Il declino silenzioso di Torino, ora la città si sente tradita

da La Stampa

Il declino silenzioso di Torino,

ora la città si sente tradita

Politica senza visione, società civile abbandonata. Appendino al bivio: l’editoriale di Luigi La Spina
I sondaggi. Chiara Appendino, eletta nel 2016 e accolta con indici di gradimento altissimi nei sondaggi di inizio mandato, sta scendendo nelle classifiche del consenso
06/10/2017
Luigi La Spina
Ma che cosa sta succedendo a Torino? Dove è finita quella retorica di una città che aveva saputo allargare la sua vocazione manifatturiera al turismo e alla cultura, scoperta da turisti sorpresi e affascinati dalla sua bellezza, lanciata verso un futuro da protagonista nella competizione tra le metropoli del nuovo secolo?
Una narrazione, pubblica e privata, che, ripetuta ossessivamente dai leader di un centrosinistra che aveva governato 25 anni, aveva finito per suonare persino troppo propagandistica e rituale per soddisfare i suoi abitanti, ma che aveva indubbiamente cambiato l’immagine di Torino agli occhi degli italiani. Perché la sindaca dei «5 Stelle», Chiara Appendino, accolta con indici di gradimento altissimi nei sondaggi di inizio mandato, sta scendendo vertiginosamente nelle classifiche del consenso?
Perché sulla città, delle cui sorti si discuteva appassionatamente, dentro e fuori dai suoi confini, sembra calata una cappa di silenzio e di indifferenza, rotta soltanto dalle cronache di fatti tragici e dolorosi come quelli della notte di piazza San Carlo o degli incidenti di chi contestava il G7?
Per avanzare qualche risposta a questi interrogativi, basta partire da un elenco dei fatti avvenuti in questi mesi, a partire dal più recente, l’annuncio, da parte della sindaca, di un taglio di 80 milioni al bilancio comunale, accusando i suoi predecessori di aver detto il falso sulla realtà finanziaria dei conti pubblici e attribuendo a loro la colpa di dover operare sanguinosi risparmi di servizi ai cittadini.
Un annuncio che, ricevendo la sferzante replica di Chiamparino, il primo imputato di questa grave denuncia, sanziona la fine di quella intesa istituzionale tra Comune e Regione, bollata dai critici dell’uomo ancora più popolare della sinistra torinese, come «un governo Chiappendino» sulle sorti delle due più importanti poltrone del Piemonte, che potrebbe avere conseguenze imprevedibili sul futuro della politica cittadina.
Ultimi mesi, poi, costellati dagli allarmi, ripetuti e insistenti, dei leader delle categorie più importanti del mondo produttivo, professionale, commerciale, culturale torinese, dai presidenti degli industriali a quello dei costruttori, dagli albergatori a chi, con finanziamenti ridotti al lumicino, deve mantenere le attività di importanti musei, gallerie, teatri. Tutti sostanzialmente lamentando la mancanza di una chiara visione sul futuro della città, dovuta a una irrisolvibile contraddizione tra le due «anime» della maggioranza di governo «5 stelle», quella «movimentista» che fa capo al vicesindaco Montanari e quella «governativa», rappresentata da Appendino. Un carosello di preoccupazioni e di critiche che domani, con la presentazione del rapporto Rota, annuale autorevole bollettino dello stato della città, dovrebbe aggiungere dati inquietanti sulle prospettive di una Torino che ha perso definitivamente la rincorsa a Milano, ma che, addirittura, è sconfitta dal confronto con Firenze e Bologna, fino a potersi paradossalmente definire, dal punto socioeconomico, come la capitale del Sud d’Italia.
In attesa, dopo 4 mesi, che i parenti della vittima, i tantissimi feriti, l’opinione pubblica conoscano i primi risultati dell’inchiesta sui fatti di piazza San Carlo, risultati che potrebbero creare pure qualche difficoltà alle principali cariche delle istituzioni torinesi, la politica della città pare preda di un languore propositivo imbarazzante. La sindaca, come detto, cerca di destreggiarsi tra consiglieri che sfilano accanto ai movimenti radicali di contestazione «al sistema» e propensioni personali e familiari molto più istituzionali, ben lontane dalle tentazioni della cosiddetta «decrescita felice», ma senza concepire, o riuscire a comunicare, visioni convincenti di come ritenga possa delinearsi il futuro di Torino. Il centrosinistra sembra non aver ancor «elaborato il lutto» di una sconfitta clamorosa e imprevista, più ripiegato in se stesso che capace di offrire alla città una proposta chiara e realistica, tale da rianimare un elettorato diviso, incerto e deluso da polemiche quotidiane con gli avversari, sterili e noiose, tali da perdersi nel disinteresse generale. La destra, ininfluente da decenni sulla vita pubblica della città e priva di personalità dotate del necessario carisma, si adegua al mediocre clima generale.
La società cittadina, infine, quel ceto di classe dirigente che, nella svolta impressa dal sindaco Castellani a cavallo del secolo, aveva contribuito grandemente, prima ad elaborare la strategia e, poi, a collaborare alla realizzazione di quella importante e inedita esperienza di sviluppo cittadino, si sente abbandonata da una politica che non sa più né individuare un traguardo, né avere la credibilità e l’autorevolezza per suscitare attenzione e attivare l’impegno civile.
Si salda così, in modo curioso e sconcertante, la sensazione di un «tradimento» collettivo che accomuna ceti molto diversi. La borghesia, che in parte aveva votato Appendino al ballottaggio con Fassino, pur di scacciare il dominio «comunista» sulla città, è irritata da iniziative che colpiscono i suoi interessi, a partire dalla quadruplicata tariffa delle strisce blu per i residenti, ma e, soprattutto, dallo spettro di una città in declino, che non offre più opportunità di lavoro nel settore dell’edilizia pubblica e privata, ad esempio. Gli abitanti delle periferie, speranzosi per gli impegni elettorali della sindaca, non avvertono neppure i primi passi della promessa riqualificazione dei loro quartieri. I commercianti, vera base elettorale di Appendino, continuano a soffrire l’arrivo di nuovi supermercati e vedono inascoltati i loro allarmi sui piccoli, ma magari storici negozi, costretti a chiudere.
In una situazione che ricorda il vuoto dei partiti che favorì, appunto, l’avvento di Castellani nel 1993, forse toccherebbe proprio a quella società civile che si mobilitò, guidata da Salza, per supplire alla mancanza di leadership politica, prendere l’iniziativa di coordinare le tante e valide forze, produttive, professionali, le tante risorse intellettuali, tecnologiche, lavorative presenti in città per superare un momento così delicato per il futuro dei figli e dei nipoti di Torino.
***
da Democratica
Stefano Cagelli
5 ottobre 2017

“Noi abbiamo cambiato Torino,

la sindaca dica ciò che vuole farne”.

Parla Chiamparino

Intervista al presidente della Regione Piemonte: “Capisco l’esigenza di trovare un bersaglio politico, la sindaca è in difficoltà”
Presidente Chiamparino, la sindaca Appendino ha presentato un piano di rientro da 80 milioni e lancia quella che chiama “un’operazione verità”, puntando il dito contro la gestione trentennale del centrosinistra torinese. Come si sente di rispondere a queste accuse così dirette?
Faccio notare che in questi 30 anni il volto della città è cambiato. Cito solo le più grandi innovazioni portate a compimento: la prima, e per ora unica, linea di metropolitana funzionante, il termovalorizzatore che ha risolto il problema della gestione del ciclo dei rifiuti, il rilancio dei musei e della dimensione culturale della città, la riqualificazione di intere aree della città, la creazione di nuovi spazi. E poi quella piccola cosa che sono state le Olimpiadi, che credo abbiano contribuito a dare un certo impulso alla città.
Appendino accusa addirittura i suoi predecessori di aver tenuto nascosto lo stato dei conti.
La sindaca è in difficoltà, posso capire l’esigenza di trovare un bersaglio politico. Ma siccome il debito di cui parla è stato fatto per investimenti e non per spesa corrente, dovrebbe avere il coraggio di dire quali sono gli investimenti che non avrebbe fatto e soprattutto quali vorrebbe o non vorrebbe fare per il futuro. Colpisce che chi urla tanto contro l’austerità, poi non capisca se c’è una cosa di cui c’è bisogno per ricominciare a crescere, sono gli investimenti.
Senza gli investimenti fatti in questi anni, cosa sarebbe Torino oggi?
Prima c’è stata la crisi industriale tra gli anni ’90 e 2000 che ha avuto come epicentro – economico e simbolico – Fiat. Poi è arrivata la crisi finanziaria che ha colpito questa città come tutto il mondo. Se non avessimo avuto questi 20 anni di investimenti pubblici, si sarebbero sparse le ceneri su Torino.
Pensa che i cittadini torinesi abbiano capito lo sforzo fatto e i risultati che ha prodotto?
Le dico solo che girando per Torino ci sono ancora molte persone che mi fermano per strada e mi chiamano “sindaco”. Io difendo la dignità del lavoro che abbiamo fatto e la dignità dei torinesi che non sono persone che si fanno prendere per i fondelli. Certo, il processo è lungo, la città ha cambiato in pochi anni la sua vocazione, ma abbiamo creato le condizioni per tornare a crescere.
Dell’amministrazione Cinque Stelle di Torino ha colpito nel primo anno l’apparente moderazione nel modo di approcciarsi all’amministrazione la città, specie se confrontata con l’esperienza romana. Cos’è cambiato secondo lei negli ultimi mesi?
Stanno venendo fuori le contraddizioni di una galassia molto composita. Nella maggioranza che sostiene la giunta grillina ci sono membri di centri sociali come Askatasuna e personaggi moderati che hanno lavorato anche nelle nostre giunte. Queste contraddizioni o le si gestisce e le si governa, oppure vengono fuori. Certo, mediare è possibile solo tra ciò che è mediabile.
Ci sono ancora le condizioni per un proficuo dialogo istituzionale tra Comune e Regione?
Io il dialogo istituzionale lo ricerco, sono stato eletto per fare gli interessi dei piemontesi e quindi anche dei torinesi. Da parte mia ci sarà sempre disponibilità a collaborare, come stiamo facendo d’altronde sul Salone del Libro e sul trasporto pubblico. Sono però stupito del fatto che la rivisitazione critica che la sindaca ha fatto del passato sia stata fine a se stessa, senza cenni sul merito delle cose che secondo lei non avremmo dovuto fare e, soprattutto, senza una visione per il futuro.

 

1 Commento

  1. Giuseppe ha detto:

    E pensare che era apparsa da subito come una grillina “diversa”. Addirittura c’era chi la paragonava, lodandola, alla Raggi per dimostrare che si può essere un buon sindaco pur appartenendo a un movimento di cloni devoti al “pensiero unico” del loro fondatore.

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