Alcol e movida: è emergenza. Sindaci, giro di vite a metà

da AVVENIRE
6 agosto 2019
Regole sui superalcolici.

Alcol e movida: è emergenza.

Sindaci, giro di vite a metà

Danilo Poggio
Ordinanze di divieto da Nord a Sud, ma il governo va controcorrente e “liberalizza” le vendite a tutte le ore
Una continua, inesorabile e silenziosa strage: l’alcol resta il più crudele killer di giovani e giovanissimi. Tutti gli esperti lo sanno, ma pochi lo denunciano anche perché cifre ufficiali non ce ne sono. I consumatori a rischio, in Italia, sono circa 8,6 milioni, tra i quali 700mila minori (con un particolare aumento tra le ragazze), secondo i dati dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto superiore di sanità. Malgrado le campagne di sensibilizzazione, non si arresta la tendenza al bere sino ad ubriacarsi che caratterizza il 12 % della popolazione maschile e il 3,5 % di quella femminile, con circa 4 milioni di binge drinkers ( che si ‘abbuffano di alcol’ per perdere velocemente il controllo) e 39mila accessi registrati in Pronto Soccorso per intossicazione etilica. Gli effetti sono disastrosi: il consumo di alcol per minori, adolescenti e giovani adulti è la prima causa di mortalità, malattie e disabilità per incidenti stradali oltre che per tumori, cirrosi epatica e malattie cardiovascolari come per il resto della popolazione. Eppure non esiste una normativa specifica sulla movidae spesso ci si va a scontrare contro una giungla di norme a tutti l livelli (comuna-le, regionale e nazionale) che non di rado rischiano di entrare in contraddizione.
Regole a macchia di leopardo
In Italia esistono delle leggi piuttosto generali di livello statale, ma nell’ultimo periodo le cose sono cambiate, con un ricorso sempre più alto da parte dei sindaci agli strumenti delle ordinanze. Come faceva già notare Enrico Gargiulo, nel rapporto del 2018 Il ‘governo’ della movida a livello locale: una ricerca sulle ordinanze sindacali ‘antialcool’ e ‘anti-vetro’, scritto con Anna Avidano nell’ambito delle attività dell’Osservatorio permanente sui giovani e l’alcool, «non passa giorno senza che si abbia notizia di un sindaco che ha emanato un’ordinanza su un qualche aspetto della vita associata». Da quando ne è stato incentivato l’uso, anche con la modifica del Testo unico del 2008, le ordinanze comunali (che non sono norme, ma provvedimenti amministrativi) vengono ormai usate per regolare qualsiasi fenomeno a livello locale. Ne sono esempi, l’ordinanza di Genova (rinnovata fino a fine settembre) o di Bologna oppure quella più recente di Jesolo. In alcuni casi funzionano, mentre in altri le regole restano solo sulla carta. «Dovrebbero essere emanate per motivi di necessità e urgenza, ma oggi è evidente un utilizzo improprio: piacciono ai sindaci perché garantiscono immediatezza e risonanza mediatica». Dall’analisi emerge che le ordinanze tendano a disciplinare con maggiore durezza la vendita di alcolici al dettaglio nei negozietti (spesso gestiti da pakistani o indiani), non prestando invece troppa attenzione a ciò che avviene all’interno di discoteche e locali. «In alcune città, come ad esempio a Roma, si è passati al regolamento, che sarebbe lo strumento più corretto. Il rischio – conclude Enrico Gargiulo – è che ci sia una proliferazione costante e un aumento del caos, mentre la materia andrebbe riorganizzata e semplificata».
La contraddizione del governo
Una situazione tanto grave dovrebbe portare i decisori pubblici a uniformare le regole per tutelare al meglio la salute dei ragazzi. Eppure l’unica misura arrivata dal governo è stata la firma di un’intesa tra il ministro dell’Interno e le associazioni dei gestori delle discoteche che dovrebbe essere finalizzata a «prevenire l’abusivismo e assicurare adeguate misure di sicurezza nei locali». In futuro, attraverso lo strumento del ‘bollino blu’ rilasciato ai locali considerati sicuri, da una parte lo Stato si mette a disposizione per aiutare «fiscalmente e normativamente» chi gestisce le serate, dall’altra si dovrebbe garantire la lotta all’uso delle sostanze stupefacenti e all’alcol con ogni strumento a disposizione. E, in quell’occasione, Matteo Salvini ha ribadito una convinzione già anticipata qualche settimana prima: vietare l’alcol «dopo le tre del mattino non ha più senso – ha detto – aiuta il consumo esterno ». E poi, definendola una regola «figlia di una vecchia repressione», ha chiarito: «Se mio figlio,quando avrà 18 anni dovesse bere un cocktail in discoteca, preferisco che glielo dia un barman professionista piuttosto che il primo extracomunitario di turno alle quattro del mattino con il carrello fuori dal locale». L’idea è stata applaudita dai gestori dei locali, che potrebbero così aumentare gli introiti anche a fine serata. Il punto però è un altro. Un protocollo di intesa non ha «forza normativa» e quindi, per ora, continueranno a valere le singole ordinanze dei sindaci.

 

1 Commento

  1. Giuseppe ha detto:

    L’impressione è che dell’argomento, come per tanti altri problemi ugualmente importanti, se ne parli (forse anche troppo in maniera sguaiata) ma che alla fine si tenda a tirare avanti senza prendere provvedimenti drastici e vincolanti per tutti. Che a dover provvedere a nome del governo, poi, debba essere Salvini, è un ulteriore handicap. Un “ministro” che si mette a fare il dj sulle spiagge della movida ed è incapace di impedire trasgressioni anche elementari ai poliziotti della sua scorta, come potrebbe essere in grado di “mettere ordine” in una materia tanto delicata e che coinvolge cittadini (e non) di una fascia d’età che rappresenta l’immediato futuro?

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