Il giallo della radioattività nelle solfatare siciliane

da AVVENIRE

5 giugno 2013

IMMONDIZIA E CRIMINE

Il giallo della radioattività nelle solfatare siciliane

Una misteriosa sorgente radioattiva a trecento metri di profondità. Un vigile urbano che blocca un traffico di scorie ma, anni dopo, morirà di tumore. E una inchiesta non più contro ignoti ma che, entro la fine di luglio, porterà a risvolti raccapriccianti.

Di miniera, in Sicilia, si muore ancora. Presto si saprà il perché. Una verità che la gente del Vallone, a lungo inascoltata, ha sempre conosciuto. Gli indagati sono parecchi, i morti di più. «Alcuni giacimenti in disuso sono diventati il cassonetto d’immondizia di ogni genere di veleni», rivela una fonte investigativa. L’indagine, coordinata dalla pm antimafia Lia Sava, è alle battute finali. «Attendiamo gli esiti di alcune verifiche nella ex area estrattiva di Bosco-Palo, ma l’inchiesta è a buon punto», assicurano quanti lavorano al fascicolo aperto a Caltanissetta e che nell’ultimo anno ha subito un’accelerazione.

Bosco-Palo è lungo il Vallone, quell’Eldorado infernale tra Enna e Caltanissetta, lungo una vena mineraria che il lavoro lo remunerava con i funerali. Poco lontano c’è Pasquasia, nelle cui viscere si estraevano zolfo e sali potassici.

Da trent’anni le 800 tra miniere e cave siciliane sembrano trincee abbandonate. Addio all’epopea degli zolfatari. Almeno, così sembrava. Fino a quando qualcuno s’è reso conto che quei chilometri di gallerie sotterranee potevano essere riconvertiti in depositi di ogni genere di scarti.

Il pentito di mafia Leonardo Messina era del ramo. Tra un reato di mafia e l’altro era diventato caposquadra nella miniera di Pasquasia. Ai magistrati antimafia spiegò che, una volta chiuse, le viscere svuotate di sale e zolfo erano state riempite con schifezze d’ogni provenienza: scorie radioattive comprese. L’allora procuratore nazionale antimafia, il compianto Pier Luigi Vigna, ritenne Messina «credibile» quando parlava di cave e di rifiuti, ma venirne a capo risultò pressoché impossibile. La procura di Enna non ha mai smesso di indagare.

E nell’aprile 2011 l’allora governatore regionale Raffaele Lombardo fu ascoltato dai magistrati. Nel corso della deposizione l’ex presidente della Regione fece un riferimento che, riletto oggi, suona clamoroso: «Una sorgente radioattiva, rilevata a 300 metri di profondità». Forse si trattava di residui di sperimentazioni legali. «Se uno legge o apprende dell’esistenza di una sorgente radioattiva – obiettò Lombardo ai pm che volevano sapere perché la Regione tardasse ad autorizzare la riapertura di Pasquasia (ancora chiusa) – è chiaro che non può rispondere sulla ripresa dell’attività estrattiva che deve essere priva di rischi per le persone che vi operano». Chi può esserci dietro a quelle radiazioni?: «Non so di chi sia la responsabilità – rispose Lombardo – ma non c’è dubbio che i responsabili dovranno dare una risposta non solo all’autorità giudiziaria, ma anche alla comunità».

Prima del ’92, anno della chiusura della miniera, l’Enea avrebbe collocato in alcune gallerie minerali radioattivi per testare la tenuta dei terreni alla permeabilità delle radiazioni. L’esistenza di una struttura di ricerca è confermata in alcuni documenti dell’Ente nazionale per l’efficienza energetica, nei quali si parla di «Ricerche condotte fra il 1976 e il 1991 sul confinamento geologico delle scorie radioattive a lunga vita e ad alta attività».

Gli spettri del Vallone presero corpo un mattino presto. Gaetano Butera, vigile urbano di Serradifalco, indossò la divisa e, da solo, si presentò a un camionista. Era l’estate del ’90. L’agente era impegnato in alcuni lavori nella sua casa di campagna. S’era insospettito nel vedere un inspiegabile andirivieni di camion in direzione della miniera abbandonata di Bosco-Palo. Dopo una serie di appostamenti – come ricostruito nei giorni scorsi dal giornalista Mario Barresi sul quotidiano "La Sicilia" – Butera annotò come dai tir venissero scaricati pacchi e scatoloni di cui poi si perdevano le tracce.

Quando si presentò ad uno degli autisti, un polacco, questi mostrò un’autorizzazione, peraltro scaduta, per il solo trasporto e non lo smaltimento di rifiuti speciali ospedalieri. Le scorie finivano in un casolare e da lì se ne perdevano le tracce. Pochi mesi fa Butera è morto di cancro. Non è il solo. Il Registro dei Tumori di Ragusa e Caltanissetta segnala che negli 11 comuni del "Vallone", dove insiste la miniera di Pasquasia, si muore molto più che a Gela, dove il petrolchimico è il principale accusato delle morti silenziose. I tumori del sangue son quelli più in crescita: se a Gela si arriva a un drammatico +42% rispetto alla media nazionale, nel Vallone il dato schizza a +108%.

Sembravano lontani i tempi degli schiavi bambini, così piccoli e magri da poter spolpare a unghiate le fenditure del sottosuolo. Crescevano strisciando, da prima dell’alba a dopo il tramonto, che non sapevano più com’era fatto il giorno. Della vecchiaia conoscevano solo le rughe di chi nei cunicoli non ci aveva mai messo piede. I minatori non facevano in tempo a diventare nonni. I polmoni, presto o tardi, si sarebbero saturati di zolfo e gas.

L’inchiesta avviata dal vigile Butera, invece, ridiede fiato a quanti sostenevano che adesso muore più gente di quanto non accadesse ai tempi delle estrazioni. Nella fretta di abbandonare l’appezzamento di terra adibito a "parcheggio" dei tir scoperto dal vigile, i responsabili lasciarono in un casolare a pochi passi dal giacimento alcuni fascicoli. Erano registri di viaggio riguardanti rifiuti speciali destinati a un centro di smaltimento a Forlì. Perché quei documenti di trasporto si trovavano in Sicilia?

Non sarà facile avere risposte in tempi brevi. In tutti questi anni c’è chi ha avuto il tempo di "tombare" i cunicoli delle miniere tappandoli con milioni di metri cubi di terriccio. Per disseppellire la verità ci vorrà tenacia. E altri morti.

Nello Scavo

 

da AVVENIRE

5 giugno 2013

IL CASO

Quegli esperimenti condotti dall’Enea

Gli specialisti la chiamano «radioattività indotta», cioè quella presente in natura e che, in particolari circostanze, può superare i valori soglia. I giacimenti di sali potassici, come molte miniere siciliane, rientrano in questa categoria. Anche per tale ragione il lavoro degli investigatori è molto difficile. Non si può infatti escludere che i dati rilevati fino ad ora siano frutto degli anni di lavorazione.

«Le stesse società presumibilmente sono responsabili per la pregressa attività mineraria», si legge nel documento di Programma-Accordo redatto nel 1988 dalla Regione Sicilia. E non si può neanche rimuovere il sospetto che la «radioattività indotta» sia stata una buona copertura per quanti volessero liberarsi di scorie pericolose sapendo che, in caso di allarme radioattiovità, si sarebbe data la colpa alla precedente lavorazione dei minerali estratti.

Quando l’Italia era ancora un paese ad energia nucleare, quello dello smaltimento delle scorie provenienti delle centrali atomiche era un problema piuttosto sentito. Perciò l’Enea fu incaricata di svolgere, fino al 1991, una serie di ricerche sul territorio nazionale al fine di individuare uno o più depositi. Le miniere in disuso, o che da lì a poco sarebbero state chiuse, certamente si prestavano ad essere riconvertite in magazzino nucleare, ma ne andava testata la loro "resistenza". «È noto che i rifiuti radioattivi ad alta attività generano, durante il loro decadimento, notevoli quantità di calore che – si legge in un rapporto di Enea sulle ricerche condotte in quegli anni – possono influenzare le proprietà fisico-chimiche delle argille e, di conseguenza le loro capacità d’isolamento nell’immediato dintorno dei rifiuti».

Per esser certi di non sbagliare gli scienziati hanno testarono il comportamento delle argille in gallerie sotterranee. Ed è riassumendo i risultati di questo esperimento che dall’Ente per la verifica energetica viene confermato che a Pasquasia vennero effettuati esperimenti con materiale radioattivo. «Sono state prese in considerazione diverse gallerie che le hanno attraversate a profondità maggiori di 150 metri dal piano campagna. La Sicilia, a quanto risulta, è stata la regione con il maggior numero di approfondimenti «sui quali sono state sviluppate una prima serie di indagini conoscitive», spiega ancora l’Enea.

I potenziali depositi argillosi esaminati in Italia sono stati: «la Galleria di Castiglione in Teverina (direttissima Roma-Firenze); Galleria Carrito (autostrada Roma-L’Aquila); Galleria di scarico del Lago Disueri; Galleria Sperimentale Enea di Pasquasia. Tutte le ricerche condotte hanno evidenziato che non si sono osservate venute di acqua lungo le linee di discontinuità, tutte rigidamente chiuse e non ossidate».

Nello Scavo

 

 

1 Commento

  1. GIANNI ha detto:

    L’ennesima vergogna all’italiana, ma finiranno mai queste cose??

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