Omelie 2017 di don Giorgio: PENTECOSTE

4 giugno 2017: PENTECOSTE
At 2,1-11; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20
Tra dubbi, interrogativi per una continua ricerca della verità
In questi ultimi tempi mi sto facendo diverse domande sulla Bibbia, sulla Liturgia, sulla dottrina della Chiesa sia nell’ambito morale che dogmatico.
Credo che porre domande non sia di per sé negativo, se è vero che i dubbi, fanno parte della nostra natura umana, che è sempre alla ricerca del vero, del bello e del buono, e che perciò non si accontenta di certezze assolute nel campo umano. Avere dubbi e porre domande possono essere momenti di riflessione e di approfondimento o, meglio, possibilità per scavare più a fondo nella verità, la quale, in quanto tale, verità infinita, non può essere delimitata, quasi racchiusa in blocchi intoccabili.
Bloccare la verità entro rigidi schemi o in dogmi assoluti è un’offesa alla nostra natura di ricercatori di verità e anche un’offesa allo Spirito santo che, come ha detto Gesù ai suoi apostoli prima di andarsene dalla terra, ha il compito di svelare a poco a poco per tutta intera la verità, ma, perché lo possa fare, chiede a ciascuno di noi una grande disponibilità interiore.
Naturalmente Gesù intendeva anche l’insieme del cammino dell’umanità, finché esisterà questo mondo. Finché esisterà un angolino e finché ci sarà un secondo da vivere su questa terra, ci sarà sempre la possibilità di cercare, di approfondire, e anche di goderci quel Divino in noi, che ci incanta proprio per la sua essenza divina.
Perché ho fatto questa premessa? Non vorrei che, ogniqualvolta rifletto anche sulle festività cristiane, qualcuno pensasse che mi diverta a porre qualche riserva o addirittura a distruggerle. Al contrario, se le ricorrenze liturgiche hanno perso o stanno perdendo il “sensus fidei”, ovvero il senso profondo della nostra fede nel Mistero divino, è perché si è continuato e si continua a festeggiarle, “consumando” come fosse qualcosa di esteriore quel Mistero che va oltre i sensi, oltre una celebrazione puramente rituale e soprattutto oltre una stanca abitudine, che ha allontanato tanti cristiani, anche con la scusa che queste feste cristiane non hanno più nulla da dire all’uomo d’oggi.
Festa della Pentecoste: che senso ha?
La Pentecoste, con la Pasqua, è la festa più importante dell’anno liturgico. Dico di più. La Pentecoste è il completamento del Mistero pasquale. Completamento non significa che chiude o pone fine al periodo pasquale. Anzi, la Pentecoste è la continuazione del Mistero pasquale, a piacere di quel Dio che solo lui sa quando cesserà questo mondo.
La Pentecoste, dunque, continua, ovvero tiene in essere il Mistero pasquale, nel senso che lo Spirito santo ci permette di vedere il Gesù di Nazaret o il Cristo storico, che è vissuto per più di trent’anni sulla terra, con gli occhi della fede come intelligenza, o con quell’occhio dello spirito che ci permette di cogliere la presenza del Divino in noi. In altre parole, la fede non è una credenza religiosa che si avvale di riti esteriori o di qualcosa di strettamente storico, come è stato ad esempio la vita terrena di Cristo: la fede è intelletto che, staccandosi dal sensibile, apre il mondo dello Spirito santo, e ciò avviene dentro il nostro essere interiore. Un monaco mistico del secolo scorso ha detto: «Cristo è molto meno reale nella sua storia temporale che nel mistero essenziale del mio essere».
E allora la Pentecoste che cos’è? È forse quell’evento straordinario, accompagnato da fenomeni spettacolari (vento, tuoni, magari lampi, ecc.) nello stile delle teofanie o apparizioni divine nell’Antico Testamento, o non è anzitutto e soprattutto, per non dire unicamente, la presenza dello Spirito santo nel nostro essere interiore? Chissà perché si richiamano le teofanie spettacolari di Dio nell’Antico Testamento, e non si ricorda mai o quasi mai la visione di Elia!
Elia, perseguitato dalla perfida Gezabele, s’inoltra nel deserto: stanco e sfiduciato vuole morire, ma un angelo del Signore lo invita a mangiare e a bere per riprendere le forze e così continuare il cammino verso il monte Oreb. Qui giunto, si rifugia in una caverna per passarvi la notte (già qui c’è un richiamo mistico alla caverna del cuore e alla notte come morte dei sensi). Ma il Signore gli dice: “Che fai qui, Elia?”. “… sono rimasto solo e tentano di togliermi la vita”. E Dio gli ordina: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Leggiamo il testo: «Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero (letteralmente: “sussurro di una brezza leggera”). Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: “Che fai qui, Elia?”».
E noi siamo ancora qui a cercare Dio nelle manifestazioni spettacolari? E allora come intendere la vera pentecoste dello Spirito santo?
Pentecoste come distacco 
Lo sto ripetendo spesso in queste domeniche di Pasqua: la vera Pentecoste, da intendere come rivelazione dello Spirito, è avvenuta sulla croce, quando Gesù, mentre muore, dona lo Spirito santo. Perché ci doni lo Spirito, Cristo deve lasciare, staccarsi dal suo corpo materiale. I mistici ricordavano spesso le parole di Gesù ai discepoli, riportate dall’evangelista Giovanni (16,7): “È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito (sta per Spirito come consolatore, avvocato, difensore, protettore, intercessore)».
Lo dice anche don Angelo Casati: «L’evangelista Giovanni colloca la Pentecoste la sera stessa del giorno di Pasqua o addirittura il giorno della crocifissione, quando Gesù, chinato il capo, consegnò lo Spirito”».
Poi è successo che, già qualche decennio dopo la morte e la risurrezione di Cristo, per una serie di complesse ragioni, tra cui quel voler a tutti i costi trasformare in cristiane le festività giudaiche, si è arrivati a stabilire la Pentecoste, a cinquanta giorni dopo la Risurrezione, quando, come ha fatto notare anche don Casati, l’effusione dello Spirito era già avvenuta sulla croce.
E, restando ai Vangeli, avete forse notato che si parli di Pentecoste? Nessun evangelista ne parla. Come mai? A parlarne è solo Luca, ma come autore del libro “Atti degli apostoli”.
È una domanda più che legittima.

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