Camusso dimentica la tradizione di Lama e Trentin

camusso
da L’Unità
Sergio Staino
7 gennaio 2017

Camusso dimentica la tradizione di Lama e Trentin

Devi imparare a confrontarti con la politica, a dialogare tenendo il sindacato lontano dalle singole strategie dei partiti
Cara Camusso, sì, lo so, sono molto vecchio. Sono talmente vecchio da aver avuto la fortuna di conoscere Luciano Lama, uno dei più importanti dirigenti del nostro sindacato. L’ho conosciuto in situazioni fortemente contrapposte quando io, giovane e imbecille marxista-leninista, condividevo con tutte le altre organizzazioni studentesche extraparlamentari gli assalti ai comizi dello stesso. «Traditore, venduto al capitalismo, ingannatore della classe operaia etc etc». Poi ho capito quanto fossimo incolti, superficiali noi e pericolose le nostre azioni, e quanto fosse nel giusto lui e la stragrande maggioranza della classe operaia che lo affiancava.
Qualche anno dopo ho conosciuto Bruno Trentin e da lui ho imparato quanto sia deleterio e nefasto per le sorti della democrazia il fatto che il sindacato possa mettersi alla coda delle più demagogiche manifestazioni popolari. L’ho visto fischiato terribilmente da gruppi di Cobas e da larga parte della Cgil in piazza Santa Croce a Firenze e lì ho capito quanto sia difficile per un sindacalista mantenere dritta la barra di fronte alle focose rappresentazioni del sindacalismo cosiddetto rivoluzionario.
Penso sempre a questi due luminosi personaggi ogniqualvolta inciampo in una tua manifestazione estemporanea e penso con molto dolore che tu ormai non hai quasi più nulla da condividere con loro. Sono parole forti, lo so, sincere e poco diplomatiche, ma credo che sia l’unico modo per far riflettere te e i dirigenti sindacali che condividono questa tua linea.
Lama e Trentin, come molti altri sindacalisti del passato, hanno sempre guardato ai lavoratori come protagonisti della crescita sociale ed economica del paese, li hanno sempre individuati come potenziale classe dirigente. Bisognava educarli, farli crescere, dar loro la capacità di sentirsi attori principi della costruzione della democrazia, eliminando tutte quelle forme di ribellismo sterile e fine a se stesso che la lezione storica marxista liquidava con l’aggettivo «sottoproletario». Solo in questo senso il sindacato avrebbe potuto svolgere il suo ruolo di interlocutore del Parlamento e del Governo, alternando il dialogo alla lotta per i propri diritti.
Purtroppo nella tua azione e nel tuo pensiero, Susanna, io non ritrovo questo obiettivo così alto e così doveroso per un sindacato che abbia la voglia di migliorare la condizione del mondo del lavoro in una democrazia avanzata qual è la nostra.
Ormai la tua azione è solo un continuo, ripetitivo attacco al governo di turno, senza offrire al contempo un progetto, una prospettiva e una conseguente azione politica. Un sindacato non può rimanere sulle barricate a tempo indeterminato aspettando che si cambi il governo. È un’attesa sterile. Tu devi imparare a confrontarti con la politica, a dialogare, a contrattare, tenendo il sindacato lontano dalle singole strategie dei partiti. Con questo atteggiamento e sotto la tua direzione la Cgil sta correndo il rischio, terribile, di diventare una vociante folla indifferenziata, senza più alcuna connotazione di classe e soprattutto di una classe responsabile nei confronti della società e delle sue istituzioni democratiche. È successo così con la discesa in campo a fianco del «No» nel referendum sulla riforma costituzionale dove non hai lasciato libertà di scelta agli iscritti e sta succedendo così adesso con il referendum da te voluto sul Jobs Act. È molto probabile che anche questo secondo referendum ti vedrà vincitrice, ma a quale prezzo?
Ti prego di rifletterci bene e ti prego oggi che ti è arrivato un bel segnale, se hai la volontà di coglierlo. Il segnale è la notizia di quei compagni dello SpiCgil emiliano che stanno tranquillamente utilizzando i voucher per pagare le loro collaborazioni.
Sì, proprio quei voucher che tu hai avuto l’ardire di chiamare “pizzini mafiosi”. Non ti sembra di esagerare? Non ti sembra che hai perso il senso della realtà delle cose, della loro concretezza? Tutte cose che invece non mi sembra abbiano perso quei compagni dello Spi-Cgil. Cerca quindi di ritornare sui grandi binari della nostra storia sindacale, della nostra esperienza, delle nostre lotte di unità e di progresso.

 

2 Commenti

  1. Giuseppe ha detto:

    Ho conosciuto molti sindacalisti nella mia carriera lavorativa. E benché sia fermamente convinto della bontà di una azione sindacale convinta, in grado di tutelare gli interessi e i diritti della classe lavorativa, devo riconoscere, seppur a malincuore, che raramente ho trovato dei sindacalisti all’altezza della situazione. Al movimento sindacale del dopoguerra e fino agli anni 70 va riconosciuto il grande merito di aver saputo sensibilizzare la società riuscendo ad ottenere dei benefici, non solo economici, di grande impatto e di modernizzazione della legislazione del lavoro. Solo che a quel punto mi è parso che il movimento si sia fermato, in parte perché non c’erano più i leader storici capaci di trascinare i propri iscritti e, soprattutto, di farsi rispettare dagli interlocutori di turno, ma specialmente perché è emersa una nuova generazione che, per lo più, si poneva altri obiettivi. Così è apparso il sindacalista lavativo, che pur di non svolgere il lavoro per cui era stato assunto e veniva pagato, si tuffava a capofitto nei meandri delle OO.SS. Mentre d’altra parte l’ambizioso sperava di fare carriera servendosi del sindacato, ormai divenuto esso stesso uno strumento di potere in grado di sfornare i futuri dirigenti delle aziende pubbliche e a partecipazione statale, o addirittura delle stesse società ed enti che combatteva. Oppure, dulcis in fundo e meglio ancora, dei partiti politici. Infine ecco i sindacalisti alla Camusso, in gamba e tutti d’un pezzo, di solito refrattari ai compromessi, ma ancorati a modalità di un passato ormai decrepito, che sembrano non rendersi conto che i tempi sono cambiati, che dire NO a tutto per partito preso non solo non rende un buon servizio ai lavoratori, ma spesso è solo controproducente e che ci vuole un modo nuovo di confrontarsi e far sentire la propria voce. Nel frattempo, da Berlusconi in avanti, le cose sono andate peggiorando, e molte conquiste sociali, soprattutto in materia di sanità e di previdenza sono andate perdute. E che ha fatto il sindacato? Nulla o quasi, anzi, Berlusconi regnante si è trovato addirittura a condividerne le scelte, o si è limitato ad abbassare il capo senza riuscire a proporre alternative valide e costruttive, rinunciando così al suo ruolo di tutela e a quello ancor più importante di intermediazione tra le parti sociali.

  2. GIANNI ha detto:

    La Camusso rappresenta l’ala massimalista di una sigla sindacale, richiamando la tipica distinzione di certi sindacati e partiti tra riformisti e massimalisti.
    Questi ultimi difficilmente vengono a compromessi con il governo, spesso anteponendo una mera logica conflittuale al vero interesse di chi dovrebbero rappresentare.
    Non sta, infatti, in una serie di ipergaranzie il vero interesse dei lavoratori, che spesso, proprio per questo motivo, non riescono a trovare lavoro, se lo perdono,
    ma in un contemperamento con altre esigenze, tale da rendere il sistema sostenibile e funzionale per tutti.
    Infatti, come ricordavo in altro commento, spesso gli imprenditori preferiscono investire all’estero, dove è presente meno burocrazia, minore imposizione fiscale, ed anche minor conflittualità sindacale.
    Spesso, invece, esponenti come la Camusso non fanno altro che intraprendere posizioni aprioristicamente contrarie al governo, confondendo il loro ruolo di sindacato con quello di una forza politica.

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