Roma torna a riempirsi di monnezza. Cassonetti stracolmi, mancano gli impianti

da AVVENIRE
3 ottobre 2019
Rifiuti.

Roma torna a riempirsi di monnezza.

Cassonetti stracolmi, mancano gli impianti

Antonio Maria Mira
L’emergenza di oggi era largamente annunciata: la Regione aveva “salvato” la capitale grazie agli aiuti privati esterni, ma dopo l’estate la crisi è scoppiata
Per i rifiuti a Roma siamo nuovamente sull’orlo del baratro. E mentre il quinto Cda dell’Ama (l’azienda municipalizzata che gestisce la raccolta e lo smaltimento) si dimette denunciando «l’assoluta inerzia» dell’amministrazione Raggi, la città torna a riempirsi di “monnezza” e il Comune deve nuovamente appellarsi alla Regione Lazio e affidarsi all’aiuto esterno, un vero soccorso, di privati e altre regioni. Ma non è una sorpresa. «Da settembre si tornerà a soffrire», ci aveva detto un superesperto di rifiuti dopo l’ordinanza del presidente della Regione Lazio che aveva ‘salvato’ Roma grazie agli aiuti esterni, obbligando i privati a un ulteriore sforzo, peraltro ben pagato. Un provvedimento che ha permesso di arrivare ad agosto quando la città si svuota e i rifiuti prodotti diminuiscono. Ma con settembre i problemi sono tornati, anche perché soluzioni vere e durature non se ne sono viste.
«Servono gli impianti, tutti: gli impianti leggeri, i centri di raccolta, le piattaforme di selezione, i Tmb (trattamento meccanico-biologico per la selezione degli indiferenziati, ndr), e serve la discarica di servizio per gli scarti», ha detto il giorno delle dimissioni uno dei componenti del Cda, Massimo Ranieri. Ma tutto questo non è stato fatto. Neanche il minimo previsto nell’ordinanza: il pieno funzionamento dei siti di trasferenza e trasbordo, il potenziamento della flotta mezzi, il noleggio di un secondo impianto mobile di tritovagliatura, l’approvazione del bilancio Ama 2017 per garantire all’azienda stabilità finanziaria e credibilità e poter fare così bandi per mandare i rifiuti all’estero.
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L’emergenza di oggi era largamente annunciata: la Regione aveva ‘salvato’ la capitale grazie agli aiuti privati esterni, ma dopo l’estate la crisi è scoppiata. «Servono nuovi centri di raccolta, piattaforme di selezione, i Tmb, la discarica di servizio per gli scarti». Ma niente è stato fatto, neanche il minimo

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Chi si può fidare di un’azienda che da due anni non ha i bilanci approvati? Così lo scenario torna ad essere quello di luglio. Unica novità è stata il 10 settembre la revoca da parte della Regione dell’Autorizzazione integrata ambientale per il Tmb del Salario. Decisione peraltro scontata dopo l’incendio che lo aveva distrutto alla fine di dicembre 2018. Ma ora si sancisce definitivamente che la Capitale ha un solo impianto, il Tmb di Rocca Cencia. Un impianto costantemente sotto pressione, che fatica. Nelle scorse settimane un guasto da superlavoro lo ha bloccato per alcuni giorni ma nessuno se n’è accorto, grazie al minor carico di rifiuti estivo. Ora però dovrà assolutamente fermarsi, e non per poco, per una completa manutenzione. E continua la manutenzione dei due Tmb di Malagrotta del gruppo Colari (Cerroni), ancora in amministrazione giudiziaria. Doveva terminare a settembre, invece si slitterà a fine novembre.
Vengono così a mancare 500 tonnellate al giorno, non poche visto che Roma nel produce 3.300.
C’è poi il tritovagliatore mobile di Ostia, sempre dell’Ama, tanto osteggiato dai M5s locali. Secondo l’ordinanza di Zingaretti doveva andare a tutto regime, lavorando (in realtà è più o meno un frullatore) 300 tonnellate al giorno. Ma siamo fermi a 200 (diplomazia grillina), mentre non si ha notizia dell’altro tritovagliatore mobile che Ama doveva prendere in affitto. Restano così gli impianti dei privati di Aprilia, Viterbo e Frosinone. La sindaca Virginia Raggi per giustificare i rifiuti per strada aveva accusato proprio i privati di non rispettare gli accordi. In realtà solo la Rida di Aprilia sarebbe inadempiente, lavorando solo mille tonnellate invece di duemila. Ma si tratta di una vecchia e nota querelle. Prevedibile. E comunque anche questi sono Tmb, cioè impianti che si limitano a separare la componente secca dei rifiuti, da inviare poi a incenerimento, da quella umida che deve andare in discarica. Ricordiamo che nel Lazio ci sono un unico termovalorizzatore, quello di San Vittore, che sta funzionando parzialmente per la necessaria manutenzione, e tre discariche, Colleferro, Roccasecca e Viterbo, tutte quasi piene. Ecco perché l’ex Ranieri denuncia la necessità di realizzare una discarica.
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Il tritovagliatore mobile di Ostia funziona a capacità ridotta per l’opposizione dei grillini, il secondo (da affittare) non arriva, l’unico termovalorizzatore è in parziale manutenzione… Così il pattume finisce con costi altissimi in Abruzzo e Marche per la cernita, ma poi torna al punto di partenza: dove sarà smaltito?

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Ma nessuno la vuole. Tanto meno il Comune, in particolare la Raggi che dopo le dimissioni dell’assessore all’Ambiente, Pinuccia Montanari, si è tenuta la delega per i rifiuti. La sindaca sperava in una proroga dell’ordinanza fino a gennaio, per superare il periodo critico di Natale, Zingaretti ha concesso solo 15 giorni. Così i rifiuti continueranno ad andare in Abruzzo e prenderanno anche la via delle Marche, rispettivamente 4mila e 5mila tonnellate al mese. Che però saranno solo lavorate dai Tmb, poi toccherà a Roma riprendersi i rifiuti separati. Dove li smaltirà? Di sicuro i costi saranno molto alti. E nel frattempo peggiora la raccolta differenziata, scesa sotto il 43% e peggiorata come qualità. E di nuovi impianti non c’è traccia.

 

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