Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano (dal 2002 al 2011), a un anno dalla sua morte

da Il Corriere della Sera
20 maggio 2009
L’INTERVISTA

Tettamanzi, l’Expo e la solidarietà:

«Milano smarrita, torni capitale morale»

Il cardinale: la città ha energie e creatività, ma deve accogliere senza paura
di Giangiacomo Schiavi
MILANO — Una città smarrita, frantumata, incattivita. Cadono i miti in questa Milano con poco orgoglio e molte paure. Era la città dell’accoglienza. Oggi si discute di apartheid in metrò. Soffia un vento di intolleranza: e a volte il Duomo sembra un fortino assediato. Tempo fa sventolava uno striscione della Lega: «Vescovo di Kabul». C’è chi esagera, anche con le minacce. Il cardinale Dionigi Tettamanzi considera gli immigrati una risorsa e parla a una città che ha perso un po’ della sua anima. «La diversità è sempre un problema — dice — ma noi dobbiamo avere la vista lunga dei profeti, preparare il domani. L’integrazione è più avanti di quel che si pensi: basta imparare dal mondo dei ragazzi, recuperare un po’ della loro saggezza». C’è una paura che nasce dall’egoismo, dall’assenza di visione. «Alla Milano di oggi manca la consapevolezza del suo ruolo, della sua responsabilità verso i propri abitanti e il Paese, della sua vocazione europea». Non c’è futuro senza solidarietà, gli ha scritto una giovane studentessa. La lettera è diventata il titolo del suo ultimo libro. Con la crisi bisogna ritessere tessuti sociali sfilacciati, riscoprire la sobrietà, lavorare per una convivenza più umana. «Dobbiamo assumerci tutti le nostre responsabilità — spiega — chi non lo fa non è solo inutile, è anche dannoso». La notte di Natale ha messo a disposizione dei nuovi poveri e di chi ha perso il posto qualcosa di suo e poi ha detto: ai poveri le case dei preti. Certi immobili del clero sono troppo grandi, possono essere usati da chi ha più bisogno. È il concetto del buon samaritano. Si sono perse queste pratiche solidali nella città di Milano? «No. La solidarietà non si è persa a Milano. Ne ho prove concrete. Il Fondo Famiglia-Lavoro ha raccolto in poco più di quattro mesi 4,3 milioni di euro tra la gente. E al tempo stesso nelle parrocchie sono state donate ingenti quantità di denaro per i terremotati d’Abruzzo, in Quaresima dalle mille comunità della Diocesi sono scaturiti senza clamore altrettanti rivoli di solidarietà che hanno dissetato i bisogni di tanti poveri assistiti dai missionari ».
Questo è un Paese che riesce a dare il meglio nei momenti di difficoltà. Milano è risorta dalle macerie con un progetto di speranza e di accoglienza…
«Ricordo quei giorni, c’erano le macerie ma anche molti fermenti positivi. Oggi vedo tanta generosità, nonostante la crisi. Ma c’è una condizione che fonda la solidarietà: come si può essere solidali se non a partire da una prossimità offerta e da una condivisione sperimentata? È l’individualismo a minare la solidarietà. Questa forma di solitudine genera in sequenza paura, chiusura, rifiuto dell’altro, specie se portatore di una diversità. Come purtroppo accade verso gli immigrati».
Trova una maggior difficoltà nella borghesia di oggi a donare un po’ del superfluo per chi ha bisogno?
«Da sempre l’esercizio della carità — un esercizio discreto, silenzioso, evangelico — è patrimonio per tante famiglie di ogni estrazione sociale. È un modo per essere responsabili verso la società. Piuttosto mi domando se esista ancora la borghesia della Milano dei decenni scorsi…».
Dov’è Milano e dove sono i milanesi è una domanda ricorrente in questi giorni. Qual è la Milano che si vede dalla stanza del cardinale?
«Milano è una città che sfugge alle semplificazioni immediate e chiede tempo e perspicacia per essere conosciuta e amata. Io vedo una Milano generosa nell’aiutare ma talora diffidente ad aprirsi e a intrecciare legami di conoscenza e arricchimento reciproco, specie se l’altro è portatore di qualche diversità. Vedo anche una città piena di energia, di creatività, di risorse, con la fatica però a fare sistema, a dare piena espressione alle proprie potenzialità attraverso progetti concreti e condivisi di grande respiro e di corale coinvolgimento. L’Expo rappresenta, in questo senso, una grande chance».
Tra polemiche e ritardi, la partenza però non è stata incoraggiante. Bisognerebbe spiegare a Milano cos’è Milano, riunire le tante radici positive in un disegno comune…
«Ci sono oggi tante città impenetrabili: la città della fiera, la città della moda, della finanza, di un gruppo etnico, le periferie, il centro storico… Ma solo una città che ritrova l’ambizione della propria identità civica — pensata come sintesi viva delle sue tante originalità — può tornare a fare appassionare al bene comune e a suscitare il desiderio di una partecipazione responsabile. Una città così ritiene dovere fondamentale garantire un’abi¬tazione decorosa ai suoi abitanti, si preoccupa di tutelare tutti e in modo particolare i deboli. Se invece si alimentano le contrapposizioni questa identità non si realizza, l’atteggiamento della corresponsabilità decresce e scompare, ad alcune categorie di persone non vengono riconosciuti tutti i diritti».
Esiste una vocazione per la Milano del futuro?
«Milano può e deve ritrovare la sua vocazione di capitale morale del Paese, di crocevia dei popoli e di laboratorio italiano della metropoli postmoderna».
Oggi sono più i segnali di allarme o quelli di speranza?
«Io dico che c’è una speranza Milano che può contagiare il Paese intero. Incontro la speranza visitando le parrocchie, seguendo il lavoro pastorale dei miei preti, delle associazioni, del volontariato. Ma questa speranza perché non ha visibilità? Perché non fa notizia? Perché anche i media non si assumono la responsabilità di far circolare la speranza? Servono occhi di speranza per ricono¬scere quanto c’è di positivo e anche per suscitarlo».
Che cosa chiede il cardinale a chi governa una città complessa?
«Di stare vicino alla gente, alle necessità materiali e spirituali del vivere quotidiano; ma insieme di coltivare una grande apertura al senso alto della politica. Occorre ricondurre tutte le scelte amministrative ad una grande, organica visione di città, consapevoli che Milano è parte e protagonista del sistema Paese. La responsabilità della vita della città e del territorio non può ricadere solo sui suoi amministratori. Tutti sono responsabili di tutto. Ma è compito degli amministratori mettere i cittadini e le associazioni nelle condizioni di dare il proprio insostituibile contributo a beneficio di tutti».
C’è a suo giudizio un rallentamento del processo di integrazione influenzato da calcoli elettorali?
«C’è una fatica della nostra società a confrontarsi con l’immigrazione, una realtà che è un problema ma che resta una opportunità. È all’immigrazione che Milano deve non poco della sua fortuna: questa città è frutto di ripetuti e successivi processi di integrazione. È una memoria da recuperare, una memoria che è incarnata anche dalla sapienza biblica nel libro del Levitico: ‘Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri’ ».
Come dovrebbe essere la politica dell’acco¬glienza nella legalità?
«Occorre intervenire per regolare doverosa¬mente il fenomeno migratorio, garantendo la lega¬lità, attivandosi di concerto con le altre nazioni e le istituzioni sovranazionali, sempre nel rispetto dell’inviolabile dignità di ogni persona. Una digni¬tà spesso umiliata nei paesi d’origine degli immi-grati: non possiamo dimenticare da quali condizio¬ni fuggono coloro che bussano alle nostre porte. La politica deve muoversi — ma qui le lacune so¬no evidenti — sul piano della progettazione, per immaginare e realizzare modelli di convivenza e di integrazione, aggregando tutte quelle forze so-ciali, culturali, educative, istituzionali che ne han¬no competenza. Chiesa compresa».
In una recente omelia ha detto che da questa crisi si può uscire migliori. Ne è ancora convinto?
«Cito una frase dell’economista Marco Vitale che mi ha colpito. ‘Se la crisi aiuterà questa mutazione dovremo essere grati alla crisi, perché ci avrà aiutato a trasformare la paura in energia’. Sperimentiamo la paura perché sentiamo venir meno le facili certezze sulle quali abbiamo fondato tanto della nostra vita. Aiutare a trasformare la paura in energia è anche compito delle Istituzioni, della politica, delle agenzie educative, della Chiesa. E la solidarietà è un’energia che si sta già sprigionando. Vorrei che lasciasse il segno».
Guardate il video

Vi invito a leggere LA SOBRIETÀ DIMENTICATA, l’intervento che Dionigi Tettamanzi, nel mese di gennaio  del 2009, ha tenuto agli amministratori locali. È molto bello e molto attuale.

La sobrietà dimenticata

6 Commenti

  1. pol ha detto:

    Inoltre, Tettamanzi non era anche un grande organista?
    Forse alcuni vescovi passati sono andanti persino oltre certe posizioni, pur considerate progressiste, di oggi.
    Se non erro Martini voleva arrivare ad un terzo concilio vaticano, posizione sui cui, se non erro, neppure don Giorgio ed altri sacerdoti progressisti di oggi, concordano.
    Poi sono arrivati vescovi, come Scola che, oltre a carattere intransigente e poco più, cosa hanno lasciato?
    Mi pare, appunto, poco o nulla.
    Non vorrei che Martini fosse celebre per molte cose, sopratutto per l’apertura, Tettamanzi per l’accoglienza, e poi invece Scola per aver fatto poco o nulla e Delpini addirittura per aver cercato di insabbiare certi processi.
    Si dice che non ci sono più preti o politici di una volta, e qualcuno dice che i tempi di solito cambiano spesso in peggio.
    Probabilmente anche la chiesa lo dimostra, non dico in generale, ma certo che a Milano….

  2. Giuseppe ha detto:

    Quand’ero ragazzo provavo un senso di fastidio se mi parlavano dei bei tempi andati, anche perché essendo nato nel periodo immediatamente successivo a un conflitto devastante durato ben cinque anni che, oltretutto, aveva messo in ginocchio il paese e, prima ancora, una dittatura solo all’apparenza dolce ci aveva isolato dal resto del mondo, mi sembrava irragionevole.
    Sarà a causa dell’età, eppure oggi, stranamente, mi ritrovo a pensarla come quei vecchi, e a ragione, perché il paragone tra questi ultimi anni e quelli che li hanno preceduti è praticamente improponibile. Accostare Delpini a Tettamanzi o a Martini sarebbe assurdo in un mondo normale, figuriamoci adesso che di “normale” non c’è praticamente nulla. Solo dieci anni fa immaginare un governo fantoccio guidato da persone come Salvini e Di Maio (Conte vale meno di niente) sarebbe sembrata una spiritosaggine degna dei peggiori film della commedia all’italiana, perché perfino il miglior Berlusconi (ammesso che ci sia mai stato) sembrava già la parodia di uno statista. Soprattutto pensando a De Gasperi e quella generazione di politici e di spiriti illuminati che erano riusciti a tirarci fuori, a fatica, dalle sabbie mobili dell’ignoranza e della miseria.

  3. Luigi ha detto:

    Non ho conosciuto Tettamanzi, ma un caposcout che lo conosceva bene ed era in confidenza con lui me ne parlava bene. Bisogna riconoscere a Wojtyla di aver scelto bene gli arcivescovi di Milano Martini e Tettamanzi. E’ nota la richiesta di concedere agli islamici: “Una moschea in ogni quartiere” al Comune di Milano e la risposta di Salvini: “La Curia ha i soldi, dia pure le moschee agli islamici, il Comune non lo farà”. L’attacco pesante del ministro Calderoli e di Cossiga. Una considerazione personale: i leghisti e parte dei ciellini sono “fascisti” dentro. Ho scoperto che Merate aveva dato la cittadinanza onoraria a Mussolini e c’è stato il rifiuto a toglierla. I 5 stelle sono “brigatisti” dentro neri e rossi come penso lo sia stato Cossiga. Leghisti e 5 stelle non sanno cosa sia la socialdemocrazia, con la quale è possibile ritrovare la “sobrietà ritrovata” di cui parla Tettamanzi, del quale consiglio la lettura “Il vangelo della misericordia per le famiglie ferite”.

  4. diogene ha detto:

    … quando penso agli attacchi dei “signori” padani a dir poco grossolani, incivili, maleducati, rozzi, scortesi, sgarbati, sguaiati, villani, volgari ed ignoranti mi girano ancora gli zebedei!!!

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