Omelie 2017 di don Giorgio: PRIMA DI QUARESIMA

5 marzo 2017: PRIMA DI QUARESIMA
Is 58,4b-12b; 2Cor 5,18-6,2; Mt 4,1-11
Quaresima: anticamente periodo penitenziale e catecumenale
La parola ”quaresima” (deriva dal latino ecclesiastico “quadragesima”, femminile sostantivato dell’aggettivo “quadragesimus”, “quarantesimo” e pertanto significa propriamente “quarantesimo giorno (prima di Pasqua)”, ovvero l’inizio di un periodo di 40 giorni) non indica solo un numero, ma per il credente richiama una particolare manifestazione divina: per gli ebrei l’espressione “quaranta giorni” richiamava straordinari eventi del passato (i quaranta giorni del diluvio universale; i quaranta giorni passati da Mosè sul monte Sinai; i quaranta giorni che impiegarono gli esploratori ebrei per esplorare la terra in cui sarebbero entrati; i quaranta giorni di cammino del profeta Elia per giungere al monte Oreb; i quaranta giorni di tempo che, nella predicazione di Giona, Dio dà a Ninive prima di distruggerla; i quaranta anni trascorsi da Israele nel deserto), mentre per i cristiani “quaresima” divenne fin dai primi secoli del cristianesimo un periodo liturgico particolarmente intenso di preparazione alla celebrazione del Mistero pasquale.
Ancora oggi dire “quaresima” è dire penitenza/digiuno, deserto/raccoglimento, preghiera/meditazione e anzitutto ascolto della parola di Dio. Lungo i secoli, man mano è venuto meno l’aspetto catecumenale in preparazione dell’amministrazione del battesimo se a riceverlo erano gli adulti (tra parentesi, anche se il battesimo amministrato ai bambini non è da escludere già nei primi secoli del cristianesimo, diventerà sempre più una prassi normale dopo il V e il VI secolo), ed è venuto meno anche l’aspetto di penitenza pubblica, a cui erano sottoposti, prima di ricevere l’assoluzione ecclesiastica, coloro che avevano commesso pubblici delitti.
Forse in questi ultimi tempi stanno tornando sia l’esigenza catecumenale che l’esigenza di penitenza pubblica, assistendo al progredire di una sempre più diffusa secolarizzazione che, se non comporta di per sé una irreparabile massiccia defezione, tuttavia fa sì che pochi sempre più pochi cristiani prendano sul serio la loro fede, vissuta per lo più come un fai da te, ben lontano da quella realtà divina, che per secoli e secoli aveva alimentato credenti consapevoli di essere seguaci del Cristo radicale.
Prima Domenica di Quaresima
Con la prima domenica di Quaresima la Chiesa, senza tanti giri di parole e senza prendere alla larga il carattere “forte” di questo periodo liturgico, ci parla subito di digiuno, di riconciliazione e di tentazione, e lo fa con la voce di un profeta (il cosiddetto terzo Isaia), dell’apostolo Paolo e dello stesso Cristo, ma in gioco è sempre l’insondabile mistero divino che si fa parola chiara, vibrante e vigorosa che richiama la creatura alla propria dignità di essere umano.
Non dimentichiamo che la parola di Dio ci parla nel cuore e al cuore, dove avviene l’incontro/scontro con lo Spirito santo. Così è stato per il popolo ebraico, e così è stato per Gesù Cristo. Da notare ancora una volta che la pagina delle tentazioni di Gesù è un ”midrash”, ovvero un racconto, ricco di immagini e di sapienza, da non prendere dunque alla lettera, per evitare di cadere, anche qui, nel ridicolo o nel grottesco.
Il digiuno secondo il profeta e dunque secondo Dio
Il primo brano parla di digiuno. Per millenni, prima nell’ebraismo e poi nel cristianesimo, per non parlare poi di altre religioni, tra cui l’islamismo, il digiuno è stato visto come una pratica religiosa nel suo aspetto negativo di rinuncia a qualcosa: divieto di assumere cibo o altro. Ogni religione ha una sua macchinosa casistica nello stabilire cibi e tempi che, nel passato, ha creato, come del resto per altre pratiche religiose (pensiamo alla legge del sabato presso gli ebrei o al rispetto del riposo festivo presso i cristiani), una tale complessità di onerosi precetti da chiederci come Dio abbia potuto sopportare così a lungo simili deviazioni o violazioni di ogni buon senso umano, anche di rispetto di quel corpo che l’apostolo Paolo nella prima Lettera ai Corinzi (6,19) definisce “Tempio dello Spirito santo”.
Digiuno come distacco interiore
E allora come intendere il digiuno? Quando rileggo il brano di Isaia di oggi mi chiedo dove stia la più grossa difficoltà: se cioè sia più difficile cogliere la complessità della realtà oppure se non sia più arduo complicare una realtà tanto semplice da rendere difficile una cosa così facile da apparire evidente ancor più della luce del sole. In breve: siamo più abili nel rendere complessa una verità semplice.
Il vero digiuno, quello gradito al Signore, non consiste tanto nell’astenersi da un cibo, ma nel privarci di quel di più, che è di diritto dei più poveri. In altre parole: togliere sì un pezzo di pane dalla bocca, ma per donarlo a chi non ne ha.
Così il digiuno da privativo diventa positivo, ridando alla carità anche quell’aspetto di giustizia, senza del quale la carità sarebbe solo un gesto pietoso, quasi una maniera ti togliersi qualche peccato di troppo. Il digiuno va inserito nel rapporto tra carità e giustizia, nel senso che il digiuno non è tanto pura pratica religiosa penitenziale, ma è un debito che abbiamo nei riguardi di chi viene privato dei diritti di una giustizia, che deve diventare restituzione di un qualcosa che è stato tolto ai più deboli che non sanno farsi valere come i più forti.
Ma c’è di più. Il vero digiuno ha una valenza interiore, nel senso mistico di distacco. Mi tolgo quel superfluo che agisce da diaframma tra il mio spirito e lo Spirito divino di libertà. Il vero distacco è qualcosa che avviene all’interno del nostro mondo interiore. Basterebbe questo per ridimensionare ogni pratica religiosa che, in quanto pratica, si svolge all’esterno del nostro essere.
È dal distacco interiore che mortifica l’ego che il digiuno prenderà poi forma esteriore di distacco dal mondo del superfluo, per ridare giustizia sociale ad un mondo di vergognose disuguaglianze tra chi è sazio e chi non ha il minimo per sopravvivere.
Ora mi chiedo: a che serve fare il digiuno solo in determinate ricorrenze liturgiche, se poi, passata ad esempio la Quaresima, tutto torna come prima? Certo, avrebbe un senso, se intendessimo il digiuno, come purtroppo l’abbiamo sempre inteso, come una pia pratica religiosa, in vista di chissà quali purificazioni dell’anima, che consiste nel toglierci di bocca un po’ di pane o di non fumare una sigaretta.
Ma se il distacco interiore è un’opera che ci impegna ogni giorno, capite quanto siamo ipocriti e quanto serve a poco fingere di essere caritatevoli o giusti una volta ogni tanto.

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