Lotta al cancro, le cure innovative che «dividono» l’Italia

da AVVENIRE
4 febbraio 2020

Lotta al cancro,

le cure innovative che «dividono» l’Italia

Vito Salinaro
I medici: «Troppe differenze di trattamento da regione a regione. L’Aifa uniformi l’offerta delle terapie e rimborsi i farmaci innovativi»
E se fosse il Sud, per una volta, a mettere in fila le più celebrate e ricche regioni settentrionali nella lotta al cancro? Qualche mese fa, a ottobre 2019, la Campania ha preceduto tutti fornendo gratuitamente ai pazienti con melanoma, il più aggressivo tumore della pelle, la combinazione di due molecole immunoterapiche – nivolumab e ipilimumab – efficaci soprattutto nei casi in cui il tumore ha sviluppato metastasi al cervello. «La terapia era stata approvata dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco, ndr) – dice Paolo Ascierto, direttore dell’unità di Oncologia sperimentale, melanoma, immunoterapia e terapie innovative dell’Istituto tumori di Napoli ‘Pascale’ – ma lasciata in fascia C, cioè quella in cui non è prevista la rimborsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale. La Regione Campania l’ha resa disponibile ma nelle altre regioni quando avverrà? I malati non possono aspettare».
Quello che arriva da Napoli è un esempio di come uno dei Paesi ai vertici mondiali nella lotta al cancro presenti difformità territoriali gravi. Denunciate ieri a Milano, alla vigilia della Giornata mondiale per la lotta al cancro, dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), che oggi inaugura un corso formativo destinato ai pazienti. Che l’Italia primeggi in tante classifiche non è un mistero. Qualche esempio? In 10 anni i pazienti vivi dopo una diagnosi di tumore sono aumentati del 53%. Erano 2.250.000 nel 2010, sono 3.460.000 oggi. E ancora: a fronte di un taglio degli investimenti nella spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil – si è passati dal 7% del 2010 al 6,5% del 2017, quando invece nell’Ue si arriva al 9,8% –, l’Italia ottiene risultati migliori rispetto alla media europea nella sopravvivenza a 5 anni in tumori molto frequenti: mammella, colon, polmone, prostata.
Ma allora cosa non funziona nel nostro Paese? «Non funzionano le differenze territoriali – spiega Giordano Beretta, presidente dell’Aiom e responsabile dell’Oncologia medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo– . Occorre che il Paese faccia uno sforzo definitivo perché tutti possano accedere alle cure più efficaci indipendentemente dal luogo in cui vivono».
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In Italia, in 10 anni, si registra un +53% di pazienti vivi dopo la diagnosi di tumore: erano 2,25 milioni nel 2010, oggi sono 3,46 milioni. I moderni trattamenti fanno la differenza ma si presentano a macchia di leopardo
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Già, le differenze. Eccone un’altra: la Lombardia, nel settembre 2019, ha stabilito, prima in Italia, la rimborsabilità dei test genomici per le donne con cancro alla mammella in stadio iniziale. Nicla La Verde, direttore dell’Oncologia dell’Ospedale Sacco di Milano, evidenzia perché il test può essere decisivo per affrontare la malattia: «La genomica fornisce straordinarie informazioni sulla natura dei tumori; in quello al seno aggiunge dati, come il diametro della massa tumorale o la sua stadiazione, che i parametri clinici non offrono. I test genomici sono in grado di predire l’aggressività della malattia in stadio iniziale e di stimare meglio il rischio di sviluppare metastasi. Grazie al test, alcune pazienti a rischio possono evitare la chemioterapia. Ciò può tradursi, da un lato, in un beneficio per le pazienti, dall’altro in un impatto favorevole sulla spesa sanitaria, elemento con cui anche i clinici devono confrontarsi».
Sempre nel tumore alla mammella, il più diffuso tra le donne, una «inaccettabile» differenza di trattamento viene rimarcata da Lucia Del Mastro, responsabile della breast unit del Policlinico San Martino di Genova: «Nelle forme che esprimono in quantità eccessiva una proteina che si chiama Her2 e che rappresentano circa il 1520% dei casi, l’ente regolatorio europeo (l’Ema, ndr) nel 2015 ha approvato pertuzumab, una terapia a bersaglio molecolare. È dimostrato che il farmaco, somministrato con la chemioterapia prima dell’intervento chirurgico, aumenta la probabilità di ottenere la scomparsa del tumore invasivo sia nel seno sia nei linfonodi, riducendo così le probabilità di ripresa della malattia. L’Aifa ha recepito l’indicazione europea ma nel 2017 ha deciso di non rimborsare la molecola». In questo modo, aggiunge Del Mastro, «si creano disuguaglianze sia rispetto agli altri Paesi europei che invece rimborsano la molecola sia all’interno del territorio nazionale. Nel 2020 assistiamo a disparità assurde e inaccettabili ». E racconta il caso di una sua paziente «inviata a Milano per fare il test, che si è vista rifiutata e costretta a tornare indietro perché non residente in Lombardia!». Addirittura, incalzano gli oncologi, in una stessa regione alcuni ospedali acquistano i farmaci più avanzati, altri, per ragioni di budget, non lo fanno. «Ma quando l’Ema – dichiara Del Mastro – approva un farmaco con una specifica indicazione, l’Aifa dovrebbe non solo recepire la decisione ma anche rimborsare la terapia. La situazione attuale crea difficoltà alle pazienti ma anche ai medici, che non possono seguire le linee guida internazionali che raccomandano i trattamenti più innovativi».
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La Campania brilla nella lotta al melanoma, in Lombardia test genetici d’avanguardia per il tumore al seno. Oggi la Giornata mondiale contro i tumori
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E le stesse reti oncologiche regionali oggi sono eterogenee, affermano dall’Aiom, proprio come i registri dei tumori. Eppure, osserva Massimo Di Maio, direttore dell’Oncologia dell’Ospedale Mauriziano di Torino, le reti rappresentano «il modello per garantire in tutto il nostro Paese l’accesso a diagnosi e cure appropriate e di qualità, per razionalizzare risorse, professionalità e tecnologie, e per arginare il fenomeno preoccupante delle migrazioni sanitarie». Discorso a parte meritano gli screening, utilissimi a prevenire le patologie tumorali: «Nel 2017 – riprende Beretta – l’adesione alla mammografia ha raggiunto il 55% e allo screening colorettale il 41%. Vi sono notevoli differenze fra Nord e Sud che vanno ricondotte anche alla diversa copertura. Per quanto riguarda la mammo-grafia, quest’ultima è praticamente completa nell’Italia settentrionale e centrale, al Sud invece solo 6 donne su 10 ricevono l’invito. Nello screening colorettale, al Nord e al Centro siamo vicini alla copertura completa (92% Nord, 95% Centro), il Sud invece è ancora sotto il 50%». Ma il problema è anche culturale visto che in molti, pur ricevendo una convocazione, la snobbano, pregiudicando un percorso che può salvare la vita.

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