Omelie 2016 di don Giorgio: PRIMA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

4 settembre 2016: PRIMA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 30,8-15b; Rm 5,1-11; Mt 4,12-27
Il Regno di Giuda cerca alleanze con l’Egitto
Contestualizziamo anzitutto il primo brano. Alla morte di Salomone (931 a.C. circa), terzo re d’Israele, successore e figlio del re Davide, cessa il Regno unificato di Giuda e di Israele. Le tribù del Nord avevano contestato l’autorità di Roboamo, successore di Salomone, e si erano organizzati nel Regno d’Israele, retto da Geroboamo, mentre quelle del Sud avevano costituito il Regno di Giuda, governato dalla dinastia davidica. Il Regno del Nord o d’Israele durerà fino al 720 a.C., quando l’Impero assiro occuperà la capitale Samaria, mentre il Regno del Sud, o di Giuda, durerà fino al 586 a.C., quando l’Impero babilonese distruggerà la capitale Gerusalemme e il Tempio.
Il capitolo 30 del Libro di Isaia, di cui fa parte il brano di oggi, riporta gli eventi intorno agli anni 705/701 a.C. Gli Assiri, dopo essersi impadroniti del Regno del Nord, ora minacciano il Regno del Sud. Per difendersi, i politici di Gerusalemme stipulano alleanze col Faraone, inviando delegazioni diplomatiche in Egitto. Sarebbe interessante leggere anche i primi sette versetti del capitolo 30. Viene descritto il cammino di questa ambasceria, che attraversa il deserto meridionale del Negheb, popolato di fiere e di pericoli terrificanti. Sono stati fatti anche numerosi sacrifici per raccogliere ricchezze e offrirle all’Egitto. Ma tutto sarà inutile. L’Egitto è chiamato col nome del mostro mitico Raab, che incarnava le forze del caos e del male: il profeta Isaia bolla la scelta del popolo ebraico come un’assurda idolatria.
La condanna del profeta
“Il giudizio su questa decisione malvagia” dei capi di Gerusalemme di cercare un’alleanza con l’Egitto “è formulato in una specie di “testamento spirituale”, che il profeta affida ad una tavoletta, cioè a un testo scritto. In esso si denuncia nettamente il rifiuto da parte del popolo eletto della vera profezia che insegna la volontà divina, la scelta della perversione e la fiducia nella potenza umana. Questo non può che causare una rovina clamorosa, raffigurata nell’immagine di una brocca che s’infrange in mille cocci”.
Due considerazioni
Anzitutto, diciamo che bisogna leggere la Bibbia anche da un punto di vista della concretezza politica. Non è che il profeta, in nome di Dio, invitava alla rassegnazione o alla passività di fronte all’alternarsi delle vicende politiche. Forse i profeti erano più realisti di quanto possiamo pensare. Nel caso in questione, Isaia non era d’accordo con l’alleanza politica con l’Egitto, e difatti ha avuto ragione. Diciamo che i profeti non sono fuori del mondo, ma hanno un fiuto anche politico preveggente.
Una seconda considerazione. Non si può non restare colpiti dalle parole del profeta che accusa così i connazionali: «Poiché questo è un popolo ribelle. Sono figli bugiardi, figli che non vogliono ascoltare la legge del Signore. Essi dicono ai veggenti: “Non abbiate visioni” e ai profeti: “Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni!  Scostatevi dalla retta via, uscite dal sentiero, toglieteci dalla vista il Santo d’Israele”».
Sì, i tempi cambiano, ma la gente ragiona sempre allo stesso modo: non solo non sopporta chi dice la verità, ma impone di dire le cose false o, meglio, cose comode. “Diteci cose piacevoli!”. Gli imbonitori sono coloro che parlano alla pancia della gente, e non sono mai mancati nel passato, e non mancheranno mai. Soprattutto quando c’è crisi, quando ci sono emergenze, quando la gente si sente minacciata, gli imbonitori ottengono consenso popolare. La gente non vuole sentire parlare di Politica che va oltre l’immediato, che apre orizzonti nuovi, che vede oltre la propria pancia. È difficile far ragionare la massa, tanto più che gli imbonitori da strapazzo colgono ogni occasione per screditare quei valori universali che non gonfiano la pancia. È triste, veramente triste vivere in una società di alienati, che non hanno mai il tempo, la voglia o la capacità di rientrare un po’ in loro stessi, e qui trovare la sorgente del bene e del male. Il bene sta nel mondo “spirituale” dell’essere, e il male sta nell’ego che vuole tutto per sé.
Terra di Zabulon e di Neftali
La pagina del Vangelo richiama il periodo storico del primo brano, quando Matteo cita le parole del profeta Isaia: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce».
Scrive l’evangelista che, quando viene a conoscere che Giovanni Battista è stato incarcerato, Gesù si ritira nella Galilea, lascia Nàzaret e va ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, terra abitata ancora da numerosi pagani. Abbiamo già detto che nel 732 circa a.C. il Regno del Nord o di Samaria era stato conquistato dall’Impero assiro: da allora quella terra diventerà terra di tenebra, abitata da popolazioni pagane mescolate a nativi, terra senza speranza e quindi abbandonata, disprezzata, misconosciuta e ritenuta lontana da una piena aggregazione di popolo di Dio. Ecco, proprio in questa terra inizia la missione di Cristo che fa sorgere finalmente la pienezza della luce.
“Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”
La prima cosa che Gesù invita a fare non è ribellarsi al regime romano, o a chissà quali ingiustizie sociali, o rivendicare chissà quali diritti. Ma il suo invito-imperativo è chiaro: “Convertitevi”, che significa: “Fermatevi, guardatevi nello specchio e cambiate strada”. In realtà la parola greca “metànoia” dice di più: “Cambiate mentalità, ovvero il vostro modo di pensare!”. Dal pensiero o dalla mente poi arriveranno gli stimoli o le luci per cambiare strada.
Ma il grosso problema è che siamo fuori strada, perché siamo fuori di noi, ovvero siamo all’esterno del nostro essere. Il regno di Dio non è qualcosa di esterno a noi: è già dentro di noi. È vicino, ma ancora lo sentiamo lontano, perché siamo fuori del nostro essere. Fuori, il regno di Dio è solo struttura pericolosa.
Il regno di Dio è una realtà del tutto spirituale, ovvero interiore. Per scoprirlo, occorre aprire gli occhi dello spirito, e non gli occhi fisici, o aggrapparci a qualcosa di strutturale.
“Convertitevi”, dunque, significa: “Tornate in voi stessi, e nel vostro essere troverete il Divino che cercate. Fuori, troverete solo mal-essere e confusione, tenebra e accecamento”.

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