Cosa manca ancora sul delitto di Piersanti Mattarella, 42 anni dopo

da www.huffingtonpost.it
Nicola Lofoco
Scrittore, giornalista esperto di terrorismo
IL BLOG
06/01/2022

Cosa manca ancora sul delitto

di Piersanti Mattarella, 42 anni dopo

Domenica 6 gennaio 1980, a Palermo nel giorno di festa killer armati uccidono il presidente della Regione Sicilia. Il suo assassino non avrà mai un volto
Palermo, domenica 6 gennaio 1980. Come di consueto, si festeggia l’Epifania. Ed è un giorno di festa anche per Piersanti Mattarella, 44 anni, dal 1978 presidente della Regione Sicilia. Esponente della Democrazia Cristiana, amico di Aldo Moro, ha da quasi due anni inaugurato la stagione politica della rivoluzione gentile, improntata sulla lotta alla corruzione ed al crescente potere della mafia, all’insegna del rispetto della legalità e della cultura del lavoro.
È un periodo in cui la minaccia alle istituzioni, da parte di Cosa Nostra, è sempre più aggressiva e minacciosa. Nel luglio 1979 era stato ucciso Boris Giuliano, Capo della Squadra mobile di Palermo, mentre a settembre aveva pagato con la vita il suo impegno contro la criminalità il giudice Cesare Terranova. Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, decise di recarsi in Sicilia dal 9 al 12 novembre per testimoniare la vicinanza dello Stato alla Regione Sicilia. Memorabile il discorso tenuto da Mattarella davanti a lui e all’assemblea regionale, in cui ricordava l’importanza del contrasto alla mafia e dei valori della “Resistenza e della Costituzione”. Il suo obiettivo era quello di liberare la politica dalle infiltrazioni mafiose, riformando il codice degli appalti ed il sistema delle nomine pubbliche. Una politica pienamente rispettosa della legge, di certo non affatto gradita ai clan mafiosi ed ai suoi interessi.
Quella mattina il presidente si apprestava ad uscire dal garage situato sotto la sua abitazione, a bordo di una Fiat 132 di colore blu, nella quale avevano preso posto sua moglie, Irma Chiazzese, sua suocera e sua figlia. Il figlio Bernardo è ai piedi dello scivolo del garage, dove sta chiudendo la porta di ingresso. Le lancette dell’orologio segnano le 12.50. Tutta la famiglia è diretta alla chiesa di San Francesco da Paola per partecipare alla Santa Messa. Ad attenderli vi sono due uomini a bordo di una Fiat 127 bianca. Uno di loro scende dall’auto. Indossa un piumino celeste, ha i capelli chiari tendenti al biondo, un fisico massiccio, ha “gli occhi di ghiaccio” e cammina in modo particolare, quasi “ballonzolante”. Il suo atteggiamento è calmo, sicuro, ed impugna un revolver calibro 38. Si avvicina alla portiera sinistra lato guida della Fiat 132, dove è seduto il presidente. Cerca di aprirla, senza riuscirci. L’uomo decide quindi di puntare l’arma contro il guidatore, e gli spara 4 colpi. Mattarella è gravemente ferito, scivola verso sua moglie, che a sua volta si piega sopra di lui nel tentativo di fargli scudo. Subito dopo il killer si gira di spalle e si avvicina alla Fiat 127, guidata da un suo complice. Per alcuni secondi tra i due vi è un’accesa concitazione, poi chi è al volante passa al killer un’altra arma, una Colt calibro 38. Lui la prende, la stringe tra le mani e si riporta a ridosso della Fiat 132 esplodendo altri 4 colpi, uno dei quali ferisce la signora Irma.
Piersanti Mattarella morirà alle 13.40 presso la clinica Villa Sofia, ed il suo assassino non avrà mai un volto.
In sede processuale sono stati condannati all’ergastolo i boss ai vertici di comando della cupola mafiosa, quali Totò Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Francesco Madonia, ma non è mai stato accertato il nome dell’esecutore materiale dell’omicidio.
Nel corso del tempo si era fatta largo la cosiddetta “pista nera”, secondo la quale gli assassini sarebbero stati due uomini dei Nuclei Armati Rivoluzionari, Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, che avrebbero agito nel quadro di uno “scambio di favori“ con i mafiosi, dai quali avrebbero ottenuto, dopo il delitto, l’aiuto necessario per far evadere l’ex ordinovista Pierluigi Concutelli dal carcere dell’ Ucciardone. Su questa ipotesi, rimasta tale perché non ha mai trovato conferme nelle aule di tribunale, bisogna ricordare che la comparazione dei proiettili usati per l’omicidio con le pistole sequestrate a Fioravanti dopo il suo arresto diede esito negativo. A questo si aggiunsero le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, pentito storico e collaboratore di giustizia, in Commissione antimafia nel 1992: “Garantisco che i fascisti in questo omicidio non c’entrano. Quei due sono innocenti. Glielo garantisco. E chi vivrà, vedrà. Credo che Mattarella in special modo volesse fare della pulizia in questi appalti”. Aggiunse poi: “Non avevano bisogno di due fascisti. Cosa nostra non fa agire due fascisti per ammazzare un presidente della Regione. È un controsenso”. Lo scorso anno l’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia dell’agente di polizia Nino Agostino, ucciso il 5 agosto 1989 insieme a sua moglie, in sede processuale ha indicato il boss Nino Madonia come vero sicario di Mattarella.

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