Demolite le baraccopoli di Messina, il riscatto passa dalle donne

da AVVENIRE
30 dicembre 2021
Reportage.

Demolite le baraccopoli di Messina,

il riscatto passa dalle donne

Paolo Lambruschi, Messina
Dopo la demolizione delle baracche, 150 famiglie si sono scelte una casa senza essere spostate in altri quartieri ghetto. Il coraggio delle mamme e la “sfida” alla criminalità
Quelle “delle baracche” sono donne speciali. Tenaci, resilienti e sognatrici le definisce chi le ha conosciute e ha imparato ad andare oltre i pregiudizi. Merito di queste donne se oggi le loro famiglie sono riuscite in una missione che sembrava impossibile, comperarsi una casa di proprietà con un mutuo per portare i loro figli fuori da un ghetto. Ed è merito del progetto Capacity che ha utilizzato i fondi europei per riqualificare la periferia più dimenticata. Capofila è il Comune di Messina mentre la Fondazione di Comunità, ente non profit, è il partner strategico e tecnico che ha ideato il progetto basato su riscatto e legalità.
Nel Sud la vergogna delle baraccopoli non è stata ancora cancellata. Colpa di una miseria che spesso si alimenta con l’emarginazione, di muri invisibili che rendono l’indirizzo di casa uno stigma e del controllo sociale della criminalità organizzata. Maregrosso a Messina ha sempre significato Fondo Saccà e Fondo Fucile, due baraccopoli storiche sviluppatesi dopo il terremoto del 1908, dove sono cresciute intere generazioni e dalle quali si girava al largo, dove l’assegnazione degli alloggi spesso abusivi era diventata appannaggio della mafia. I due quartieri avevano, secondo la Fondazione di comunità, tassi di disagio socioeconomico da record. A Fondo Fucile gli alunni ripetenti nel primo anno della secondaria di primo grado erano il quadruplo della media siciliana (18% contro il 4) e fra il 1990 e il 2018 nelle due baraccopoli si contavano mediamente da 3 a 7 anni di vita in meno in tutte le classi d’età rispetto alle altre zone. Un terzo degli abitanti è morto prima dei 65 anni, e il 3,7% dei decessi è avvenuto nei primi anni di vita. Una povertà che marchiava un’intera esistenza.
«Nelle casette di Fondo Fucile ci sono nata, ci abitavano mio padre e mia madre e i miei nonni – racconta Adele, 35 anni –. Mi sono sposata giovanissima e ho continuato ad abitarci, i miei figli sono nati lì. Cercavo di tenerla ordinata e dignitosa. ma casa nostra era una baracca, ci vivevamo in 4 in 50 metri quadri con tanti problemi. In inverno c’erano infiltrazioni e la fognatura esondava, c’era degrado e chi era più povero soffriva. C’era tanta solidarietà, ma la nostra vita fuori era sempre ai margini». La baraccopoli è stata completamente demolita da poco e le famiglie che vivevano a Fondo Saccà e Fondo Fucile grazie al progetto Capacity, attraverso un lungo percorso compiuto soprattutto dalle donne, si sono scelte una casa senza essere spostate in altri quartieri ghetto. Oltre 150 famiglie e più di 400 persone hanno potuto scegliere un’abitazione e in diversi casi, comprarsela con un mutuo.
«La mia nuova abitazione vale 80mila euro e ho una rata di 150 euro al mese di mutuo da pagare. Così posso farcela»: Adele lavora da quando aveva 18 anni, ha lasciato la scuola a 15. Ha fatto la commessa, la parrucchiera, poi la cameriera.
«L’appartamento è bellissimo, i miei i due figli hanno le loro camerette. A scuola non potevo dire dove abitavo. I miei figli non vivranno quelle umiliazioni, i loro compagni li possono portare a casa tranquillamente. Io non potevo. Noi eravamo etichettati come quelli delle baracche, loro sono come tutti gli altri». Il riscatto di Adele è frutto di un lungo percorso avviato da Capacity insieme agli abitanti di Maregrosso nel centro socio educativo. Tanti incontri per conoscersi e imparare a rapportarsi correttamente con i servizi sociali. In una prima parte di Fondo Saccà smantellata negli anni scorsi, la Fondazione di Comunità di Messina ha costruito casette “ecologiche” a un piano che dal 2015 ospitano il centro socio educativo e abitazioni a uso sociale, il tutto finanziatio con fondi propri e con il supporto di Fondazione Cariplo, di Fondazione Con il Sud e di Caritas Italiana. Qui le donne sono state aiutate dagli operatori a ritrovare fiducia partendo da un’idea rivoluzionaria, la proprietà di una casa è l’accesso alla piena cittadinanza.
Lo ribadisce Gaetano Giunta, presidente della Fondazione di Comunità messinese e uno degli ideatori di Capacity. «Il progetto è centrato sulla redistribuzione di ricchezza e capitale sociale. Gli studiosi della povertà sanno che la proprietà di una abitazione può determinare l’uscita dalla miseria. Si è attivata per gli abitanti della baraccopoli una rete di relazioni con i servizi sociali che prima non avevano perché erano chiusi in queste enclave. Sono progrediti in termini di conoscenza e la leva della casa di proprietà è stata una molla per trasformare il lavoro sommerso in impieghi regolari così da permettere loro l’accesso al credito». La fondazione e il comune sono stati determinanti in tutti i passaggi. Capacity è finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri per circa 18 milioni di euro nell’ambito del Programma straordinario di riqualificazione urbana. A questi vanno aggiunti i circa 2 milioni di cofinanziamento della Fondazione di Comunità di Messina e le importanti azioni di sistema già programmate dal Comune peloritano. Per la ristrutturazione dei debiti e l’accensione dei mutui si utilizza lo strumento del microcredito, le istituzioni hanno poi aiutato nella ricerca di lavoro chi ha aderito e favorito l’emersione dal lavoro nero. Ma è stato importante soprattutto il ruolo delle donne. «All’inizio prevaleva la disillusione generale verso le opportunità del progetto – conferma Lucrezia Piraino, mediatrice culturale del centro socio educativo –. Sono state loro a crederci e a convincere i mariti perché volevano un cambiamento per i figli. Quando dalle movimentate assemblee pubbliche siamo passati a raccogliere i desideri dei singoli nuclei baracca per baracca il clima è cambiato. Ed è mutato il rapporto con le istituzioni». La legalità è l’impegno più forte per ottenere il mutuo agevolato perché sulle case grava un’ipoteca speciale. «Questo – afferma Gaetano Giunta – è il primo progetto che premia economicamente chi ha rotto con il controllo mafioso. Abbiamo inventato con i notai una ipoteca antimafia sulle case per cui chi ha ottenuto fondi da Capacity. Oltre a non essere stato mai condannato per mafia, non deve venire condannato per tali reati nei 10 anni successivi al rogito altrimenti la proprietà dell’abitazione passa al comune. Chi ha acquistato la casa ha sottoscritto questo patto».
Lo ha fatto Tina, 33 anni, che ricorda la sua infanzia a Fondo Saccà con nostalgia. «Ci costruivamo i giochi da soli, non potevamo invitare le compagne a casa, ma ci siamo sempre aiutati tra noi. Chi di noi ha studiato lo ha fatto con i sacrifici indicibili dei genitori, ma poi ci sentivamo emarginati. Quando qualcuno anche dalla parrocchia ci riaccompagnava a casa, mi facevo lasciare a 500 metri per la vergogna. Ora non mi vergogno più». Anche Angela, 37 anni, ha sottoscritto il patto. Con il suo lavoro da cameriera e lo stipendio del figlio maggiore riesce a pagare la rata del mutuo e ha ritrovato la dignità. «Non ne potevamo più di problemi, di vivere in un posto dove quando pioveva non riuscivi a muoverti, dove c’erano sempre i rifiuti, di una casa troppo piccola e fredda d’inverno dove ti ammalavi».
Il futuro di Maregrosso è cambiato, è fatto di aree verdi, installazioni artistiche con un piccolo condominio “ecologico” costruito con le tecnologie più avanzate che ospiterà persone provenienti da altre baraccopoli. A Messina ancora 2mila famiglie vivono nelle favelas costruite dopo il sisma del 1908 e nel dopoguerra controllate dalla criminalità organizzata. Capacity può essere un modello per usare i fondi del Pnrr che arriveranno e per dare una speranza a chi nelle periferie non l’ha mai avuta.

1 Commento

  1. enniovico ha detto:

    Evviva, meglio tardi che mai, anche se resta una grande vergogna!

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