Omelie 2015 di don Giorgio: QUARTA DI AVVENTO

6 dicembre 2015: Quarta di Avvento
Is 4,2-5; Eb 2,5-15; Lc 19, 28-38
Passi difficili, che richiedono una particolare intuizione
Dico subito che i brani della Messa della Quarta Domenica di Avvento sembrano di poco aiuto nello stimolare qualche riflessione. Forse ci saremmo aspettati qualcosa di meglio e di più esplicito in riferimento al Mistero natalizio, a cui ci stiamo avvicinando a grandi passi.
Ma la Liturgia ha i suoi criteri, che sembrano talora cervellotici, ma che in realtà riflettono altre epoche, quando i cristiani bevevano la Bibbia come bere acqua fresca. D’altronde, non è che sia sempre facile reperire nell’Antico Testamento richiami espliciti al Messia, anche se tra lo stesso popolo ebraico era molto viva la speranza in un liberatore, senza tuttavia conoscerne la vera identità e i tempi della sua venuta. Gli stessi profeti stimolavano il popolo eletto a non disperare, soprattutto nei momenti più difficili. Ma anche i profeti ne intuivano solo qualcosa, senza poter dare concretezza temporale alle loro visioni. Ora, col senno di poi, tutto sembra più chiaro, ma in realtà, ai loro tempi, anche gli uomini di Dio navigavano nel buio, scrivendo cose che loro stessi non comprendevano.
Germoglio
Una tra le parole più affascinanti, e nello stesso tempo indeterminate, è quella che troviamo anche nel brano di oggi, quando il profeta Isaia scrive: «Il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria…». È proprio “germoglio” che ha spinto la Liturgia a scegliere il brano di oggi. Lo stesso Isaia, all’inizio del capitolo 11, scrive: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui poserà lo spirito del Signore… ». Iesse era il padre di Davide, ma qui Isaia pensa ad un altro sovrano, Ezechia, in cui il profeta riporrà le sue speranze. Dal tronco di Iesse (padre di Davide) spunterà un germoglio, segno di vita e di rappresentazione di un re che è un dono divino. Il simbolo del germoglio diverrà, così, un termine per indicare il Messia stesso.
Non solo Isaia, anche Geremia e Zaccaria parleranno del futuro Messia, definendolo il Germoglio. Anzitutto un passo di Geremia: «Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio, ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra» (Ger 23,5). In Zaccaria il germoglio diventa il nome stesso del Messia: «Io manderò il mio servo Germoglio» (3, 8); «Ecco un uomo che si chiama Germoglio; fiorirà dove si trova e ricostruirà il tempio del Signore» (6,12).
Dopo questi chiarimenti esegetici, qualche considerazione. Il germoglio, dice Isaia, spunta da un tronco, perciò da qualcosa di inaridito, di sterile, di morto. Dunque, il germoglio è qualcosa di inaspettato, di inatteso, di gratuito. E questo lo rende particolarmente affascinante, imprevedibile, fuori di ogni nostra eventuale logica classificazione.
Quindici giorni fa, commentando il Vangelo di Marco, nei primi versetti, avevo insistito sulla parola “inizio”, e sul suo significato ricco di forti vibrazioni, inerenti all’essere. Anche “germoglio” è l’inizio della vita: è il seme che ne dà i primi segnali, oppure i rami che iniziano a riprendere. Germoglio è diminutivo di germe, ovvero qualcosa che è stato appena generato, un embrione. Dunque, un inizio di vita.
Che significa, allora, che il Messia è un germoglio? Significa che è l’Inizio, il Seme che sta per svilupparsi? Sarà sempre così, un Germoglio, un Inizio: l’Inizio di uno sviluppo che non conoscerà mai fine?
A me piace pensare alla Salvezza divina come a qualcosa di perennemente nuovo. So di ripetermi: il Vangelo è la Novità per antonomasia. Non è un pacchetto preconfezionato di Verità dogmatiche che, una volta fissate, dovranno essere solo ripetute, possibilmente a memoria senza sbagliare una virgola.
Da ogni tronco è sempre possibile che spunti un germoglio, un virgulto. E i tronchi possono rappresentare periodi storici, quando a prevalere sono strutture vincolanti e opprimenti. A dare vita a un germoglio non sarà un volto di facciata che conquista le masse, ma quel Divino in noi, sempre pronto a rinascere. Isaia parla non solo del “germoglio del Signore che crescerà in onore e gloria”, ma anche del “frutto della terra… a magnificenza e ornamento per i superstiti d’Israele”. Interpretate l’espressione “frutto della terra” come credete più opportuno, ma io ci vedo in ogni caso il frutto del nostro essere interiore, oppure, in un modo più esteso, il frutto dell’Universo divino.
Gesù cammina davanti a tutti
Non mi soffermerò sul brano di San Paolo. Per commentarlo ci vorrebbe un acuto esegeta, ma, anche in questo caso, a che servirebbe la sua analisi, in vista della nostra scoperta interiore, che è il vero frutto della Nascita di Gesù?
Passo perciò a commentare il brano del Vangelo. A prima vista sembrerebbe un episodio che, letto in Avvento, sarebbe fuori posto. Ma anche i più piccoli riuscirebbero a cogliere un collegamento “interessante” tra l’ingresso di Gesù in Gerusalemme e il suo ingresso iniziale nella storia umana. Ma non è solo la parola “ingresso” a giustificare la presenza del brano nella Messa di oggi. L’entrata di Gesù a Gerusalemme ci aiuta a cogliere alcuni aspetti della nascita di Gesù.
C’è il rischio che ogni anno mi ripeta nel dire le stesse cose. Per evitare tale rischio, vorrei soffermarmi su alcuni aspetti, forse insoliti, ovvero aspetti che, proprio perché insignificanti, talora sfuggono alla nostra attenzione.
Luca esordisce, dicendo: “Gesù “camminava davanti a tutti, salendo verso Gerusalemme”. Nulla di eccezionale il fatto che Gesù camminasse davanti ai suoi discepoli. Lo faceva ogni buon rabbino: stare davanti, guidare, segnare il passo, prevenire i pericoli. Era anche un segno di autorità o, meglio, di autorevolezza. Quando rispondeva a qualche domanda dei discepoli, Gesù si fermava, e si voltava indietro. Lo annotano spesso gli evangelisti. Chi non ricorda l’episodio di Pietro che cerca di distogliere il Maestro dall’intraprendere la strada della croce? Gli si avvicina, quasi lo supera e lo rimprovera. E Gesù che cosa fa? Lo rimanda indietro, con dure parole: “Vade retro, satana!”. Torna al tuo posto, dietro di me, satana!
Tuttavia, talora gli evangelisti evidenziano che Gesù stava davanti a tutti, come quando si reca a Gerusalemme per l’ultima volta. È un momento decisivo. Gesù cammina davanti a tutti, deciso, determinato. Forse qui ci potrebbe essere un insegnamento del Mistero natalizio. Gesù che nasce è stato preso come un evento da commemorare: un qualcosa del passato. Non dobbiamo dimenticare di essere discepoli di uno che ci precede sempre.
Infine, vorrei proporvi una brevissima riflessione sulle parole di Gesù: “Risponderete così: Il Signore ne ha bisogno!”. Di che cosa il Signore aveva bisogno? Pensate: Gesù ha bisogno di un asinello!
Quando nel 1950 è uscito il bellissimo film “Dio ha bisogno degli uomini”, diretto da Jean Delannoy e tratto da un romanzo ispirato da un episodio reale avvenuto nel 1850, più di un cristiano si era scandalizzato, al solo pensiero che Dio abbia bisogno di noi. Forse si era dimenticato dell’episodio dell’asino, quando Gesù fa dire ai discepoli: “Il Signore ne ha bisogno!”.
Ho trovato una bellissima predica di David Buttitta, della Chiesa Valdese di Firenze. Potete trovarla su internet: è veramente bella. Fa un elogio dell’asino, e di ciò che rappresenta, positivamente presso l’oriente, e negativamente presso l’occidente. C’è anche il libro, titolato proprio “Tiro avanti come un asino” del cardinale Roger Etchegaray.
Mi faccio solo una domanda: perché Dio sembra fare a meno di noi e ha bisogno invece degli animali più umili?
Che Dio abbia messo la salvezza del mondo nelle mani degli animali e della natura?

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