Perché la tassa immobiliare è giusta e possibile

da Il Manifesto
EDITORIALE

Perché la tassa immobiliare

è giusta e possibile

Paolo Berdini
04.10.2019
È bastato che dal ministro per la Salute venisse una ragionevole apertura verso la progressività del pagamento sui ticket sanitari per ascoltare toni da Vandea. Tanto per fare un esempio, Il Giornale di mercoledì è arrivato addirittura a titolare “Arriva la sanità comunista”.
Ogni volta lo stesso copione: non appena si accenna ad applicare il principio costituzionale della progressività dell’imposizione fiscale scatta il finimondo. Il primo ministro Conte ha spento sul nascere ogni velleità redistributiva affermando che non se ne farà nulla. Ieri davanti alla platea di Assolombarda ha anche aggiunto che non è prevista alcuna tassa patrimoniale.
Pur comprendendo che è dannoso lanciare proclami senza che siano seguiti da concreti provvedimenti, questo atteggiamento di chiusura su ogni ipotesi di redistribuzione porterà, come diceva brillantemente ieri su queste pagine Alfonso Gianni, alla inefficacia di ogni prospettiva di cambiamento. L’obiettivo di privilegiare la parte più povera della popolazione può invece consentire alla sinistra e ai sindacati di aprire una stagione di proposte in grado di ribaltare le logiche che da trenta anni hanno premiato i ceti più abbienti.
Si potrebbe partire ad esempio dalla tassazione immobiliare. Da quel cespite vengono circa 23 miliardi e tutte le prime abitazioni, dagli alloggi che non superano il valore dei 200 mila euro (la stragrande maggioranza) a quello più ristretto degli immobili che hanno un valore superiore al milione di euro.
È una evidente ingiustizia sociale. Non si comprende come possa essere ancora tollerato che i proprietari di case dal valore di milioni di euro non debbano pagare un’imposta che non pesa assolutamente sul proprio reddito. È dunque ragionevole che in tempo di crisi per queste famiglie venga reintrodotto il pagamento differenziato dell’Imu. Si tratterebbe di una misura di equità e ragionevolezza.
Forse è proprio per scongiurare questa prospettiva che si sono alzate alte grida quando, pochi giorni fa qualche esponente del governo ha parlato di revisione dei valori catastali. È noto che sono tenuti al pagamento dell’Imu solo i pochi immobili classificati lussuosi (A1). La maggior parte degli altri sfugge al prelievo poiché ha una classificazione vetusta pur di fronte ad un valore reale altissimo.
L’amministrazione del catasto possiede questi valori e sarebbe possibile studiare in tempi brevi la soglia di valore in grado da esentare tutte le prime abitazioni del ceto medio e lasciare la tassa solo ai più abbienti.
Questa prospettiva potrebbe essere accompagnata anche da un altro provvedimento. Come è noto, tutti i possessori di seconda casa pagano – giustamente – l’Imu. Anche chi è proprietario di un unico alloggio nel comune di origine.
Case avute in eredità e oggi prive di rendita perché ubicate nell’Italia interna e nel sud dove a seguito della crisi del 2008 il loro valore è diventato pressoché simbolico. Non c’è quasi nessuno disposto ad investire in quegli alloggi perché la prospettiva è di non ricavarne nessun incremento di valore, visto che il mercato immobiliare è fermo. Così, oltre allo spopolamento, l’Italia minore sta subendo un diffuso degrado del patrimonio alloggiativo.
La tassa sulle prime case di alto valore economico potrebbe dunque essere utilizzata per esentare dal pagamento dell’imposta tutte le seconde case di valore immobiliare inferiore ad un certa cifra e ubicate nei comuni a forte declino economico e demografico.
Anche in questo caso occorre naturalmente trovare un valore di riferimento al di sopra del quale si continuerà a pagare l’imposta, ma è indubbio che le cifre risparmiate dalle famiglie più povere torneranno molto più utili degli 80 euro renziani.
Conte ha bloccato, per ora, la revisione delle modalità del pagamento dei ticket sanitari. Dobbiamo continuare la battaglia perché così si toglie consenso ai sovranisti della flat tax.
La sinistra deve tornare a difendere la maggioranza delle famiglie italiane colpite dalla crisi e per quanto virulenta sarà la campagna di interdizione dei giornali amici dei rentier, il messaggio delle nostre proposte arriverebbe all’opinione pubblica forte e chiaro. Non sarebbe un risultato di poco conto se vogliamo riaccendere una speranza di uguaglianza.
***
da Il Manifesto

Le cattive acque dell’economia

e la manovra «speriamo che me la cavo»

Italia Iva. Se si aumentano le aliquote per i beni di lusso bisognerebbe assicurarsi che la già elevatissima evasione fiscale non cresca del pari. Quindi avere un piano perché i dati raccolti elettronicamente non giacciano inerti ma vengano sottoposti ai necessari incroci per scovare gli evasori grandi o piccoli. Purtroppo l’evasione fiscale in Italia non riguarda solo i grandi ricchi ma è assai diffusa e anche per questo è difficile da combattere
Alfonso Gianni
03.10.2019
La nuova maggioranza e il seminuovo governo nati dopo l’autoaffondamento dell’ingordo Salvini avevano ed hanno il pregio di tenere lontana – almeno per il momento – la minaccia dei pieni poteri per il ministro della malavita, ma anche pesanti limiti che impediscono di esultare alla svolta, come si evidenzia nella discussione sulla Nadef.
L’incrocio di diversi divieti e dei timori di assumere decisioni che possano seppur lontanamente favorire la propaganda demagogica delle destre sta producendo una sostanziale paralisi nelle scelte di politica economica. Il presidente di Confindustria dà saggi di realismo dichiarando di non avere riposto grandi aspettative nella manovra. Persino la segretaria della Cisl confessa che la famosa discontinuità sul piano della crescita non c’è. Sembra meno ingenerosa la Cgil che giudica giusta la direzione, ma attende i numeri e la velocità.
Eppure il contesto nell’immediato si presenta meno aspro di altre volte. Il temutissimo spread viaggia sull’onda dei 140 punti; il 2,2% di deficit pare cosa acquisita; la Commissione europea si appresta a concedere al nostro paese una nuova flessibilità per 14 miliardi. Certamente pesa la minaccia di una nuova recessione su scala mondiale. Ce lo indicano i capovolgimenti dei rendimenti dei titoli di stato tra quelli a lungo termine e quelli a breve; lo conferma il tintinnio di spade sul fronte dei dazi e dei contrapposti protezionismi; lo sottolinea lo scivolamento nella recessione dell’ex locomotiva tedesca e delle economie ad essa strettamente collegate. Ma proprio per questo bisognerebbe sapere cogliere il momento per osare.
Invece, Renzi in testa, e si capisce ancor meglio il senso della sua scissione, appaiono alfieri del mantra “non si possono aumentare le tasse”, quando invece bisognerebbe domandarsi per chi. Basta guardare alla discussione attorno al ritocco dell’Iva, risoltasi in nulla.
L’idea di operare selettivamente, rimodulando le aliquote, non è una novità. Già il ministro Tria si era dichiarato sensibile al tema, partendo dall’assunto (sbagliato) che le imposte indirette sono meglio di quelle dirette. Altre autorevoli voci si sono aggiunte, anche nel campo degli economisti di sinistra pur in un diverso quadro. Ma per evitare che una simile scelta si capovolga nel suo contrario bisognerebbe mettere in atto un insieme di azioni e di norme che difficilmente potrebbero nascere sotto schiaffo dei controllori di Bruxelles.
Se si aumentano le aliquote per i beni di lusso bisognerebbe assicurarsi che la già elevatissima evasione fiscale non cresca del pari. Quindi avere un piano perché i dati raccolti elettronicamente non giacciano inerti ma vengano sottoposti ai necessari incroci per scovare gli evasori grandi o piccoli. Purtroppo l’evasione fiscale in Italia non riguarda solo i grandi ricchi ma è assai diffusa e anche per questo è difficile da combattere.
Bisognerebbe che i controlli incrociati si potessero fare senza violare le norme attuali in difesa della privacy, modificandole in nome di un interesse superiore. Servirebbe puntare alla prevenzione dell’evasione, e non solo alla sua repressione. Necessita una politica non un’operazione contabile. In voluta assenza di tutto questo era prevedibile che il governo ricadesse nella sterilizzazione delle clausole di cui siamo prigionieri dal 2011.
Così è anche per altre voci del bilancio, dal tema della sanità a quello del cuneo fiscale. Quest’ultimo viene dimezzato per l’anno che viene, come se l’incremento dei consumi popolari fosse ininfluente per dare una scossa a una stagnante economia. Mentre la riforma degli odiati ticket si arena sulle fasce di reddito familiari e viene compressa dentro un tetto annuo. Per non parlare della Green Economy, che avrebbe dovuto essere l’asse portante innovativo e che viene mortificata con la previsione di uno stanziamento ridicolo.
In questo modo le coperture vengono affidate al recupero fantasioso di 7 miliardi dall’evasione fiscale. “Io speravo che me la cavo” sembra essere l’insegna di questa Nadef. Ma la valutazione definitiva della Commissione europea ancora non c’è. Con il bricolage non si fa una svolta espansiva. Invece che tassare maggiormente l’acquisto delle mitiche Lamborghini, per poi lasciare tutto come prima, converrebbe pensare a misure patrimoniali, anche straordinarie, che colpiscano non tanto i consumi, ma ricchezze, redditi ed elevati profitti, con una congrua franchigia per tutelare i redditi bassi.
Ma Gualtieri ha già detto no. Dicono che una cosa del genere farebbe cadere immediatamente il governo. Appunto, ma questo dimostra proprio che la svolta reale non c’è.

 

1 Commento

  1. Pablito ha detto:

    Dunque gli alloggi che superano i 200.000 euri per questo tizio sarebbero tassabili in quanto cifre per ricchi. Non lo sa che nelle grandi città con quella cifra ti compri a malapena un miniappartamento in periferia?
    Ma dove vivono questi del manifesto?

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