frazionamento che poteva generare nel popolo l’idea che ci fossero molte divinità, Dio volle che si costruisse un unico Tempio in muratura, nella città di Gerusalemme. Toccherà al successore di Davide, il figlio Salomone, questo compito.  Nel primo brano, troviamo la solenne consacrazione. Finito di costruire nel X secolo a.C., fu distrutto dai Babilonesi nel 586 a.C. Dopo l’esilio babilonese, il Tempio venne ricostruito ad opera di Zorobabele. Erode il Grande, a partire dal 19 a.C., lo fece ampliare; per questo motivo il Tempio di Gerusalemme, da quella data, venne anche chiamato Tempio di Erode. Verrà distrutto nel 70 d.C. dal generale romano Tito.
Il Tempio e la fede in Dio
Prendo le parole dal commento di un esegeta, «il Tempio presso gli ebrei rimane il simbolo più eloquente del rapporto esistente fra Dio e il popolo d’Israele, segno della dimora di Dio in mezzo ai suoi. Tale presenza, però, non è vincolata all’edificio materiale in sé: essa dipende principalmente dalla condotta del sovrano e dalla fedeltà del popolo all’alleanza. Quando questa viene meno, anche il Tempio scompare. Così accade secondo il racconto biblico con il primo tempio. Ai tempi della tragica fine del regno di Giuda (o Regno del Sud), Ezechiele vede simbolicamente la gloria di Dio lasciare il Tempio e uscire da Gerusalemme», prima ancora che il Tempio venisse distrutto anche materialmente dai babilonesi, nel 586 a.C.
È interessante il rapporto tra Dio e il Tempio. Dio non si lega di per sé ad una costruzione materiale, neppure se questa è meravigliosa, un’opera d’arte, di una tale bellezza architettonica da richiamare già di per se stessa la bellezza di Dio. Tutto dipende da noi. Tutto dipende dal popolo. Ogni Tempio è un misterioso rapporto tra la nostra fede e la presenza di Dio. Forse anche noi cristiani dovremmo ricordarcelo. Crediamo che entrare in una chiesa, soprattutto se si tratta di un santuario miracoloso, già di per sé sia qualcosa di magico, di taumaturgico, come se Dio fosse lì disposto o predisposto a darci subito qualche grazia. La chiesa è casa di Dio nella misura in cui la mia fede è grande, e la mia fede non dipende da quattro mura. Va ben oltre.
Il Tempio e la parola di Dio
L’inaugurazione del Tempio inizia sul colle di Sion, altro nome di Gerusalemme, dove Davide aveva collocato l’Arca dell’Alleanza. Tra parentesi. L’Arca era una cassa di legno rivestita d’oro e riccamente decorata, la cui costruzione fu ordinata da Dio a Mosè.
L’Arca costituiva il segno visibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Conteneva inizialmente le Tavole della Legge, dopo averle ricevute sul monte del Sinai. Su di loro erano incisi i Dieci Comandamenti. In seguito vennero messe nell’Arca altri oggetti: un vasetto di manna e la verga di Aronne.
Dunque, ci si ritrova sul monte Sion, e qui si celebra una serie di sacrifici e poi ha inizio la processione solenne dell’Arca, che viene trasferita nel Tempio appena eretto e collocata nella “cella”, cioè nel Santo dei Santi, posto all’interno dell’aula sacra. È curioso notare che l’Arca ora contiene a quanto dice l’autore sacro solamente le Tavole della Legge e non più il vasetto di manna e la verga di Aronne. Il centro è, quindi, la parola di Dio. La presenza del Signore è visibilmente affidata alla nube. Il primo brano così termina: «Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore. Allora Salomone disse: “Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura”».
Il Tempio e la nube
Sarebbe interessante soffermarsi sulla presenza della nube nella Bibbia e sul suo simbolismo. Mi limito solo a dire, riportando le parole di un esegeta, che «la nuvola richiama la trascendenza divina. “Trascendente” è un termine un po’ tecnico, adoperato nell’ambito filosofico per designare quello che va al di là della nostra vita concreta e terrestre; “trascende” nel senso che sale e va oltre. Diventa simbolo della divinità stessa. È il simbolo del mistero, del non conoscibile, della divinità che, pur manifestandosi presente, non può essere pienamente conosciuta e dominata. È quindi il segno della non conoscenza. La nube – in genere oscura – nel linguaggio biblico spesso diventa la nube religiosa, la nube luminosa. La nube, però, anche quando è luminosa toglie la vista, offre semplicemente una percezione vaga. Proprio la nube luminosa è il simbolo della non conoscenza, del mistero divino».
Ogni religione tenta di andare oltre la nube, e pretende di conoscere Dio. Sì, afferma che Dio è ineffabile, impronunciabile, inconoscibile, e poi fa una lunga litanie di qualità, di caratteristiche, con cui vorrebbe definire il Mistero. Dio è ineffabile: non si può dire nulla di positivo di Dio, ma possiamo solo parlarne in negativo. Mi spiego. Posso dire ciò che Dio non è, ma non posso dire ciò che Dio è. Ecco perché i mistici amavano parlare di teologia negativa. Se vogliamo accostarci al Mistero di Dio, dobbiamo togliere tutto ciò che noi sappiamo di Dio, tutto ciò che ci hanno insegnato di Dio. Dio “è” nella misura in cui Egli non rientra nelle nostre conoscenze.
“Un covo di ladri”
Passo al terzo brano, che riporta uno degli episodi più noti: Gesù scaccia con violenza anche fisica i venditori dal Tempio. Paolo Curtaz commenta: «Caccia i mercanti dal tempio, il Signore. Perché? Era un servizio importante quello che rendevano: cambiavano le monete dei pellegrini provenienti da tutto l’Impero per sostituirle con quelle coniate apposta per il tempio, senza l’immagine dell’imperatore. E vendevano gli animali necessari agli olocausti. Certo: resta il fatto che l’intero mercato del bestiame fosse gestito dai sommi sacerdoti, con un leggero conflitto di interesse, ma si sa, così va il mondo… Perché, allora, si arrabbia così tanto? Ciò che Gesù contesta è l’idea del mercanteggiare con Dio. Anche a noi succede così: andiamo a messa, preghiamo, ci accostiamo ai sacramenti con l’idea che ciò rappresenti una specie di assicurazione sulla vita, di protezione specifica dai malanni e dagli imprevisti della vita… Non mercanteggiamo con Dio, è un Padre che sa benissimo di cosa abbiamo bisogno! La preghiera, allora, diventa consapevolezza di ciò di cui abbiamo veramente necessità. E il culto diventa il luogo dell’incontro con Dio che mi permette di riconoscerlo presente nelle altre dimensioni della vita. Anche noi pendiamo dalle labbra del Maestro, non lasciamoci fuggire nessuna delle parole che ci dona in abbondanza!».
P. Ermes Ronchi ha fatto un lungo e interessante commento al Vangelo di oggi. Riporto solo una frase: «Tavoli e sedie rovesciati, mercanti cacciati: Gesù capovolge il nostro rapporto con Dio, l’assoluta novità del cristianesimo consiste in un Dio che non chiede più che si sacrifichi qualcosa per lui, ma che sacrifica se stesso per noi. Non domanda alcuna offerta, ma offre lui la sua vita; non ruba niente e dona tutto. Prende su di sé il nostro male senza chiedere nulla, lo porta fuori dalla città, fuori dal cuore, lo inchioda sulla croce».

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