Omelie 2016 di don Giorgio: QUINTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

2 ottobre 2016: QUINTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 56,1-7; Rm 15,2-7; Lc 6,27-38
Prima e dopo l’esilio babilonese: un cambiamento culturale
Il primo brano è l’inizio del messaggio di un profeta anonimo, che gli studiosi chiamano Terzo Isaia, e fa riferimento al ritorno degli ebrei dall’esilio babilonese nella terra di Giuda (VI secolo a.C.). Che cosa era successo durante l’esilio a Babilonia? Gli ebrei avevano vissuto una schiavitù solo umiliante, oppure avevano imparato anche qualcosa di buono dal contatto con i babilonesi?
Prima dell’esilio, gli ebrei erano vittime di un esclusivismo esigente e duro, destinato a mantenere pura la propria fede e a non mescolarsi con altre divinità e con gli usi e costumi di popolazioni straniere. Ma la cosa strana era che, mentre i re facevano i comodi loro, sposando anche donne straniere (è il caso del Acab, re d’Israele, che aveva sposato Gesabele, figlia del re di Tiro, la quale introdurrà in Samaria il culto di Baal e di Astarte), il popolo doveva obbedire alle leggi che proibivano qualsiasi contatto con gli stranieri.
Commenta don Raffaello Ciccone: «L’esperienza faticosa della convivenza con un popolo pagano e vincitore ha obbligato gli esuli ebrei a grandi riflessioni e maturazioni. E comunque è stata una convivenza con un popolo straniero di alta cultura. La convivenza dell’esilio ha fatto loro ripensare ad atteggiamenti diversi. Ha fatto superare paure e pregiudizi. Anche a Babilonia, hanno incontrato uomini e donne di fiducia, giusti, portatori e portatrici di valori condivisi.».
Ma non tutti gli ebrei avevano imparato la lezione. Ci fu chi, anche tra le guide politiche e religiose, aveva ripreso diffidenze e sospetti, ritenendo che la vera fede consistesse nel rifiutare ogni straniero.
Entra in scena il profeta
Ed ecco che entra in scena il profeta, uomo aperto, sereno, libero da pregiudizi, che sa cogliere in modo più profondo il significato della vita umana: tutto il mondo è stato creato da Dio e tutti sono un richiamo alla bontà del creatore. Bisogna abbandonare gli esclusivismi e ritrovare una unità di popolo, attorno al Dio creatore e salvatore. Il profeta annuncia che adesso, per volontà del Signore, potranno aderire al popolo santo anche coloro che prima erano esclusi come lo straniero e l’eunuco (preso a simbolo di portatori di difetti fisici), purché vivano le esigenze dell’Alleanza.
E oggi?
Sembra chiaro il messaggio anche per l’uomo d’oggi, ancora intrappolato in un fondamentalismo cieco e ottuso, in un razzismo esclusivista degno dei tempi più bui della storia. Magari non lo diciamo, ma quanta diffidenza, ad esempio, verso le coppie miste per razza o per credenze religiose! Forse è perché la parola di Dio è relegata nelle catacombe dei pregiudizi duri a morire, o forse perché l’egoismo domina la mente di poveri dementi, che credono di avere la missione di tornare nel più squallido Antico Testamento, quando però i re o i capi facevano i loro porci comodi, mentre il popolo doveva subire angherie, tenuto schiavo di un analfabetismo senza futuro. La vera Storia non è nelle mani di imbecilli che fanno presa sugli umori della pancia, vista come il centro del mondo, ma sarà l’opera degli spiriti liberi dai pregiudizi razziali, culturali e religiosi: questi spiriti liberi prima o poi riusciranno a liberare la mente della massa dalla schiavitù di mentecatti sempre pronti a togliere il vero futuro alle nuove generazioni.
I forti e i deboli
Passiamo al brano di San Paolo. Il capitolo 15 inizia con il riferimento ai forti ed ai deboli: «Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi». Paolo è preoccupato delle tensioni esistenti tra quelli che lui chiama forti e quelli che chiama deboli. I forti sono coloro che ritengono sorpassate le osservanze dell’antica legge ebraica: per loro ciò che conta è credere nel Cristo risorto. I deboli, invece, sono coloro che, legati ancora alle antiche tradizioni religiose, continuano nella prescrizione dei cibi impuri, praticano la circoncisione. I deboli giudicano i forti come persone superficiali. I forti, a loro volta, disprezzano i deboli e li trattano da retrogradi, ignoranti, nostalgici. Paolo, che si colloca tra i forti, cerca però di fare il mediatore: raccomanda carità e rispetto reciproco nella comunità cristiana. Si deve particolarmente fare del bene al fratello, anche disposti a limitare la propria piena libertà, se questo fosse richiesto dall’amore dell’altro.
“A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra”
Passiamo al terzo brano. Non vorrei fare mie considerazioni. Don Angelo Casati ha fatto un bellissimo commento. Scrive: «Venendo al brano di vangelo che abbiamo ascoltato, mi sembra importante notare una cosa: Gesù non ha proprio l’aria di essere un ingenuo, uno che non conosce la vita, una persona disincarnata fuori dalla storia, fuori dalla concretezza delle situazioni, no, è uno che conosce e riconosce anche le ferite che vengono dalla vita: possiamo, secondo lui, incrociare nemici, persone che ci odiano e ci maledicono, persone che ci trattano male, qualcuno che ci percuote sulla guancia o che ci strappa il mantello. A parte che a volte potremmo essere noi questi! È la vita, sono le ferite che appartengono alla vita! Queste, e altre, le situazioni di disagio. Che cosa cambia? Che noi si possa reagire in modo nuovo, in modo diverso, fuori da quello che sembrerebbe ovvio, perché consueto, perché, diremmo, normale. Fuori cioè dalla logica della ritorsione, della amarezza, del disamore… Il vangelo ci chiede di mostrare un’altra faccia della vita. Che è la gratuità, la dismisura, la sovrabbondanza. Che è la faccia di Dio. Per questo Gesù racconta la faccia di Dio, perché ci lasciamo sedurre dalla sua gratuità: “Egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi”, “è misericordioso”. Se no, dice Gesù, che gratuità avete e come potete dire di essere figli di Dio? Che cosa fate in più dei pagani? Mostrate una faccia diversa. Forse in questo senso potremmo leggere l’invito di Gesù: “A chi ti percuote sulla guancia mostra anche l’altra”. Cioè mostra un’altra faccia, un modo diverso alternativo di reagire, mostra la faccia di Dio. La faccia che crea una novità buona sulla terra. E allora la domanda: sappiamo mostrare nella vita l’altra faccia, che è quella di Dio? Sapremo mostrarla? Perché non sia una mistificazione dirci figli di Dio, quando agiamo come i pagani».

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