Salvare vite non è reato. Il Gip smonta le accuse contro Carola Rackete

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POLITICA
02/07/2019 20

Salvare vite non è reato.

Il Gip smonta le accuse contro

Carola Rackete

Demolito l’impianto dell’accusa, Patronaggio accusa il colpo: “Troppe tensioni politiche”. Salvini su tutte le furie: “Sentenza vergognosa e politica”. E minaccia vendetta
By Claudio Paudice
Il Gip di Agrigento ha smontato su tutta la linea le accuse della Procura: Carola Rackete torna in libertà. E il ministro dell’Interno Matteo Salvini perde il controllo, attacca i giudici e annuncia una riforma della giustizia che, per toni e parole usate, ha il sapore della ritorsione politica nel momento più difficile per la magistratura italiana. Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto della capitana della Sea Watch che quattro giorni fa ha infranto il divieto di entrare nel porto di Lampedusa per far sbarcare i 40 migranti a bordo. Notizia per certi versi attesa, non era attesa però la demolizione dell’impianto dell’accusa guidata dall’ufficio di Luigi Patronaggio.
Nessuna misura cautelare disposta, come il divieto di dimora richiesto dai pm, ed esclusione del reato di resistenza a nave da guerra perché la motovedetta della Gdf ‘stretta’ tra la nave dell’Ong e la banchina non può essere considerata tale. Esclusione anche del reato di resistenza a pubblico ufficiale perché entrando in porto in piena notte Carola ha agito in adempimento di un dovere, quello di portare in salvo i migranti. Inoltre, secondo il giudice, il Decreto Sicurezza bis “non è applicabile alle azioni di salvataggio in quanto riferibile solo alle condotte degli scafisti”.
La demolizione dell’impostazione della procura ha innescato il disappunto di Patronaggio:  “La richiesta di convalida dell’arresto di Carola Rackete è stata respinta: si evince quanto sia difficile muoversi in una materia che sconta forti tensioni politiche in cui qualsiasi decisione uno prenda ha sempre paura di sbagliare”, ha detto durante l’audizione in Commissione Antimafia, insinuando in altre parole che la decisione del gip sia stata influenzata dal clima politico acceso intorno alla vicenda. Carola torna quindi libera. Patronaggio aspetterà di leggere le motivazioni prima di valutare l’impugnazione: “Il nostro punto di vista era  diverso. Per noi era necessitata l’azione di salvataggio e non era necessitata invece la forzatura del blocco, che riteniamo un atto un pò sconsiderato nei confronti della vedetta della Guardi di Finanza. E’ evidente però che si rispettano le decisioni dei giudici”.
Il Prefetto di Agrigento ha già firmato intanto il provvedimento di allontanamento dall’Italia della capitana della Sea Watch, che sarà accompagnata alla frontiera dalle forze dell’ordine. Non prima però della convalida da parte dell’autorità giudiziaria, e certamente dopo il 9 luglio, quando Carola sarà di nuovo ascoltata dai magistrati in relazione all’altro filone dell’indagine, quella sul favoreggiamento di immigrazione clandestina.
La misura del Prefetto di Agrigento segue di pochi minuti il duro intervento del ministro Salvini. Aveva da poco finito di scattare selfie e scherzare sulla sua passione per gli hamburger durante il ricevimento nei giardini di Villa Taverna per i festeggiamenti dell’Indipendenza americana, quando la notizia della liberazione di Carola gli rovina umore e appetito. “Una fiaba pessima, horror, surreale. Non ho parole. Cosa bisogna fare per finire in galera in Italia? Mi vergogno di chi permette che in questo paese arriva il primo delinquente dall’estero e disubbidisce alle leggi e mette a rischio la vita dei militari che fanno il loro lavoro. Se stasera una pattuglia intima l’alt su una strada italiana chiunque è tenuto a tirare diritto e speronare un’auto della polizia”.
Parole forti persino per il ministro più sgraziato di sempre, Salvini abbandona ogni freno istituzionale: “Permettetemi lo sfogo, sono arrabbiato e indignato, lo faccio a nome dei militari italiani che ogni giorno rischiano la vita e meritano rispetto, non sentenze vergognose che liberano i delinquenti”. Poi l’annuncio di una riforma della giustizia, che non può essere letta diversamente, per l’uso delle parole e per la tensione del momento, da una vendetta del potere esecutivo su quello giudiziario: “Quanto è urgente la riforma della giustizia, cambiare i criteri di assunzione, selezione e promozione di chi amministra la giustizia in Italia. Questa non è la giustizia che serve a un Paese che vuole crescere”. È un affondo senza precedenti, in un momento, peraltro, di particolare tensione per i magistrati, alle prese con uno dei maggiori scandali della storia della categoria, quello sulla spartizione delle nomine per i vertici della Procura di Roma e di altri uffici da parte del Csm. Salvini non si tiene:  “E’ una sentenza politica. Si candidi signor giudice e cambierà le leggi, ma intanto le applichi senza interpretarle a vantaggio di chissà chi”.
L’alleato Luigi Di Maio si dice “sorpreso dalla scarcerazione di Carola Rakete”, ma nulla dice sulle parole usate dall’omologo leghista. “Io ribadisco la mia vicinanza alla Guardia di finanza in questo caso. Ad ogni modo il tema è la confisca immediata della imbarcazione. Se confischiamo subito la prossima volta non possono tornare in mare e provocare il nostro Paese e le nostre leggi”.
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03/07/2019

L’Ordinanza del Gip su Carola:

la ricostruzione

e il perché non ha infranto la legge

L’odissea della Sea Watch ripercorsa nelle carte del magistrato. La capitana non solo non ha violato le norme, ma lo avrebbe fatto se avesse agito diversamente
By Maria Antonietta Calabrò
L’Ordinanza del Gip di Agrigento con la quale ieri sera è stato annullato l’arresto della capitana della Sea Watch 3 Carola Rackete è uno straordinario documento giudiziario  che ricostruisce ora per ora l’odissea della nave a partire dal 12 giugno 2019.
E dimostra nei fatti e in base al diritto internazionale recepito da decenni nel nostro Paese che la Capitana Carola non solo non ha infranto la legge portando i migranti a Lampedusa, ma l’avrebbe fatto se avesse agito diversamente. Potenzialmente, potrebbe essere contestato ad altri (ministri, uomini delle forze dell’ordine, eccetera) la violazione di quelle norme.
In base agli atti stessi della Guardia di Finanza (Guardia di Finanza prot. n. 0369315/2019 del 29/06/2019) – che nel documento il Gip riporta testualmente – emerge infatti la cronologia esatta degli eventi, al di là di ogni propaganda. In base agli atti sequestrati e alle dichiarazioni della Capitana.
Il Giudice annota che la Capitana Carola Rackete ha riferito, durante il suo interrogatorio, con precisione i 17 giorni a bordo della Sea Watch, a cominciare dalle operazioni di salvataggio effettuate il 12 giugno 2019:
“Era un gommone – queste le dichiarazioni di Carola – in condizioni precarie e nessuno aveva giubbotto  di  salvataggio, non  avevano benzina per raggiungere alcun posto, non avevano esperienza nautica, ne avevano un equipaggio”.
Nel corso della mattina del 12.06.2019, la nave Sea Watch 3, battente bandiera olandese, effettuava quindi il soccorso di 53 persone nella c.d. Zona SAR libica, alla distanza di 47 miglia nautiche dalle coste di tale paese. La Sea Watch 3 era venuta a conoscenza della presenza di una potenziale situazione di distress da parte dell’aereo “Calibri” che effettua monitoraggio in mare a distanza.
La suddetta situazione concreta – secondo il magistrato – “fa sorgere l’ obbligo per il Comandante della nave, di prestare i soccorso alle persone trovate in mare in condizioni di pericolo (art. 98.1 UNCLOS)”.
Quindi, accolte le persone a bordo, – ha documentato la Capitana – veniva richiesto via mail il coordinamento delle operazioni di soccorso e l’ indicazione di un porto sicuro (come certificato dallo scambio di mail allegate agli atti processuali e sequestrate nei computer di bordo dopo l’arrivo a Lampedusa) ai centri di coordinamento dei soccorsi in mare di “Libia, Olanda perché la nave batte bandiera olandese, Italia e Malta, perché erano le più vicine. Il centro di coordinamento è responsabile di indicare il luogo col porto più sicuro. Verso mezzanotte la guardia costiera libica ci ha detto di indirizzarci verso Tripoli”.
“A questo punto io ho capito – continua il racconto della Capitana –  che non potevamo indirizzarci verso Tripoli perché non sicuro, perché lì vi erano stati per altri casi diverse violazioni  dei diritti umani.  La Commissione  europea  ci dice che il porto  di  Tripoli  non è  sicuro” (così testualmente il verbale di interrogatorio nell’udienza di convalida).
Si è trattato di una decisione corretta, secondo il magistrato di Agrigento:
“La decisione in tal senso assunta dal Capitano della nave Sea Watch 3 risultava dunque conforme alle raccomandazioni del Commissario per i Diritti umani del Consiglio di Europa e a recenti pronunce”.
IL CASO DELLA TUNISIA
L’ordinanza affronta poi l’eventualità di un approdo in Tunisia, una circostanza che è stata molto cavalcata dai social network per attaccare la Capitana.
Scrive il Gip:
“Venivano, altresì, esclusi i porti di Malta, perché più distanti, ma anche quelli tunisini, perché secondo la stessa valutazione del Comandante della nave, “in Tunisia non ci sono porti sicuri ”. Circostanza che riferiva risultarle “da informazioni di Amnesty Internationl”; sapeva, inoltre, “di un mercantile con a bordo rifugiati che stavano da 14 giorni davanti al Porto della Tunisia senza potere entrare ”.
Tra l’altro, Malta non ha accettato le previsioni che derivano dalle modifiche alla convenzione SAR introdotte nel 2004. La convenzione di Amburgo del 1979 prevede  infatti – ricorda l’ordinanza del Gip – che gli sbarchi dei naufraghi soccorsi in mare debbano avvenire nel “porto sicuro” più vicino al luogo di soccorso. Questa significa che le persone tratte in salvo devono essere portate dove “la sicurezza della vita dei naufraghi non è più in pericolo, le necessità primarie (cibo, alloggio e cure mediche) sono assicurate; può essere organizzato il trasferimento dei naufraghi verso una destinazione finale”.
Secondo le valutazioni del Comandante della nave, quindi, la Tunisia non poteva considerarsi  un luogo che fornisse le garanzie fondamentali ai naufraghi, conformemente alle previsioni della Convenzione di Amburgo (convenzione SAR) e alle linee guida sul trattamento delle persone in mare, adottate dal Comitato per la sicurezza dell’IMO, in base alle quali sia per gli stati contraenti, sia per il comandante della nave sussiste l’obbligo di soccorso e assistenza delle persone, e di sbarcare i naufraghi in un posto sicuro. Inoltre, la Tunisia non prevede una normativa per i rifugiati, quanto al diritto di asilo politico.
“Alla luce del suddetto quadro normativo, delle sue conoscenze personali in ordine alla sicurezza dei luoghi, e avvalendosi della consulenza dei suoi legali, il Comandante Carola Rackete si approssimava alla acque di Lampedusa, ritenendolo “porto sicuro” e più vicino per lo sbarco e chiedeva, invano, alle autorità italiane di poter entrare”.
Il documento continua:
Nei pressi delle acque territoriali italiane, il Comandante scriveva continue email alle autorità competenti, reiterando le richieste di sbarco ed evidenziando “casi medici urgenti” a bordo. Infatti, già nella notte tra il 13 e 14 giugno, la “Sea Watch 3″ si portava  alla  distanza  di 17  miglia nautiche dall’isola di Lampedusa – primo porto incontrato sulla propria rotta – mantenendosi  al di fuori delle acque territoriali italiane; nella giornata del 14 giugno, la “Sea Watch 3” reiterava  la  richiesta  di  POS  alle  autorità  italiane e maltesi, indicando le condizioni di vulnerabilità in cui versavano le persone soccorse.
IL MINISTERO DELL’INTERNO ENTRA IN CAMPO
Alle ore 23:11 del 13 giugno, il Ministero dell’Interno inviava invece, a valore di notifica, una email alla motonave Sea Watch 3 con la quale ribadiva l’obbligo di rivolgersi alla Autorità SAR competente per territorio e con la quale la intimava a non entrare in acque di competenza italiane, in quanto l’eventuale ingresso sarebbe stato pregiudizievole per l’ordine pubblico e il passaggio in acque nazionali sarebbe stato considerato non inoffensivo. Ma il giudice di Agrigento scrive:
“Occorre evidenziare che i luoghi qualificabili come POS – e geograficamente più vicini a quello dell’evento SAR – erano costituiti dalle coste italiane e da quelle maltesi”.
Quindi  – secondo il magistrato – fin dall’inizio era certo che il porto sicuro doveva essere offerto o da Malta o dall’Italia.
Come conseguenza si può pertanto ritenere che  tutto il resto, come l’intervento dell’Olanda richiesto dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini, risulta, in base ai fatti, alle leggi e alle convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese, del tutto incongruo. E che per oltre quindici giorni uno stillicidio di controlli medici a bordo, di controlli di polizia e operazioni dei mezzi navali italiani (con i relativi costi) per portare a terra a più riprese molti casi medici urgenti tra i naufraghi, sono stati del tutto evitabili.
L’ENTRATA IN VIGORE DEL DECRETO LEGGE SICUREZZA 2
Nella giornata del 14 giugno 2019 veniva pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge 14 giugno 2019 n. 53, recante al capo 1 “disposizioni urgenti in materia di contrasto all’immigrazione illegale e di ordine e sicurezza pubblica”, che modificava il Testo Unico in Materia di Immigrazione, D.lgs. 25 luglio 1998 n. 286, inasprendo le sanzioni per alcune fattispecie delittuose legate all’immigrazione clandestina. Ed è stato proprio in forza di questo decreto legge che, come annota il magistrato, il giorno dopo viene promulgato un Provvedimento Interministeriale a firma del Ministro dell’interno, di concerto con ii Ministro della Difesa e con il Ministro delle Infrastrutture e Trasporti, con il quale veniva disposto il divieto di ingresso, transito e sosta della nave Sea Watch 3 nel mare territoriale nazionale.
RISCRITTO  ANCHE L’EPISODIO DELLO “SCONTRO” IN PORTO
Anche l’episodio del presunto speronamento della barca della guardia di finanza nel porto di Lampedusa  viene ricondotto ai suoi termini reali.
“All’1 :40 circa, l’unità della Gdf V808 si dirigeva verso la banchina commerciale, cosi frapponendosi fra la detta banchina e la motonave, nel tentativo di impedire l’attracco della Sea Watch 3, che alle ore 01:45, durante le manovre di ormeggio presso la suddetta banchina, urtava l’unità della GDF V808 che, però, riusciva a sfilarsi e ad ormeggiare poco distante dalla nave”.
Ecco, insomma c’è stato un urto e la barca Gdf (che in ogni caso non si può considerare una nave da guerra, con le relative protezioni del codice penale) si è riuscita a sfilare, dopo aver tentato di bloccare l’ormeggio, che era del tutto lecito in base alle leggi vigenti. Il Gip scrive che “le unità navali della Guardia di finanza sono considerate navi da guerra solo quando operano fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia una autorità consolare”, al contrario nel caso della Sea Watch “la nave della Gdf indicata nell’atto di incolpazione operava nelle acque territoriali, all’interno del Porto di Lampedusa”.
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Superato il confine dell’intimidazione

Gian Carlo Caselli Magistrato
03/07/2019
Si può perdere il senso della misura ricoprendo contemporaneamente le cariche di vice presidente del consiglio e di ministro degli interni ( oltre che di segretario del proprio partito)? Alcuni spunti di riflessione al riguardo sono offerti da Alfano e Salvini, per vicende che coincidono appunto con la concentrazione nelle loro mani di tali cariche. Nonostante le responsabilità di governo, il primo (maggio 2013) aveva disinvoltamente partecipato a pubbliche e vistose manifestazioni di piazza contro la magistratura di Milano, colpevole di aver condannato Berlusconi. Il secondo, oggi, è un fiume in piena che scarica attacchi, contumelie e insulti assortiti contro la GIP di Agrigento che, sul controverso caso dei naufraghi salvati da Carola Rackete, ha disatteso le sue aspettative.
In verità per Salvini si tratta di un “vizietto” che sembra prescindere dalle cariche governative. Perché già nel febbraio 2016, in un comizio in provincia di Torino, aveva usato parole leggiadre: “Qualcuno usa gli stronzi che male amministrano la giustizia; difenderò qualunque leghista indagato da questa schifezza che si chiama magistratura italiana che è un cancro da estirpare”.
Del resto, nel nostro Paese è da oltre 25 anni (esaurita la “parentesi” di Tangentopoli e Mafiopoli) che si registra trasversalmente, nei poteri forti, la tendenza ad avere dalla magistratura “servizi” piuttosto che decisioni imparziali, per cui i giudici indipendenti e gelosi di questo loro status sono mal tollerati. Con un crescendo di semplificazioni da osteria, ossessivamente riproposte fino a trapanare i cervelli (a forza di ripeterle anche le fandonie più clamorose – un classico quella dei giudici che fanno politica – finiscono per sembrare vere…); con il dilagare dell’idea, terribilmente italiana, di una giustizia “à la carte” valida per gli altri ma mai per sé; con la perversa pretesa di valutare gli interventi giudiziari unicamente in base all’utilità per sé e per la propria cordata. Un quadro che – oggi come ieri – pone il problema se sia giusto gettare pregiudizialmente fango su un magistrato sol perché non è in sintonia con le tesi care al potere, applaudendo invece, sempre a priori, il magistrato che “piace”. Che poi significa chiedersi dove sta la linea di confine fra attacco e intimidazione.
Intimidazione che ormai sembra potersi addirittura trasferire nella riforma della giustizia che sull’onda delle polemiche di questi giorni viene preannunziata a gran voce, con toni di vendetta. Ultimo capitolo di un malvezzo che si è articolato a colpi di “leggi ad personam”, lodi assortiti, commissioni bicamerali e sistematici dinieghi di autorizzazioni a procedere. Con sullo sfondo una “inefficienza efficiente”, vale a dire l’irredimibile agonia di un sistema giustizia che per certi versi appare funzionale alla tutela di chi non vuole mai pagare dazio.
Un circolo vizioso, finalizzato a “limare le unghie” della magistratura, che si dovrebbe spezzare nell’interesse dei cittadini. Perché l’indipendenza della magistratura è un loro privilegio, non un privilegio della “casta” dei magistrati, posto che costituisce l’unica speranza di poter aspirare ad una legge uguale per tutti. Una speranza che la separazione delle carriere (per arrivare subito al dunque) affosserebbe del tutto. Mentre occorre difenderla anche dall’avvelenamento dei pozzi che una parte della stessa magistratura (con le pratiche vergognose ed autolesionistiche rivelate dalle cronache) va realizzando, servendo su un piatto d’argento – a chi non aspetta altro – l’occasione di regolare finalmente i conti coi giudici.
Intendiamoci: il “primato della politica” è un fatto incontestabile. Il governo della società e il motore del “vivere giusto” possono stare soltanto in azioni politiche e non in provvedimenti giudiziari. Sbaglia dunque chi pone in contrasto, o in concorrenza,politica e giurisdizione. La questione è altra e riguarda le modalità di governo delle società complesse. Il caso di Carola Rackete è diventato anche il caso di un ministro della Repubblica cui sembra stare stretto il modello costituzionale vigente, che sul punto è netto: il primato della politica non è assoluto e la sovranità si esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. Di qui la previsione, fin dall’articolo 1, della necessità – in ogni potere democratico – di limiti prestabiliti e l’esistenza di una sfera “non decidibile” (quella della dignità e dei diritti di tutti), sottratta al potere della maggioranza e presidiata da custodi estranei al processo elettorale, ma non alla democrazia. In particolare una magistratura indipendente, non soggetta o condizionata da alcun palazzo o potentato.
È il sistema del bilanciamento dei poteri: indebolirlo significa incidere sulla qualità della nostra democrazia, laddove è necessario invece operare tutti insieme – politica e magistratura – contro il pericolo (anche remoto) di una “tirannide della maggioranza” di cui scriveva – quasi due secoli fa – A. de Tocqueville.

 

1 Commento

  1. Giorgio ha detto:

    Diceva un vecchio adagio: Per i nemici la legge si applica mentre per gli amici la si interpreta.

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