Omelie 2016 di don Giorgio: QUARTA DI AVVENTO

4 dicembre 2016: QUARTA DI AVVENTO
Is 450,1-11; Eb 10,5-9a; Mt 21,1-9
Avvento: lutto o speranza e gioia?
Se da una parte la figura di Giovanni Battista, uno dei protagonisti dell’Avvento – è noto anche come il Precursore, proprio per la sua missione di preannunciare l’apparizione pubblica del Messia – è sempre stata presentata dai Vangeli come un asceta, dai vestiti e dai modi molto rudi, e con una parola tagliente invitando tutti alla penitenza, e forse per questo la Chiesa dall’antichità ha scelto come colore liturgico il morello o il viola, d’altra parte è innegabile che, accanto a questo aspetto penitenziale, sia presente nei brani proposti dalla Liturgia anche l’aspetto di speranza e di gioia per l’attesa del Messia, ed è per dare più peso a questo secondo aspetto che, quando ero a Monte, pur contravvenendo alle indicazioni liturgiche, indossavo paramenti liturgici di colore verde.
“Consolate, consolate”…
Il primo brano della Messa è un esplicito invito alla speranza e alla gioia. Il Signore invita caldamente, con un reiterato imperativo, i suoi profeti o uomini di Dio a “consolare”: “Consolate, consolate”.
Siamo ancora nel VI secolo a.C.. Un profeta anonimo, che vive con il popolo ebraico, deportato a Babilonia, e che continua il libro delle profezie del primo Isaia, vuole garantire il suo popolo di una speranza grande e nuova: il Signore sta prospettando, attraverso gli avvenimenti della storia, la conclusione della “tribolazione”. In pratica viene annunciata la sconfitta di Babilonia da parte della potenza crescente di Ciro, re dei Medi e dei Persiani. Ma la profezia non è molto esplicita per timore di una reazione violenta da parte delle autorità babilonesi. Così il futuro viene raccontato riferendosi all’uscita dall’Egitto e alla liberazione ottenuta al tempo dell’esodo con Mosè.
“Consolate, consolate”: in altre parole: aiutate, senza mai stancarvi, a cogliere la novità e i segni di questa novità, parlando al cuore, perché sorgano pensieri e attese di speranza. L’esistenza è fragile ed è precaria – “come l’erba; secca l’erba, appassisce il fiore” –, e  perciò va sostenuta nella sua realtà più interiore.
“Consolate. Parlate al cuore”. È il nuovo che si affaccia e bisogna dare sicurezza: “Gridate”. Ogni ostacolo sarà superato: basta avere fede nel Signore. Il cammino da Babilonia a Gerusalemme non è stato mai diritto, dovendo superare il deserto. Sarebbe la strada più corta ma impossibile; quella possibile è di aggirare il deserto da Nord e quindi ridiscendere: circa 1000 Km, lo stesso tragitto che aveva percorso Abramo più di un millennio prima. Ma il Signore garantisce: “Una strada diritta vi sarà possibile: agevole, veloce”. Ci si renderà conto di essere fragili e inconsistenti, poveri di risorse e di progetti? “Non spaventatevi”. E se il Signore è “vento che dissecca”, è anche gloria che accompagna verso la liberazione, “è braccio che esercita il dominio”, “è pastore”.
Sacrificio o essenzialità?
Passiamo al brano della lettera agli Ebrei. Si parla di sacrificio, una parola che, presso le religioni, aveva un significato negativo, tanto da presentare la divinità come se fosse assetata di sangue, del nostro o del sangue innocente degli animali.
Pensate che cosa erano i sacrifici anche presso il popolo ebraico. C’era la convinzione che il sangue di più animali eliminasse un maggior numero di peccati degli uomini! Quale mostruosità! Lo stesso Paolo, e qui non possiamo essere d’accordo, aveva ancora una concezione sacrificale della redenzione di Cristo, come se il Padre avesse chiesto al Figlio il suo sangue per redimerci dal peccato, sostituendo quello degli animali.
Ed ecco le parole del brano di oggi: «Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà”». In altre parole, la legge è quella che parte dal cuore di un Dio che non è assetato di sangue, ma vuole il nostro bene, che è la riscoperta del nostro essere divino.
Se la Chiesa avesse compreso a fondo queste parole, non avrebbe trasformato il volere di Dio in stragi di sangue, e tuttora non costringerebbe gli esseri umani a sobbarcarsi a pesi inutili. Il vero sacrificio è togliere, eliminare il superfluo, e non aumentare leggi e leggi per sottomettere le coscienze.
L’ingresso di Gesù in Gerusalemme, paradigma dell’ingresso di Gesù nel mondo
Il brano del Vangelo solo apparentemente potrebbe sembrare fuori posto (che cosa c’entra l’ingresso di Gesù in Gerusalemme con l’Avvento?), in realtà ha un forte legame con la nascita di Gesù, che è ricostruita sul modello dell’ultimo incontro di Gesù con la sua Città. Non dimentichiamo che i racconti dell’infanzia di Gesù sono nati anni e anni dopo l’annuncio o kerigma pasquale (passione, morte e risurrezione di Cristo).
Pensate al grido di gioia della folla: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!». Matteo scrive che, alla nascita di Gesù, una moltitudine di angeli “lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli”. C’è di più. Gesù entra in Gerusalemme in groppa ad un asinello, e anche Maria, incinta di Gesù, probabilmente per andare a Betlemme ha percorso chilometri in groppa ad un asinello. C’è di più. L’ingresso di Gesù nella Città santa è stato all’insegna della pace. Ed è soprattutto questo aspetto di re pacifico, ovvero portatore di pace, che illuminerà e qualificherà i racconti della sua nascita. Torniamo al canto degli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”.
Dunque, tra i due ingressi c’è un legame profondo, ma è l’ingresso di Gesù in Gerusalemme ad aiutarci a capire il primo ingresso, ovvero la sua nascita. Possiamo allora dire che gli ultimi istanti dell’esistenza terrena di Gesù sono come un faro che proietta la luce divina sugli inizi della vita terrena del Figlio di Dio. In altre parole, bisogna partire dal Mistero pasquale, se vogliamo capire il Mistero natalizio.
Se il Mistero pasquale si risolve nella risurrezione di Cristo, ovvero nel  Cristo della fede o nel Cristo mistico, così il Mistero natalizio va oltre un evento storico: il suo senso profondo è la generazione e rigenerazione perenne del Verbo mistico in ogni essere umano. Se è così, cade ogni celebrazione rituale e cade la messinscena “oscena” di un evento storico, che viene ogni anno ricordato nella sua peggiore esteriorità. E non è per colpa dei pagani, che si sono ripresi la loro antica festa, ma è per colpa dei cristiani che sono diventati peggiori dei pagani.

 

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