Un poppante professorino umiliato dalla sua stessa vacuità politica, nelle mani di rozzi e incompetenti analfabeti populisti

da www.huffingtonpost.it

Giuseppe Conte a Montecitorio

come il Re Travicello

Si perde gli appunti, gaffe su Piersanti Mattarella, Salvini lo snobba: i 60 minuti di vaghezza svelano un premier che galleggia e non ha il bastone del governo
By Alessandro De Angelis
Al secondo giorno appena, cade la maschera da premier indossata dal professor Giuseppe Conte. E l’Aula si trasforma nello stagno della celebre favola di Fedro, dove Zeus lancia un pezzo di legno, un “travicello”, indicandolo come monarca per le rane che, dopo una titubanza iniziale, scoprono che il loro sovrano non fa nulla se non galleggiare. E iniziano dunque a saltellare come vogliono, un po’ come Salvini, vero azionista della maggioranza, che dopo venti minuti di discorso si alza e se ne va, direzione Barletta, per un comizio. È più importante, evidentemente, rispetto all’ascolto della noiosa difesa d’ufficio di un contratto che premier e Parlamento devono, semplicemente, ratificare.
Eccolo, il “re Travicello”, alias Giuseppe Conte. Che prova a indossare i panni istituzionali di chi rispetta il capo dello Stato, ma dimentica il nome del suo “congiunto” – proprio “congiunto” – ucciso dalla mafia, ovvero il fratello Piersanti.
E termina con una frase per tutte le stagioni, che certo non resterà negli annali: “Terremo ciò che funziona, cambieremo ciò che non funziona”. Discorso pasticciato, impacciato con il premier che perde gli appunti e si perde, prima che Di Maio glieli sistemi, quasi soporifero, lunghissima celebrazione del potere che non dice nulla in una sequenza di standing ovation alla meccanica ripetizione di ogni titolo del “contratto”, legge fondamentale del nuovo ordine populista che si sente “Stato”. In un clima in cui ogni avversario è un peccatore da redimere e il lapsus sulla “presunzione di colpevolezza”, e non di “innocenza”, rivela l’essenza dell’avvocato del popolo con l’animus dell’inquisitore collettivo (leggi blog Lucia Annunziata La punizione come riscatto).
Ecco che, al primo brusio del Pd, il dissenso diventa macchia morale del reprobo: “I vostri interventi – dice rivolto ai banchi della sinistra – volti a interrompermi dimostrano che ciascuno ha il suo conflitto o pensa di avere di avere il proprio conflitto”. È il momento più caldo e al tempo stesso il trailer della legislatura che verrà, col boato della maggioranza rivelatore di una retorica della punizione, intesa come trionfo del nuovo spirito popolare nel nuovo anno zero della Repubblica dei cosiddetti cittadini. Parole goffamente corrette per sedare il trambusto: “Sono stato frainteso, non sto accusando nessuno ma dico che è negli interstizi della società a qualsiasi livello”.
“Cittadini”, “cambiamento”, un’elencazione di intenti generici senza mai dire il “come”, il “quando”, le “coperture”, le aliquote, i cardini di una politica economica che, sul contratto, prevede cento miliardi di spesa. L’unica cosa che si capisce (e stupisce) è il ridimensionamento dei poteri dell’Anac che “non ha prodotto i risultati che ci aspettavamo”. Sessanta minuti di lento galleggiamento di un premier che non è cuore pulsante dell’azione di governo. Ma che, almeno, sfoggia l’inglese promettendo la “green economy” o l’attenzione alla “blu society”, perché come negli altri paesi anche l’Italia deve avere la “corporate responsability” e tanti “report sulle performance”. Altrimenti, cosa dici agli stakeholder? È il punto politico questa intangibilità del premier, facile bersaglio di chi l’ha ribattezzato come un “pupazzo“, spedito a palazzo Chigi con una lista di ministri e un contratto scritto da altri. Perché governare non è solo eseguire o obbedire, ma gestire imprevisti, confrontarsi con partner stranieri, gestire l’opinione pubblica interpretando l’interesse nazionale. Al secondo giorno il neo-premier sembra già unfit to lead, mentre la Camera si trasforma in una bolgia quando il leghista Molteni inneggia al Far west perché “la difesa è sempre legittima e chi si difende non può subire la gogna e l’agonia di un processo” o alimenta la retorica xenofoba di un “paese che cresce facendo figli e non importando immigrati”.
L’avvocato difensore degli italiani, portavoce ufficiale del nuovo blocco gialloverde ha la spensierata e spericolata sicurezza di chi sa che deve convivere con i due potenti e ingombranti sub-premier, perché fa parte del contratto sostanziale la sua capacità e attitudine di stare un passo indietro, in attesa che le decisioni vengano comunicate. In tal senso il discorso è perfetto, perché gli slogan, semplificati ai limiti della banalità, fanno breccia “fuori”, in un’opinione pubblica che si nutre della campagna elettorale permanente, ma consentono di attendere che le scelte – il “come”, “quando”, “con quali soldi” – siano stabilite nel patto tra i partiti, o meglio tra i leader veri. Per ora, la nave va, forte delle vento che soffia nel paese, perché i governi non si giudicano dalle parole del primo giorno né esistono opposizioni che abbiano la minima parvenza di “alternative politiche”. Però c’è la realtà, che prima o poi pretenderà i numeri sotto le elencazioni di principio e misurerà aspettative disattese e promesse tradite. A proposito, lo spread incassata la fiducia è risalito a quota 250. Non sarà un “vessillo” come dice Conte, ma sarà difficile non tenerne conto.
***
da www.palermotoday.it

Tensione alla Camera:

Conte non ricorda il nome di Mattarella,

Delrio urla: “Piersanti”

Il premier si dice addolorato per gli attacchi al Capo dello Stato ma parlando del fratello, ex presidente della Regione Siciliana ucciso dalla mafia, lo definisce “un congiunto”. Il capogruppo Dem lo striglia tra gli applausi dei suoi e di Fi
Redazione
06 giugno 2018
Inizia sotto il segno della polemica il cammino del premier Giuseppe Conte alla Camera. Pur avendo incassato la fiducia, l’esordio in aula non è stato dei più felici. Il presidente del Consiglio, riferendosi agli attacchi subiti dal Capo dello Stato nei giorni scorsi, ha citato il fratello Piersanti, presidente dela Regione Siciliana ucciso dalla mafia nel 1980, definendolo semplicemente “un congiunto”. Una scelta che non è passata inosservata e che, al contrario, ha subito alzato la tensione.
“Sul tema dei provvedimenti sulla confisca dei beni alla mafia nessuno vuol disconoscere ciò che è stato fatto dal governo uscente sul punto – ha detto Conte – dobbiamo lavorare tutti uniti. Anzi, una delle cose che più mi ha addolorato è stato quando c’è stato un attacco alla memoria di un suo congiunto, è stata una cosa che mi è davvero dispiaciuta”.
La risposta è arrivata dal capogruppo Pd Graziano Delrio che, al momento della dichiarazione di voto, ha attaccato Conte per la “dimenticanza”. Delrio ha urlato il nome “Piersanti” rivolto a Conte, innescando la standing ovation dei suoi compagni di partito. Con il Pd anche Fi, non Lega e M5s, che hanno reagito all’attacco con dei boati di disapprovazione.
“Il vostro programma di governo – ha aggiunto il democratico – è pieno di promesse per noi irrealizzabili. Il nostro timore è che diventino incubi per le famiglie e le imprese. Il popolo può anche essere ingannato: non bisogna dare sussidi ma lavoro. Per i miei figli voglio lavoro, non uno stipendio, protezione sociale, non uno stipendio. Il lavoro è senso e significato. Non cerchi avventure per un facile successo: governare è difficile e complicato, significa studiare i dossier. L’emergenza vera non è l’immigrato che chiede l’elemosina, non è indebolire l’Anac, ma la corruzione, l’illegalità diffusa. Non è l’immigrato la causa per cui i giovani non trovano lavoro. Cerchi priorità come il sostegno al lavoro e ci troverà dalla sua parte. Le premesse su cui si basa il suo programma rendono impossibile il voto di fiducia. Non venga a parlare in quest’aula di cose che non conosce, sia umile”.
“È meschino  – ha detto il capogruppo M5S Francesco D’Uva difendendo il premier – strumentalizzare i nomi delle vittime delle mafia per strappare applausi in quest’aula”.
La cronaca dice che l’Aula ha poi concesso la fiducia con 350 si e 236 no. Ma l’eco della polemica è ancora forte.

L’intervento integrale di Del Rio alla Camera

 

Guardate anche questi video: sono comici

 

 

 

3 Commenti

  1. Giuseppe ha detto:

    Nel momento in cui Salvini e Di Maio hanno appianato le loro “divergenze” (leggi il disprezzo reciproco) che per anni li hanno resi incompatibili, decidendo di rinunciare entrambi al ruolo di premier del nuovo governo, hanno cercato una persona che potesse incarnare le due anime della “santa alleanza” di cui il cuore pulsante della patria avvertiva un bisogno spasmodico. Bisognava trovare, cioè, una sorta di “dottor Jekill e mister Hide”, ma privo della parte migliore.
    Adesso l’abbiamo scoperto anche noi: mescolando i due individui e centrifugando il tutto il risultato, a dispetto dell’ignoranza proverbiale degli elementi di base, è nientemeno che un docente universitario! A riguardo del quale vorrei spendere due parole, anche a costo di ripetermi.
    Lì per lì, visto in mezzo ai suoi padroni, Conte fa quasi tenerezza, sembra quasi un pulcino indifeso, anche se basta poco per cancellare questa immagine. Il professor nessuno ci mette un attimo e dà inizio al suo show, che come un varietà televisivo che si rispetti è interrotto continuamente da “standing ovation” a chiamata. Di lui sappiamo solo quello che hanno riportato i media quando si è cominciato a parlarne come possibile premier, ma nessuno sa con esattezza (forse neanche lui) quale sia realmente il suo curriculum. L’unica cosa certa è che, pur avendo passato i cinquantanni non ha mai militato in alcun partito o professato preferenze di alcun genere, della politica attiva potrebbe in teoria anche conoscere tutte le sfaccettature e i retroscena, ma non per esperienza diretta. Comunque sia, si è fatto trovare pronto alla chiamata di Salvini e Di Maio e, mancando di umiltà si è messo a parlare con l’aria di chi la sa lunga di cose che non conosce. Rivelando così una insospettabile simpatia per Vladimir Putin, che sarebbe vittima delle malvage ritorsioni della UE. Ci ha anche rivelato di essere un sostenitore della flat-tax e un paladino del populismo definito come “attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente comune”, oltre che della necessità di un blocco ai flussi migratori di milioni di delinquenti spacciati per profughi e disperati, e lasciando intendere orgogliosamente che è sua intenzione fare la voce grossa nei confonti degli organismi dell’Unione Europea, notoriamente succubi delle tentazioni egemoniche franco-tedesche.
    Poco importa che per aggiungere qualcosa abbia dovuto chiedere il permesso a Di Maio, oltretutto vedendoselo negare a brutto muso, o che sia stato cazziato da Graziano Del Rio, per non essersi informato a sufficienza sul nome del fratello del presidente Mattarella Piersanti, assassinato dalla mafia.
    Sarò malfidato, ma tutto questo chiacchiericcio, secondo me, ha l’aria di essere un cumulo di menzogne che nascondono un’indole da astuto opportunista e ho la sensazione che se invece dei due ex nemici, a chiamarlo in causa fossero stati il Pd o perfino l’estrema sinistra, l’insigne luminare avrebbe risposto prontamente, rilasciando una serie di affermazioni atte ad esternare una convinta ammirazione per i partiti di sinistra, confessando altresì di essere sempre stato un fautore delle conquiste sociali portate avanti negli ultimi anni e, magari, denunciando apertamente la deriva razzista e antieuropea della Lega e la pericolosa demagogia del M5S.

    • Patrizia ha detto:

      Concordo con l’analisi di Giuseppe, al momento non si capisce se questo signore ci fa o ci è, anche perché non sarebbe stato da tutti immettersi in un ruolo del genere.

  2. Ugo P. ha detto:

    Io pensavo che i 5 stelle una volta al potere sostituivano il Pd invece a me pare una forza italia 4.0 con pace fiscale che è un condono vero e proprio e l’annuncio di Di Maio sull’abolizione dello spesometro e redditometro.
    D’altronde Casaleggio fu candidato a Forza Italia Grillo si vantava che evadeva e Di Maio Faceva i Muriamo Equitalia…cosa volte pretendere?

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