Omelie 2018 di don Giorgio: Penultima dopo l’Epifania

4 FEBBRAIO 2018: PENULTIMA DOPO L’EPIFANIA
Os 4,1-6; Gal 2,19-3,7; Lc 7,36-50
Parole in comune
Non credo che anche questa volta sia difficile trovare un collegamento tra i brani della Messa. Ci sono alcune parole in comune, anche se ognuna ha una terminologia diversa. Ed ecco: amore, sacrificio, olocausto, conoscenza di Dio (primo brano); legge e opere della legge, fede, giustificazione, Spirito santo (secondo brano); amore, peccato e perdono (terzo brano).
Mi direte: i vocaboli sono numerosi; basterebbe una riflessione anche solo su uno di essi per occupare tutto il tempo di una omelia. Più che soffermarsi su ognuno dei vocaboli citati, forse bisognerebbe cogliere il nesso profondo che eventualmente li collega. E il nesso, come potrebbe sembrare a prima vista, non è tanto l’amore come solitamente s’intende (un termine tanto vasto da occupare ogni angolo di questo mondo!), ma c’è qualcosa che va al di là dell’amore o, meglio, che dà all’amore il suo senso e ci porta all’origine.
Amore, sacrificio/olocausto
Nel primo brano troviamo l’invito del profeta Osea che parla in nome di Dio: «Voglio l’amore e non il sacrificio». Gesù raccoglierà questo appello, quando, accusato dai farisei di sedere a tavola con i pubblicani e i peccatori, risponde alle critiche dicendo: «Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici». Invece che amore, Gesù usa la parola “misericordia”, che può avere diversi significati. In ogni caso, è chiara la distinzione tra l’amore o misericordia e il sacrificio o olocausto. L’amore investe la parte più nobile dell’essere umano, che si esplica anche in gesti di solidarietà o di accoglienza (ecco la misericordia), mentre il sacrificio o l’olocausto riguardava ai tempi del profeta Osea e di Gesù il ritualismo ebraico che si esercitava nell’offrire animali o altre cose al Signore.
È importante, a questo punto, dire qualche parola in più sul profeta Osea. Vissuto nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., nel regno settentrionale di Israele, Osea aveva sposato una donna, Gomer, la quale era una prostituta (forse una sacerdotessa dei culti degli indigeni cananei, culti della fertilità a sfondo sessuale). Osea l’amava così tanto che anche quando Gomer lo lascia per tornare alla sua antica professione, fa di tutto di riconquistarla. Si discute se il matrimonio, narrato nei primi tre capitoli, sia da intendere come un evento reale, interpretato simbolicamente, oppure come un racconto puramente metaforico. Sta di fatto che Osea trasfigura la sua storia personale, facendola diventare una parabola dell’intera vicenda del popolo d’Israele: di fronte all’amore sempre fedele da parte del Signore, la “sposa” Israele aveva risposto con l’infedeltà dell’idolatria cananea, bollata appunto dal profeta come prostituzione e adulterio.
Osea in questo modo opera una svolta davvero radicale: la raffigurazione dell’alleanza tra Jahvè e Israele non è più modellata, come al Sinai con Mosè, sulla base di un rapporto tra un re e un vassallo, un rapporto diciamo “politico” tra due personaggi. Con Osea l’Alleanza viene rappresentata come una relazione d’amore tra due persone, con aspetti di intimità, di comunione, di spontaneità.
Questo tema nuziale verrà ripreso dai profeti successivi in forme diverse e costituirà un simbolo significativo anche per il Nuovo Testamento. Tra l’altro, nel capitolo 11 lo stesso Osea assumerà un’altra immagine, quella paterna (o materna), per definire il rapporto tra Dio e l’uomo. Come vedete, nulla di nuovo sotto il sole. Ma purtroppo, lungo i secoli, non solo il popolo d’Israele abbandonerà queste immagini (sposo e sposa, padre/madre e figlio o figlia), ma non si staccherà mai da un rapporto diciamo legalistico o padronale tra Dio e i suoi figli.
La religione, ogni religione, non ha mai interesse ad approfondire troppo il rapporto filiale tra Dio e gli esseri umani. Vuole sempre avere una sua parte nella mediazione.
Oggi, non ci sono più i sacrifici di animali, ma la parola “sacrificio” è rimasta come un dovere religioso di prestare il proprio culto a Dio. E la cosa imperdonabile è quando si deve sacrificare la propria libertà di coscienza, la propria libertà di pensiero, la libertà dello Spirito interiore. E la Chiesa lo fa, tirando sempre in ballo a proposito e a sproposito la virtù dell’obbedienza all’autorità costituita.
Amore e peccato 
Passiamo al brano del Vangelo. Ancora oggi gli studiosi discutono sulla interpretazione da dare alle parole di Gesù, che sembrano contraddirsi, in riferimento alla donna peccatrice che si era presentata durante un banchetto a bagnare i piedi di Gesù con le sue lacrime: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».
Un dato è certo: quella donna si era sinceramente pentita, e Gesù le aveva concesso il perdono per i suoi peccati. L’amore cancella i peccati: più si ama, più peccati si cancellano. Ma come intendere la parola “amore”? È qui il punto. Tocca alla religione o allo stato stabilirne le modalità e i confini, oppure spetta a Dio? Ma Dio dov’è che parla? Non parla forse nel fondo del nostro essere? Più si “è” interiormente, più si ama. E il vero peccato sta nel toglierci o separarci dal mondo del nostro spirito, e farci giudicare da una religione che detta norme e divieti su comportamenti, la cui moralità è tutta esteriore, privata della sua sorgente interiore.
Solo Dio può giudicarci anche nei nostri peccati, perché solo Lui vede nel nostro intimo.
Amore e Spirito santo
Qui entra in gioco anche san Paolo nella sua lettera ai Galati. Non è facile da capire ciò che intende dire l’Apostolo quando parla di legge e di grazia, di legge e di Spirito santo. Sembra dire che la legge è fatta per creare più peccati: se non ci fossero le leggi, non ci sarebbe neppure la possibilità di peccare. Non è il momento di provare quanta verità ci sia in questo rapporto tra legge e peccato: un’arma usata da tutte le religioni per soggiogare le coscienze! Creo più leggi, e ti costringo a dipendere dai miei mezzi di salvezza. Era successo con la religione ebraica, succederà poi con l’islamismo e succederà con il cattolicesimo. Non si tratta di togliere tutte le leggi, ma di farle dipendere non dal potere religioso, ma dallo Spirito santo, che è l’unica legge del nostro essere interiore.
La religione subito obietta: è pericoloso! Ognuno si fa la sua legge! Certo, dipende dalla maturità o dalla immaturità di chi si comporta, attenendosi alle leggi dello Spirito. Ma non credo che la religione, con tutte le sue norme e divieti, abbia educato ad essere maturi.

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