Quelle bambine del Togo violate e accolte

da AVVENIRE
5 luglio 2019
Reportage.

Quelle bambine del Togo violate e accolte

Matteo Fraschini Koffi, Lomé (Togo) In Togo, nel centro Kekeli, le Carmelitane assistono centinaia di giovanissime vittime di abusi: offrono cure, supporto scolastico e psicologico. E cercano per loro giustizia
È una giornata calda e ventosa alla periferia nord della capitale togolese, Lomé. La piccola mano di Cecile cerca di afferrare i panni stesi al sole che continuano a svolazzare da tutte le parti. Sua madre, Afua, l’ha presa in braccio, ma fatica a tenerla ferma. Dopo alcuni tentativi, entrambe sono pronte per farsi fotografare. Afua e Cecile (i nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità delle persone coinvolte, ndr) hanno poco più di dieci anni di differenza. La madre ne ha compiuti dodici da poco, mentre la figlia ha quattro mesi. Entrambe sono esempi di una grave piaga che da tempo, nonostante vari sforzi legali e umanitari, logora la società togolese. Afua è stata stuprata. Il responsabile è un suo vicino di casa, autista di taxi, di cui si serviva spesso la famiglia della giovane. Dopo averla incontrata per strada una sera, l’uomo l’ha convinta a salire in auto. Sono bastati alcuni minuti per bloccarla sul sedile posteriore e abusarne. «Non devi dire niente altrimenti gli spiriti maligni si vendicheranno contro la tua famiglia», le ha detto prima di lasciarla davanti a casa. Per diverse settimane, infatti, Afua non ha parlato. I dolori della gravidanza diventavano però sempre più forti. Quando il medico l’ha visitata, quasi non ci credeva. La ragazzina ha raccontato del vicino solo dopo la visita. Il padre ha fatto sapere all’aggressore che avrebbe chiamato la polizia. L’uomo, però, è scappato senza farsi più rivedere. «È stato davvero difficile comunicare una notizia del genere – mi spiega Sylvain Sourma, assistente sociale presso il centro Kekeli, un’associazione cattolica che opera in diverse zone dell’Africa – . Come si può dire a dei genitori che la loro bambina è incinta?».
Da oltre dieci anni, il centro Kekeli delle suore Carmelitane della Carità di Vedruna – congregazione con sede a Barcellona – segue centinaia di minori vittime di tratta, traffico e abusi sessuali. Grazie anche all’aiuto di partner locali e internazionali, gli operatori del centro promuovono attività volte a migliorare le condizioni delle vittime. Tra i vari aspetti legati alla cura dei bambini abusati, vi sono quelli psicologico, legale, educativo e nutrizionale. L’aiuto del centro rappresenta però solo una goccia nel mare. Tali violenze con le conseguenti ingiustizie, infatti, colpiscono quotidianamente la vita di un numero imprecisato di bambini in Togo. «La situazione di queste bambine madri è molto dura e complicata», racconta suor Gabrielle, originaria della Repubblica democratica del Congo e dal 2013 coordinatrice del centro. «Cerchiamo di aiutare la giovane, a volte insieme alla famiglia, ad accettare la propria situazione e a comprenderla. Parliamo però di minori – continua la religiosa – che non hanno gli strumenti per gestire una gravidanza e un neonato. Da un punto di vista fisico e psicologico, tale condizione crea un blocco dello sviluppo personale difficile da superare». Gli abusi possono essere perpetrati da sconosciuti o da membri della stessa famiglia. Per strada o in casa. ‘Avvenire’ ha incontrato sei minorenni seguite dal centro Kekeli in varie parti del Paese.
Elise, per esempio, è stata ripetutamente stuprata da un suo coetaneo quando aveva 16 anni. Oggi ne ha 18 e sua figlia Marie ha due anni. Insieme a Sylvain la incontriamo in casa con i suoi genitori, portandole cibo e alcuni prodotti di prima necessità. La famiglia è molto povera. Per questo Elise era stata affidata a una tutrice, una pratica comune in Togo quando i genitori non hanno i mezzi per sostenere i figli. La ragazzina veniva però maltrattata. Fin dall’alba, la tutrice le imponeva di aiutarla in casa, rubandole tempo e energie che Elise doveva invece spendere a scuola.
Lo stupro è avvenuto quando il figlio della donna ha cominciato a entrare durante la notte nella stanza dove Elise dormiva. A nulla sono valsi i tentativi di barricarsi dentro. «Quando la tutrice si è accorta che suo figlio aveva messa incinta Elise – spiega Sylvain davanti al dossier della vittima –, ha deciso di cacciarla e interrompere ogni contatto con la famiglia di origine». Il padre della ragazzina, un meccanico sui cinquant’anni, ha gli occhi rossi. Ammette di non essere riuscito a ottenere giustizia per sua figlia. Da un punto di vista legale, pur conoscendo l’aggressore, sono rare le volte in cui un caso di violenza sessuale sui minori viene perseguito fino alla fine. Oltre alle varie complicazioni, le minacce da parte dell’accusato riescono spesso a intimidire la persona aggredita e i suoi familiari. Quando chiedo a Elise il permesso di fotografarla con sua figlia, la giovane madre prende la bambina e corre in camera. Dopo qualche minuto, la piccola Marie esce vestita da principessa, tutta in rosa. Entrambe si mettono in posa sorridenti.
Fanny, 15 anni, è passata dal centro insieme a sua figlia di soli due mesi. Vivono ora nella località meridionale di Vogan. È qui, vicino al mercato della cittadina, che un signore anziano l’ha violentata. La ragazza cerca di allattare la figlia mentre gli operatori le parlano. «Ci vuole tempo per provare a conquistare la loro fiducia», sottolinea Donatien Ayena, psicologo al centro di Kekeli. «Con molta dolcezza cerchiamo di capire cosa è successo esattamente a queste bambine e non sempre ci riusciamo. Il centro però ha delle camere per ospitare le vittime fino a un massimo di tre mesi, così – continua Ayala – diamo loro la possibilità di confrontarsi e raccontarsi le proprie disavventure. Creare una comunità sicura è un modo per aiutarle ad aprirsi giorno dopo giorno».
Dopo alcune ore di bus verso nord, arriviamo in un villaggio vicino alla località di Sotubua. Stephanie, 15 anni, deve ancora tornare da scuola. Sua figlia di sei mesi è in braccio alla nonna. Gli assistenti sociali non hanno ancora fatto chiarezza su questo caso. Una cosa è certa, però: Stephanie è fuggita di casa per diverse settimane, per evitare un matrimonio forzato. Il suo ‘promesso sposo’ aveva 15 anni più di lei. Dopo un breve soggiorno in Burkina Faso da una zia, la giovane è tornata in Togo incinta. Una situazione senza sbocchi se si volesse risalire al responsabile dell’abuso per portarlo davanti alla giustizia. Stephanie parla ancora troppo poco. «Vi sono diversi problemi da superare in ambito giudiziario», spiega Alex Meba, giurista del centro. « Sia rispetto ai genitori della vittima, che spesso non vogliono procedere con le denunce. Ma anche con gli agenti di polizia, i quali hanno numerose difficoltà a condurre le inchieste e ad arrestare i colpevoli».
La situazione diventa ancora più complicata quando è un membro della famiglia a essere accusato di stupro. Come per Martine, 17 anni, violentata dallo zio. I suoi genitori, a causa della povertà, erano emigrati qualche anno fa in Gabon. La nonna faticava a gestire le dinamiche familiari in una baracca del centro di Lomé. Tre anni fa è nato Kossi, un bambino dallo sguardo sempre un po’ cupo. E il cui prozio è anche suo padre. «Nel caso di Martine è praticamente impossibile fare giustizia – afferma suor Gabrielle, alla continua ricerca di fondi per sostenere le vittime –. In queste situazioni si tende a ignorare la violenza poiché c’è un legame di famiglia all’origine».
Trovare Christine è stato invece più complicato. A 16 anni, la giovane madre vive nel villaggio orientale di Afagnan, vicino al confine con il Benin, dove frequenta la scuola. Sua figlia di quasi tre anni vive in un altro villaggio, al confine occidentale con il Ghana. Se ne prende cura il nonno, affetto da un tumore alla testa, con la sorella, malata di depressione. Il centro Kekeli cerca di aiutare Christine pagandole la scuola e dando qualcosa per la famiglia. Curare il padre e la sorella costa troppo e nessuno può permetterselo qui. Christine è stata violentata, quando aveva 13 anni, da un autista di moto-taxi di cui si fidava. Questa volta, tuttavia, il colpevole è stato individuato, processato e condannato al carcere.

 

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