La colpa è del Bajon. L’insostenibilità del turismo di massa

www.ilcambiamento.it
02-09-2019

La colpa è del Bajon.

L’insostenibilità del turismo di massa

di Sonia Savioli 
Una volta si chiamavano “vacanze”. Parola che aveva il significato di tempo vuoto, cioè vuoto dagli impegni assillanti del lavoro o dello studio. Oggi, che tutti vivono in città, o comunque vivono come quelli di città, in ambienti malsani e con ritmi innaturali, le vacanze non ci sono più. Ci sono i viaggi e il turismo di massa.
“La colpa non è mia è colpa del bajon, mi piace immensamente il ritmo del bajon. Se faccio una pazzia è  senza l’intenzion, in fondo è tutta colpa del  bajon”
Una volta si chiamavano “vacanze”. Parola che aveva il significato di tempo vuoto, cioè vuoto dagli impegni assillanti del lavoro o dello studio. Tempo da riempire col riposo, lo svago, la lettura, il conversare e, sopratutto, con il ritorno alla natura e il suo godimento salutare per il corpo e lo spirito. Le vacanze, infatti, riguardavano la gente di città, che viveva in un ambiente malsano e con ritmi innaturali, e che aveva bisogno di ritemprarsi, rigenerarsi e disintossicarsi fisicamente e moralmente tra campi e boschi, rive di mare o di laghi. Oggi, che tutti vivono in città, o comunque vivono come quelli di città, in ambienti malsani e con ritmi innaturali, le vacanze non ci sono più. Ci sono i viaggi e il turismo di massa.
Massa: “Quantità di materia unita in modo da formare un tutto compatto di forma indefinita”.
Cultura di massa: “Quella diffusa nei vari strati sociali grazie alla stampa, alla pubblicità, ai mezzi audiovisivi”.
Spinti alla competizione e all’ostentazione anche nei viaggi e nelle vacanze dai “mezzi di comunicazione di massa”, gli esseri umani diventano “strati” e “materia compatta di forma indefinita”, priva dunque di discernimento, responsabilità, capacità di deduzione e intuizione: priva di coscienza. Solo questo può spiegare perché, avendo otto anni di tempo per mantenere il riscaldamento globale entro un grado e mezzo, e limitare così distruzioni immani e catastrofi anche umane, o undici anni per restare entro i due gradi e scongiurare forse l’estinzione futura pressoché totale della vita sul pianeta, la massa umana, il 24 luglio del 2019 anno di disgrazia, abbia fatto in modo di superare il record di tutti i tempi di voli aerei: 225.000 in un solo giorno. E la massa mediatica l’abbia annunciato con giubilo, invece che col grido di orrore che sarebbe stato opportuno.
Gli aerei sono responsabili del 5% dei gas serra che vomitiamo in atmosfera ogni anno, anzi lo erano perché il calcolo è vecchio di qualche anno e le emissioni aviatorie continuano ad aumentare. Calcolo di organizzazioni scientifiche non dipendenti dall’industria aereonautica, naturalmente, che invece minimizza.
Ma i carburanti che gli aerei bruciano non producono solo gas serra, inquinano in molti altri modi e, se tenete conto anche del fatto che una piccola percentuale degli umani, solo il 5%, viaggia in aereo e riesce a produrre già soltanto con questa sua abitudine il 5% del riscaldamento globale, la faccenda diventa ancora più inquietante. Soprattutto se il viaggio aereo è fatto per “svago” o per risparmiare qualche ora di tempo. Nel 1998 uno studio attuato per conto della Commissione Europea rilevava che le emissioni degli aerei “potrebbero avere un notevole effetto sulla chimica dell’atmosfera e sullo strato di ozono”.
Sono passati molti anni e le emissioni continuano ad aumentare e la massa mediatica non vi racconta che una parte di tali emissioni, quando l’aereo vola in alto in alto, un puntino luccicante nel blu dipinto di blu, vanno direttamente nella stratosfera e non tornano più giù. Più! Nessuna pianta, nessun vegetale può assorbirle, lassù.
Ma nel delirio consumistico-competitivo il viaggio è diventato un consumo, una competizione, un vanto, una corsa. Sempre di più e sempre più lontano, sempre più costoso e/o sempre più strano e improbabile. O almeno così crede il massaturista, che crede tra l’altro di scegliere mentre invece è spinto dalla pubblicità e dall’imitazione verso quelle mete sulle quali il mercato turistico globale ha deciso di puntare. Nella demenza finale anche i luoghi che si prevede il riscaldamento globale farà sparire, contribuendo così a farli sparire sicuramente e rapidamente.
Come ogni altro aspetto della vita del ricco Occidente e dei suoi collaterali, il viaggio è diventato conquista sociale, ostentazione, collezione, mania. Così, mentre sono in coda come alla cassa del supermercato, i ricchi turisti che arrancano uno dietro l’altro verso la cima dell’Everest, e ogni tanto ci lasciano le penne e sempre ci lasciano i loro rifiuti, credono di aver conquistato una superiorità rispetto al resto del genere umano. Semplicemente, ancora una volta, la superiorità del denaro e della sua ostentazione.
La guerra dei cosiddetti “viaggi”, sempre più frenetica, sta contribuendo grandemente a deturpare e distruggere ogni angolo del pianeta. Isole, spiagge, savane vengono cementificate per gli alberghi dei turisti; le baie diventano porti per i panfili o le navi da crociera; i rifiuti e i liquami di migliaia di persone che non badano a risparmiare riciclare riusare ma solo a consumare (è per quello che si viaggia, no? E poi, come si fa a riciclare, in luoghi dove non c’è la raccolta differenziata!) finiscono molto spesso in mare, di notte e al largo, dove le correnti se ne incaricheranno. Duecento milioni di persone al mondo lavorano in tutti quei villaggi turistici, alberghi, resort del sud del mondo, con paghe da fame, senza orari e contando solo sulle mance per sopravvivere. Per questo sono così gentili e servizievoli, non l’avevate capito? E per questo le vacanze di lusso negli alberghi di lusso non sono più un lusso, se si scelgono come meta i paesi poveri. E non dite che non l’avevate capito.
Ad Angkor Wat enormi complessi alberghieri hanno svuotato la falda acquifera e dopo quasi mille anni di esistenza l’enorme e magnifico tempio rischia di crollare  perché il suolo sta cedendo: in pochi decenni i turisti armati di macchina fotografica e poi smartphone sono riusciti a fare quello che nemmeno la giungla aveva fatto in dieci secoli.
A Pompei spariscono i mosaici pezzo per pezzo.
Nel più grande sito archeologico precolombiano del Messico, Teotihuacan, le piramidi si stanno sbriciolando per il calpestio di milioni di persone.
Nel parco Masai Mara, dove il massaturista va per vedere gli animali africani, a furia di disboscare per costruire alberghi e bungalow, gli animali stanno scomparendo.
Le navi da crociera stanno distruggendo le barriere coralline nei Caraibi.
I Masai vengono cacciati dalle loro terre per fare posto ai resort.
Negli alberghi di Zanzibar si consumano 1500 litri di acqua a persona al giorno, una famiglia di abitanti di Zanzibar ne consuma 93 al giorno; nei resort di Goa il turista consuma  1754 litri di acqua al giorno, l’abitante di Goa ne consuma 14; spesso gli abitanti di Goa si sono ritrovati senza acqua, i turisti no.
Dunque il massaturista potrebbe dire come Attila (che non lo disse) “dove passo io non cresce più un filo d’erba” o potrebbe paragonarsi ai Romani quando dissero “Cartago delenda est” e sparsero pure il sale sulle rovine per assicurarsi che nulla potesse più crescere in quei luoghi. Una differenza sta nel fatto che sia Attila che i Romani sapevano di compiere un’azione distruttiva e malvagia.
Il viaggio sarebbe un’altra cosa. Richiede tempo, lentezza. La lentezza che occorre, se non per affondare radici, almeno per tastare il terreno e nutrirsene. Nel viaggio vero non c’è nulla da ostentare, se non cultura, conoscenza, capacità di adattamento, spirito di osservazione, vivacità di sensi e di sentimenti, capacità di comunicare, empatia. Tutte doti spirituali che nel trionfo del mercato non hanno più valore. Per chi tali doti possiede, qualsiasi luogo sconosciuto, fosse anche a trenta chilometri da quello dove vive, può regalare l’esperienza del viaggio; può arricchire la mente, può imprimersi nel ricordo, permettere di conscere persone e ambienti inaspettati.
I 225.000 voli aerei in un giorno, invece, contribuiscono a distruggere luoghi vicini e lontani, contribuiscono alle tempeste che sradicano milioni di alberi sulle Alpi e gli Appennini, ai 38 gradi delle zone artiche con relativi incendi, ai tre mesi di siccità amazzonica che fomentano la sua riduzione in cenere, ai 50 gradi dell’India e alla sua siccità con un’infinità di morti umani e animali e piante.
Ma, naturalmente, non è colpa nostra. Aspettiamo che siano i governi a dichiarare l’emergenza climatica, e se poi agiscono in netto contrasto con quello che dicono, possiamo sempre criticarli. Certo, più grande è il potere di una persona, più grande è la sua responsabilità. Ma come potrà un qualsiasi politico contrastare il potere di quei 225.000 voli aerei in un giorno? Di milioni di persone che in questo come in ogni altro campo ogni giorno versano i propri soldi nelle tasche di chi inquina, distrugge, sfrutta, corrompe; di milioni di persone che ogni giorno, attraverso i propri consumi, manifestano una volontà precisa, anche se inconsapevole? La volontà di consumare tanto e possibilmente pagare poco, senza tenere conto di nessuna conseguenza. “La colpa è del bajon”.
L’aumento dell’effetto serra siamo tutti noi: con responsabilità piccole o grandi siamo tutti colpevoli. I soldi che versiamo tutti i giorni nelle tasche delle multinazionali e delle lobbies affaristiche globali, comprese quelle del turismo, nelle tasche degli schiavisti sfruttatori, dei petrolieri, della grande distribuzione, aumentano ogni giorno il loro potere. Perdipiù, le scelte che facciamo indicano ai politici dove tira il vento, che cosa è gradito alla massa, che cosa è “popolare”.
Dichiariamo la nostra personale emergenza climatica e teniamo fede alla dichiarazione, solo così avranno un senso e acquisteranno forza le lotte per l’ambiente, le manifestazioni, le iniziative per informare, i comitati per opporsi agli scempi ambientali. E, se proprio vi piace la competizione, che sia quella a chi consuma meno e meglio. Alla faccia del PIL e della criminale e micidiale crescita economica.

 

2 Commenti

  1. Giuseppe ha detto:

    Credo che una grossa responsabilità dei danni di cui si parla, sia della fretta che caratterizza la nostra epoca: tutto va fatto di corsa impiegando il minor tempo possibile.
    Non voglio fare a tutti i costi un elogio della lentezza, ma un po’ meno di frenesia non guasterebbe.
    Comunque, di pari passo con tutti questi disagi che sono reali, per fortuna si sta diffondendo, specialmente tra gli adolescenti e in particolare ragazze, anche una maggiore consapevolezza dei danni causati dall’uso INDISCRIMINATO dei mezzi di trasporto e dall’incuria (inciviltà?) di parecchi che non rispettano l’ambiente e il prossimo per una forma di menefreghismo. È innegabile d’altronde che le nuove tecnologie, così comode per certi versi, comportino anche un aumento dell’inquinamento, non solo atmosferico. Non conosco i dati relativi e quindi mi astengo dal citare questa o quella statistica.
    La cosa che non capisco e che mi preoccupa è la corsa al gigantismo di certi mezzi di trasporto, per esempio delle navi da crociera, che sembrano sempre meno imbarcazioni e assomigliano sempre di più a grattacieli e città galleggianti, con conseguenze disastrose in caso di naufragio (vedi Concordia) anche in termini di vite umane.

  2. Giorgio ha detto:

    Non capisco bene cosa voglia proporre questa Sonia Savioli. Mi sembra auspichi che l’umanità sia costretta a vivere senza spostarsi mai se non a piedi perché auto, pullman, treni ed aerei producono CO2; sia costretta a mangiare vegetariano perché gli allevamenti animali, mucche in particolare, producono una grande quantità di metano e sia limitato il riscaldamento a 10-15 gradi d’inverno per non peggiorare l’effetto serra.
    Ma lo sa questa Sonia che siamo in una fase di riscaldamento globale che durerà ancora circa 5-10.000 anni a cui l’uomo contribuisce per un 10% solamente. Poi si fermerà ricominciando una nuova glaciazione?
    Ed infine, siamo sicuri che la crescita economica sia criminale?

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