L’Avvocatura dello Stato difende il Jobs Act: referendum su art. 18 è “manipolativo”

consulta
da L’Unità
Stefano Minnucci
5 gennaio 2017

L’Avvocatura dello Stato difende il Jobs Act:

referendum su art. 18 è “manipolativo”

Il governo, attraverso l’Avvocatura dello Stato, dichiara alla Corte Costituzionale le ragioni per cui ritiene inammissibili i quesiti referendari sul Jobs Act
Il quesito referendario per abrogare le modifiche all’art. 18 ha carattere surrettiziamente propositivo e manipolativo e per questo si palesa inammissibile.
Lo sostiene l’Avvocatura dello Stato che ha depositato oggi le tre memorie per conto della Presidenza del Consiglio, in vista dell’attesa decisione della Corte Costituzionale – prevista per l’11 gennaio – sull’ammissibilità dei tre referendum presentati dalla Cgil.
Il governo, attraverso l’Avvocatura dello Stato, dichiara così alla Corte Costituzionale le ragioni per cui ritiene inammissibili i quesiti referendari sul Jobs Act. Un atto voluto e deciso nel Consiglio dei ministri del 29 dicembre scorso, ma soprattutto un passaggio dovuto, visto il ruolo che ricopre l’esecutivo.
Non si tratta infatti di difendere politicamente la riforma o l’operato del governo precedente. Qui entra in gioco una legge dello Stato, il Jobs Act appunto, che è stato certamente promosso dall’esecutivo, ma anche votato dal Parlamento.
È un intervento fisiologico, dunque. Perché l’Avvocatura dello Stato, è bene ricordarlo, è tenuta a difendere la legittimità degli atti del Parlamento e quindi a prendere una posizione quando un altro potere, quello della Corte, si pronuncia sul potere legislativo. Accade sempre. Bisognerà poi vedere se e quanto le motivazioni tecnico-giuridiche incideranno sulla decisione finale della Consulta, ma l’aver depositato una memoria rimane tuttavia un atto opportuno.
Sul piano del merito, la memoria dell’Avvocatura prende in considerazione quanto già venuto fuori in questi giorni dalle anticipazioni di stampa. E cioè che il quesito sull’Art. 18, per la sua formulazione, potrebbe apparire come un quesito “propositivo”, perché punta a estendere più di prima la platea di chi beneficerebbe della tutela contro i licenziamenti.
Nell’articolo 18 l’ambito di applicazione della tutela reale viene stabilito differenziando a seconda che il datore di lavoro occupi più di 15 o più di 5 dipendenti: la disposizione contiene due regole speciali, la prima vale per le organizzazioni diverse dalle imprese agricole, la seconda solo per le imprese agricole. Invece “l’intento dei promotori del referendum – rileva l’Avvocatura – è quello di produrre una norma (la tutela reale per tutti i datori di lavoro con più di 5 dipendenti) che chiaramente estrae il limite dei 5 dipendenti, previsto per le sole imprese agricole, per applicarlo a tutti i datori di lavoro, a prescindere dal tipo di attività svolta”. Ma “secondo costante giurisprudenza costituzionale in tema di referendum abrogativo, non sono ammesse tecniche di ritaglio dei quesiti che utilizzino il testo di una legge come serbatoio di parole cui attingere per costruire nuove disposizioni“.

 

2 Commenti

  1. GIANNI ha detto:

    Penso che il jobs act rappresenti il tentativo di sburocratizzare certi aspetti del mondo del lavoro.
    Probabilmente, è anche a causa di vincoli troppo stringenti, se molti imprenditori preferisoco andare all’estero, e quelli stranieri non investire da noi.
    Non so cosa deciderà la corte costituzionale, o quale esito avrebbe un referendum.
    Ma temo che, se si tenesse e vincessero i sì, si farebbe un passo indietro, nella direzione che non agevola l’offerta di lavoro.
    Sono d’accordo che un lavoratore debba avere alcune garanzie, ma se queste rendono il sistema troppo rigido, probabilmente si ritorcono contro il lavoratore stesso, come un boomerang.

  2. Elisa Mancardi ha detto:

    E’ molto interessante studiare le vicende del giudizio sull’ammissibilità del referendum, per comprendere bene la materia.
    Originariamente la costituzione prevedeva e prevede tuttora solo in giudizio di esclusione in relazione a determinate materie.
    Ma la giurisprudenza della corte ha poi esteso la propria competenza anche sul merito, stabilendo diversi parametri, come la chiarezza del quesito.
    Inoltre ha stabilito che il referendum sia sicuramente ammissibile quando totalmente abrogativo di una mormativa.
    I problemi si pongono, invece, quando si tratta di referendum parziale.
    In questo caso l’effetto di una vittoria del sì deve essere puramente abrogativo, senza sostituire una normativa con altra, perché allora l’effetto sarebbe quello tipico di un referendum propositivo.
    Proprio come nel caso in cui, abolendo certi limiti numerici, si applichi una certa normativa senza più distinguere in base al numero di dipendenti.
    L’effetto del referendum, invece, sarebbe meramente abrogativo, in caso di vittoria del sì, se si fosse trattato di abolire la normativa nel suo complesso.
    E quindi probabile che la consulta, come da sua consolidata giurisprudenza, ritenga questo referendum surrettiziamente propositivo, e per tale motivo ne dichiari l’inamissibilità.
    Altro motivo di inammissibilità potrebbe ricondurre alla non chiara ed omogenea formulazione del quesito, tale da rappresentare una possibile manipolazione della volontà referendaria.

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