Omelie 2014 di don Giorgio: Quarta Domenica di Avvento – rito ambrosiano

7 dicembre 2014: Quarta di Avvento
Is 16,1-5; 1Ts 3,11-4,2; Mc 11,1-11
Il primo brano della Messa fa parte del prima parte del libro, scritta dal profeta che si chiama Isaia, vissuto nella seconda metà dell’VIII secolo a.C.
Nella raccolta dei suoi scritti troviamo anche una serie di “oracoli”. Gli oracoli erano delle dichiarazioni solenni che il Signore faceva tramite i suoi profeti, tra cui il nostro Isaia.  Questi oracoli erano anche duri giudizi di minaccia contro le popolazioni pagane, ma sempre in riferimento alla loro salvezza.
Nel brano di oggi, che non è di facile lettura, si parla di Moab, contro cui il Signore lancia un duro oracolo. Non dimentichiamo che Moab, una regione posta ad est del mar Morto, era abitata da una popolazione, acerrima nemica di Israele. Il profeta rievoca ciò che è capitato a questa popolazione, costretta da una devastazione dell’esercito nemico a trovare riparo in altre località, anche nel regno di Giuda. Non ci sono indicazioni storiche, ma non importa. Al profeta interessa dare un esempio dell’agire di Dio. Chiariamo ancora una volta: la storia sacra non è da interpretare secondo i criteri degli storici che valutano i fatti, individuano le cause ed evidenziano gli effetti. La storia sacra richiede un occhio diverso: è l’occhio del profeta che si avvale dell’occhio divino. Al profeta non interessano tanto i fatti, nei loro aspetti spaziali (dove sono avvenuti) e temporali (quando sono avvenuti), ma interessa la loro esemplarità: cioè i fatti sono degli esempi concreti dell’agire di Dio nella storia. L’esempio, nel nostro caso, è la popolazione di Moab, che si rifugia, braccata dal nemico, presso il popolo ebraico. La salvezza fisica di Moab viene vista dal profeta come la salvezza nell’unico vero Dio che, notate bene, ha scelto il popolo d’Israele come strumento del suo messaggio, che è universale, ovvero per tutti i popoli della terra che, prima o poi, dovranno riconoscere la sovranità di Gerusalemme, non tanto intesa come città fisica, ma luogo ideale della rivelazione divina.
Anche qui chiariamo subito. I profeti miravano all’Israele ideale, più che all’Israele storico a cui non risparmiavano le loro invettive, per i suoi continui tradimenti dell’Alleanza. È importante sottolineare questa distinzione tra l’Israele ideale e l’Israele storico.
Nel brano di oggi, è descritto l’accorrere dei disperati moabiti verso la terra della salvezza. Le donne in fuga come uccelli spaventati e come “una nidiata dispersa” e tutti i fuggitivi di Moab avranno un riparo nella terra di Giuda, ove godranno dei diritti dell’ospitalità, secondo giustizia, “nella tenda di Davide”, ove “vi risiederà… un giudice sollecito del diritto e pronto alla giustizia”. Questo giudice richiama, secondo la profezia liturgica anche odierna, il Messia. Il Messia, dunque, sarà animato dal grande sogno di instaurare la “giustizia” sulla terra.
Vorrei sottolineare un aspetto di questa vicenda. I popoli antichi avevano una grande dote naturale, ed era l’ospitalità, che era sacra. Forse più all’interno della popolazione, che non in riferimento ai cosiddetti forestieri. Ed era per questo che i profeti avevano cercato di allargare i confini, per una ospitalità universalistica: senza più frontiere, di nessun tipo.
Noi moderni facciamo già fatica a capirci tra di noi, all’interno del nostro Paese: tra Nord e Sud. Ora poi, con l’immigrazione proveniente dal di fuori, le cose si sono complicate.
Le relazioni sociali si sono aggravate, anche perché c’è gente, nel campo politico e non solo politico, che trova buon giuoco a pescare nel torbido. Non sto dicendo che tutto sia facile, non sto dicendo che i problemi di convivenza non esistano: sto semplicemente dicendo che i problemi, che sono reali, non si risolvono chiudendosi a riccio, partendo dal presupposto che non sia possibile l’integrazione, tirando fuori le solite difficoltà: anche noi stiamo male, anche noi siamo precari. Non mi sembra che quando stavamo bene, la pensavamo diversamente.
Il problema è anche di necessità. Il fenomeno è irreversibile: non si può tornare indietro e fermare la globalizzazione. Governarla razionalmente sì, ma non possiamo arrestarla. Tutto sta in una politica saggia e coraggiosa, previdente e lungimirante.
Passiamo al brano del Vangelo secondo Marco, che riporta un episodio che a prima vista potrebbe sembrare fuori tema. Che c’entra con l’Avvento l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, che è avvenuto pochi giorni prima della sua passione e morte?
Dico subito che c’è un nesso profondo tra l’Incarnazione e la Pasqua, intesa come passione, morte e risurrezione di Cristo. Noi cristiani siamo riusciti anche a distruggere il Mistero divino, frammentandolo in mille pezzi, o mille risvolti, secondo le nostre regole consumistiche. La scienza parla di olismo, ovvero ci dice che il tutto è nel particolare e che il particolare sta nel tutto, ma la religione è ferma solo alla comunione dei santi, ma senza capire che la comunione dei santi c’è, in forza del principio secondo cui nessuno di noi è un’isola, è un tutt’uno nell’Universo, e questo indipendentemente se uno crede o non crede in un certo dio. C’è, dunque, un nesso rapporto tra la nostra nascita, il nostro vivere e il nostro morire. Così è stato di Cristo. Non c’è nulla di paradossale collegare la sua nascita alla sua morte.
Ma la Liturgia non intende dirci questo, anticipando nell’attesa del Mistero natalizio l’episodio dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, che si sarebbe poi concluso nella sua passione e nella sua morte. La Liturgia intende invece rispondere ad una domanda più che lecita: in fondo, è la stessa domanda che la città di Gerusalemme si è fatta, quando ha visto Gesù cavalcare un puledro: “Chi è costui?”. Ed è la stata anche la domanda del re Erode quando ha saputo dai Magi la nascita di un personaggio misterioso. Era la domanda che le folle si ponevano, quando Gesù è apparso sulla scena pubblica.
“Chi è costui?”. Forse noi cristiani moderni ci siamo stancati di porci questa domanda. Per noi il Natale è una commemorazione, e solo la commemorazione di un evento già avvenuto, che si è concluso quando Cristo è morto, e non ci chiediamo più chi è in realtà questo Gesù che ogni anno ci si ripresenta, ponendoci le stesse domande. Ogni anno, il Natale, più che una bella poesia, ci pone davanti alla nostra dura realtà.
Gesù è entrato in questo mondo allo stesso modo con cui è uscito. Non ha scelto la via della onnipotenza. Lo poteva anche fare. Una sola parola risuona, quando Gesù è nato e quando Gesù è morto: pace. Una piccola e breve parola che, pur sbandierata a destra e a sinistra, in ogni campo sociale, politico e religioso, difficilmente riusciamo a cogliere in tutta la sua realtà innovativa, se prima in noi non si fa strada quella disponibilità a un bene che è l’unico a dover contare, che lo vogliamo o no. Parlare di umiltà non rende ancora bene l’idea.
L’evangelista Matteo aggiunge un particolare al racconto dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme: «I capi dei sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che (Gesù) aveva fatto (guarendo ciechi e storpi) e i fanciulli che acclamavano nel tempio: “Osanna al figlio di Davide!” si sdegnarono, e gli dissero: “Non senti quello che dicono costoro?”. Gesù rispose loro: “Dalla bocca di bambini e di lattanti hai tratto per te una lode?”».
Il Natale dovrebbe essere la festa del bimbo che c’è in noi. Il problema di oggi è che anche i bambini, in senso biologico, hanno già perso la loro capacità di meravigliarsi di fronte alle cose belle.

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