Omelie 2014 di don Giorgio: Sesta Domenica dopo il Martirio di S. Giovanni Battista

5 ottobre 2014: Sesta dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore
Gb 1,13-21; 2Tm 2,6-15; Lc 17,7-10
Mi soffermerò sul terzo brano della Messa, che si trova solo nel Vangelo di Luca. Come ogni brano, anche questo va inserito nel suo contesto. Occorre cioè considerare ciò che lo precede e anche ciò che lo segue. E, soprattutto per il brano di oggi, bisogna tener conto degli usi e costumi del tempo di Gesù.
Anzitutto, Luca è l’evangelista che immagina tutta la vicenda pubblica di Cristo come un lungo viaggio verso Gerusalemme, ovvero verso la croce e la risurrezione. Tutto si svolge in questo viaggio: questo è il vero contesto da tenere presente, se si vogliono comprendere le parole e i fatti compiuti da Gesù.
Vediamo ora ciò che precede il brano di oggi. Gli apostoli, forse scoraggiati da quanto stava loro chiedendo il Signore per far parte del Regno dei cieli (in particolare il distacco radicale dalla ricchezza), implorano Gesù di aumentare la loro fede. «Accresci in noi la fede!». Come dire: Signore, ci stai chiedendo l’impossibile, da soli non ce la facciamo! La risposta di Gesù non si fa attendere ed è, come al solito, sconcertante.
Ogni parola del Signore sorprende, altrimenti non sarebbe la sua parola. Dio non è mai qualcosa di scontato. Ogniqualvolta ci parla, e ci parla in tante maniere diverse, ci tira fuori dal nostro mondo troppo razionale.
Ecco cosa dice agli apostoli: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».  Non dimentichiamo che il gelso palestinese ha radici così profonde da resistere perfino alle tempeste più impetuose. La risposta di Gesù sembra quasi un rimprovero come se, in quel momento, i Dodici avessero così poca fiducia nel loro Maestro da avere una “fede” inferiore a un granellino di senapa, che è il più piccolo di tutti i semi.
Con questo paragone paradossale Gesù che cosa intendeva insegnare? Voleva ricordare che ciò che conta nel rapporto con il Signore è la “qualità” e l’integralità della fede: l’energia di una cosa non sta nella sua grandezza, ma nella intensa vitalità che, pur piccola, la fa crescere in maniera sproporzionata in rapporto alle sue dimensioni. La fede, pur essendo una realtà intima che non ha nulla di appariscente, non compie, non richiede e non si avvale di gesti spettacolari, non ambisce a particolari riconoscimenti e vive e si inserisce nella quotidianità più ordinaria. Proprio per questa sua ordinarietà quotidiana, ha in sé la forza di rendere “straordinario” tutto ciò che tocca, tutto ciò che vede, nella semplicità di sentirsi parte del grandioso mistero divino.
Ecco i veri miracoli della natura, i veri miracoli dell’essere umano, i veri miracoli di una società che vive dei propri doveri quotidiani, fondati sulla giustizia e sulla carità, i veri miracoli di una Chiesa, libera da strutture efficientistiche o taumaturgiche in quanto tali.
In questo contesto si inserisce la parabola dell’agricoltore (il Vangelo di oggi), con cui Gesù illustra il senso autentico della fede e dimostra anche la difficoltà di possederla. L’immagine utilizzata dal Maestro, apparentemente dura e crudele tanto da offendere la sensibilità di noi moderni, in realtà descrive la vita del suo tempo, quando l’operaio, più che un dipendente, era uno schiavo dal quale il padrone poteva esigere qualsiasi prestazione e in qualsiasi momento.
Anche qui, come in altre occasioni, Gesù non dà alcuna valutazione morale su tale realtà sociale che sicuramente detestava, ma si limita ad applicarla al “Regno di Dio” da lui introdotto fra gli uomini, trasfigurando a modo suo quella realtà, dando alle parole un altro significato. Pensate alla parola “servo”. Ancora ai tempi di Gesù, il servo era lo schiavo al servizio di un padrone. Ma Gesù ha saputo dare un valore diverso alla parola “servo”. Lui, Figlio di Dio, Libertà assoluta, ha detto: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45). Il servizio è un tema che piace all’evangelista Luca. Il servizio rappresenta il modo in cui i poveri ai tempi di Gesù, gli anawim, aspettavano il Messia: non come un re potente o messia trionfante, sommo sacerdote o giudice, bensì come il Servo del Signore, annunciato da Isaia (Is 42,1-9). Maria, la madre di Gesù, disse all’angelo: «Ecco la serva del Signore. Si compia in me secondo la tua parola!» (Lc 1,38). A Nazaret, Gesù si presenta come il Servo, descritto ancora da Isaia (Lc 4,18-19 e Is 61,1-2). Nel battesimo e nella trasfigurazione, fu confermato dal Padre che cita le parole rivolte da Dio al Servo (Lc 3,22; 9,35 e Is 42,1). Ai suoi seguaci Gesù chiede: «Chi vuole essere il primo sia il servo di tutti» (Mt 20,27).
Nella parabola di oggi, il servo o schiavo serve il padrone, e non il padrone serve il servo. Ma in un altro testo Gesù dice il contrario: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli. In verità io vi dico: si cingerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). In questo testo, è il Signore che serve il servo, e non il servo il signore. Qualche esegeta dà questa interpretazione: nel primo testo, Gesù parlava del presente, nel secondo testo, Gesù parlava del futuro. Chi serve Dio in questa vita presente, sarà da Dio servito nella vita futura!
Nella parabola di Gesù mi piace quando parla di dovere, mi lascia perplesso l’aggettivo “inutile”: «Siamo servi inutili». Sì, mi piace quando Gesù dice: «Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare». Il dovere non è qualcosa di generoso, qualcosa che merita un premio o una riconoscenza. Il dovere è un atto eroico in sé, in quanto dovere. Non c’è nulla di extra, di eccezionale che vada oltre il nostro essere. Se vedo un affamato che mi chiede un po’ di cibo, che devo fare? È mio dovere aiutarlo. Se lo aiuto, devo dire: “Ho fatto ciò che dovevo fare”.
Non abbiamo idee molte chiare in proposito, forse anche per colpa di una religione che ci mette sempre del suo, pur di spingere i credenti ad essere buoni, generosi, altruisti, benefattori. E anche a proposito dei cosiddetti benefattori, quante idee confuse! Li stimiamo, magari li veneriamo, dimenticando che chi ha di più ha il dovere di dare di più, il che non significa essere più generosi degli altri.
In questa società, dove la prima parola è il diritto, quale parte ha il dovere? I diritti senza i doveri non stanno in piedi, non hanno alcuna giustificazione. È giusto che l’operaio abbia un salario dignitoso, ma il salario non può essere disgiunto dal dovere dell’operario di lavorare come è richiesto dal contratto di lavoro. Uno studente non può pretendere di essere promosso, se non studia. E qui vorrei rivolgermi agli educatori e ai genitori in particolare: quanto è importante inculcare già nei piccoli il senso del dovere dello studio!
Il dovere non va visto come imposto da qualche autorità esterna: esso fa parte del nostro essere. Se siamo fatti così e così, abbiamo di dovere di agire di conseguenza.
Ma che senso allora dare all’aggettivo “inutile”? “Siamo servi inutili”. Perché “inutili”?  Ho trovato questa spiegazione, che solo apparentemente potrebbe dare una risposta. Le parole “noi siamo servi inutili” non corrisponderebbero al pensiero di Gesù, ma sarebbero la constatazione amara di quei servi o schiavi che, di fronte agli ordini del padrone, riconoscono di non valere nulla, di essere “inutili”. Se accettiamo questa spiegazione, anche la seconda parte andrebbe letta al negativo: “Abbiamo fatto ciò che ci è stato imposto!”.
Secondo me, l’aggettivo ”inutile” lo leggerei in un modo del tutto diverso: proprio perché compio il mio dovere, che fa parte del mio essere, non mi rendo utile al sistema o al potere. Dunque, inutile sta per non-utile. Altro che remissivo, passivo, costretto a subire ordini!
Dio non ci vuole discepoli passivi, già appagati di aver fatto il loro dovere eseguendo gli ordini della gerarchia ecclesiastica. Non ci vuole servi inutili, mossi da timore reverenziale nei confronti di un Dio-padrone. Dio ci vuole collaboratori, creatori del suo Regno. Sentirci co-responsabili non ci esime dal nostro dovere di essere figli e fratelli. Tutto è dovere, e tutto è amore. L’amore è un comandamento, come ha detto Cristo, in quanto fa parte del mio dovere di essere ciò che sono.
La libertà, dono di Dio, sta nel vivere in pienezza, nel migliore dei modi, il mio dovere di essere figlio del Padre universale e fratello nell’Umanità.

 

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