Omelie 2017 di don Giorgio: FESTA DI CRISTO RE

5 novembre 2017: FESTA DI CRISTO RE
2Sam 7,1-6.8-9.12; Col 1,9b-14; Gv 18,33c-37
Che senso ha festeggiare Cristo Re?
Giustamente ci chiediamo che senso possa avere continuare a tenere una festa, come quella di Cristo re, quando oggi possiamo dire che finalmente ci siamo liberati di re e di regine, e che là dove sono tuttora rimasti non sono altro che una fastosa parata di ridicoli burattini, ma che tengono in vita ricordi di un passato di soprusi e di sangue.
Certo, le cose oggi non sono cambiate, sostituendo re e regine con dittatori o con governi di potenti, veri mostri di violenze. La storia anche recente lo insegna. Dal regno si è passati alle cosiddette democrazie, ma il mondo non sembra migliorato. Quando a comandare era il re o l’imperatore, il popolino subiva angherie e umiliazioni, ed ora che il popolo sceglie i suoi governanti è ancora vittima di populisti, che fanno rimpiangere i re e le regine dei tempi passati.
Non è, dunque, cambiando i nomi alle cose e alle persone che la storia cambia in meglio. È la testa della gente che sembra restare vuota: diciamo che è la gente che non vuol capire che la salvezza di questo mondo dipende solo da una cosa: tornare nel sé, in quel sé che è il nostro mondo interiore. Tornare nel sé è il senso della parola “conversione”, di cui aveva parlato Cristo.
Re, regno, democrazia in tutte le sue molteplici forme (siamo ancora qui a scoprire quale sia la migliore) sono tutte parole, che contano e non contano. Dipende da come le intendiamo e le traduciamo nella realtà. Il potere è sempre potere sia che si chiami regno o che si chiami democrazia. Il vero potere, inteso nel senso di ciò che vogliamo essere, è dentro di noi: posso essere, se voglio essere. Ma il mio voler essere è in contrasto con il volere dell’egoismo, che si traduce poi nei vari poteri sociali, politici e religiosi.
Pilato e Gesù
Fatte queste precisazioni, non possiamo negare che anche nella Bibbia troviamo re e regine, e che la parola “regno” venga usata a indicare il futuro di Dio. Del resto, Gesù stesso nelle sue parabole parlava del regno dei cieli.
Ma, ecco la domanda: che cos’è il regno di Dio? come intenderlo e come viverlo?
Partiamo dal terzo brano della Messa, che riporta solo una parte del processo di Pilato a Gesù, ricostruito da Giovanni in modo magistrale dividendolo in varie scene, come se fosse una rappresentazione teatrale ripresa dal vivo. Pilato fa da mediatore tra Gesù che è all’interno del Pretorio, mentre i capi ebrei e la folla sono fuori, per evitare di contaminarsi con un pagano. Pilato parla con Gesù e poi parla con i capi e la folla. Dentro e fuori: ecco le varie scene di un processo/farsa, come farsa era stato il processo giudaico, con testimoni bugiardi. Immaginiamo, dunque, il contesto in cui si trovava Gesù a dover rispondere alle accuse del potere, prima religioso e poi politico.
Giovanni riporta alcune parole del dialogo tra Pilato e Gesù. Pilato parla di un regno terreno, mentre Gesù parla di un altro regno, completamente diverso dal regno terreno.
Ma si sa come vanno le cose, ancora oggi: tu parli usando una parola dandole un certo significato, l’altro la intende in un altro senso, e così non ci intende, e succede che chi ha più potere fa prevalere il suo senso.
Come far capire il significato autentico delle parole che si usano? Oppure come far capire che la stessa parola può anche avere due significati, ma che c’è sempre un significato più profondo che meriterebbe particolare attenzione? Pensate alle parola giustizia, alla parola amore, alla parola libertà, ecc. Ecco, sul significato delle parole si gioca la propria vita, e si può essere condannati. Pensate alla Chiesa cosa ha fatto, condannando eretici e mistici interpretando le loro parole in un certo modo del tutto distorto.
Ma perché dimenticare che Gesù Cristo è stato condannato dalla religione ebraica equivocando sulle parole? Il potere romano, nei suoi più o meno rappresentanti, ha convalidato la condanna, per opportunismo nei riguardi del popolo ebraico, per evitare rogne. E quando Pilato fa scrivere sulla tavoletta posta sopra la testa di Cristo crocifisso “Gesù Nazareno re dei Giudei”, i caporioni hanno contestato quella scritta, dicendo che lui, Gesù, si era ritenuto re dei giudei. E quando mai Cristo lo aveva detto?
Giovanni nel suo vangelo (6,15) scrive: «Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo».  Aveva moltiplicato pani e pesci, e la folla entusiasta aveva pensato: facciamolo re, così tutti i giorni abbiamo pane gratis!
La folla è fatta così, prima ti esalta e poi ti condanna, come quando fuori dal Pretorio, sobillata dai capi (e quando la folla non è sobillata dai caporioni?), gridava: “Crocifiggilo!, crocifiggilo!”.
Che cos’è la verità?
Dunque, Gesù, a Pilato che gli chiede spiegazioni sul suo regno, risponde chiaramente: «Il mio regno non è di questo mondo», e noi sappiamo il significato della parola “mondo” nel vangelo di Giovanni, ovvero: l’insieme delle forze del male o di potere nel loro aspetto più negativo. E, dopo aver rifiutato di essere re nel senso inteso da Pilato, Gesù provoca il governatore, dicendo: «… io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Quando sente la parola “verità”, Pilato dice: «Che cos’è la verità?». Probabilmente la domanda se l’è posta da solo, con se stesso.
“Che cos’è la verità?”. Gesù non risponde, sarebbe stato inutile, ma era riuscito nel suo intento: fargli nascere quella domanda.
Se anche il Figlio di Dio si fosse incarnato unicamente per suscitare nel cuore di ciascuno la domanda: “Che cos’è la verità?”, credo che il mondo sarebbe cambiato.
La verità anzitutto è una domanda che ci facciamo, e la domanda poi crea dubbi e stimoli per una ulteriore e progressiva ricerca della verità. La verità di domanda in domanda aumenta in noi il desiderio di approfondirla. Il problema è che ognuno crede di avere un pezzetto di verità, in realtà ciò che pensa proviene dal di fuori: da caporioni che impongono il loro pensiero di cartapesta e la folla che urla su comando dei caporioni.
Ed ecco l’ironia della sorte: Cristo è stato condannato e crocifisso, e proprio sulla croce, segno di maledizione, Cristo mentre muore ci dona lo Spirito di libertà e di verità.
Condannate pure gli eretici e i mistici, la voce dello Spirito nessuno riuscirà mai a condannarla. Ma chi ascolta la voce dello Spirito?

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