Dove i bambini vivono all’inferno

da L’Espresso
OPINIONI
Roberto Saviano
L’antitaliano

Dove i bambini vivono all’inferno

Storie di sofferenza dei più piccoli in una Napoli che non vogliamo vedere e che rappresenta il mondo intero. Eppure c’è ancora speranza
Massimiliano Virgilio
Ti voglio parlare di Massimiliano Virgilio, uno scrittore. Qualcuno aggiungerebbe napoletano, io preferisco fermarmi a scrittore. E non perché Virgilio abbia rinnegato la sua città, non perché abbia smesso di amare la terra in cui vive e lavora, anzi, so per certo che la ama visceralmente, che la ama e la vorrebbe più umana e che al sogno di poterla migliorare non rinuncerà mai. No, mi fermo a scrittore perché negli anni ho capito che quando ci si ostina a voler aggiungere un aggettivo che ti ancori a un luogo o a una religione è sempre perché prima o poi quell’aggettivo potrà essere usato contro di te. E allora Massimiliano Virgilio è uno scrittore e ha appena dato alla luce un libro che devi leggere: Le creature.
Creatura è tutto ciò che è stato creato, ma sai, per la gente del Sud la parola creatura significa una cosa sola: bambino. E creature sono tutti i bambini. Maschi e femmine. Tuoi e miei. Che conosco e che non conosco. Italiani e stranieri. Sani e malati. E creature è una parola piena, prova a dirla ad alta voce, vai, nessuno ti sente: non vedi come ti riempie la bocca? Ma non è piena solo per questo, è piena anche perché è talmente vicina all’atto della creazione che non è stata ancora svuotata, depredata, intaccata. Sì perché sai, vale il ragionamento al contrario: ci piace considerare i bambini tabula rasa, come si dice? Quel che metti ci trovi, con i bambini raccogli ciò che semini. Quanta presunzione. Ci hai fatto caso? Mai una volta che riuscissimo a pensare che ciò di cui noi adulti siamo pieni, per trovare spazio ha dovuto cacciar fuori ciò che avevamo da creature e che era prezioso: la capacità di rialzarci, di non considerare nessuna sofferenza come irreparabile, mortale, finale.
Al Sud ci sono creature che non hanno speranza, che nascono in una terra cattiva e sotto una cattiva stella. So cosa stai per dire: sono ovunque le creature senza speranza. Esatto, sono ovunque. Massimiliano Virgilio racconta una storia che solo per caso accade a Napoli ma che in realtà è una storia universale.
Ora ti starai chiedendo di cosa parli. Che ci sono creature lo hai già intuito. Ma io non ti dirò niente, perché prenderai Le creature e lo lascerai solo quando lo avrai finito, solo quando avrai incontrato l’ultima parola, che è la parola “luce”. Leggerai gran parte del libro credendo di aver capito cosa stai leggendo – è successo anche a me – e ti accorgerai solo alla fine che non hai capito niente. Che Virgilio non ti racconta la storia di Han, un adolescente cinese/italiano che non ha mai visto la Cina, ma che in Italia è un fantasma senza cittadinanza. Non ti sta raccontando di Nina, di Nina che porta il busto, di Nina che quando la sua vita sta per diventare normale, entra nel peggiore degli incubi mai immaginati. Non ti sta raccontando della Leonessa, la malvissuta Leonessa, e della sua malandata baracca dove tiene a pensione come figli di cane le creature di chi è venuto a lavorare in Italia da lontano e non ha parenti, e non ha genitori, e non ha nessuno. E non parla nemmeno del figlio della Leonessa, il gemello sopravvissuto, che vorrebbe essere morto al posto di quell’altro, per non portarsi addosso il peso della vita.
E alla fine vedrai che non è nemmeno Napoli la città che ospita questi fantasmi, perché se non conosci Napoli, ci scommetto quello che vuoi, nel racconto vedrai i posti che conosci tu, la luce a te familiare, gli odori che senti per strada. Virgilio ha composto una partitura che tutti possono suonare fino a quell’ultima parola: “luce”. La sua Napoli è ogni città, ogni periferia, ogni campagna assordata da un aeroporto, in ogni aborto di quartiere costruito per ospitare uffici, con finti parchi, finte chiese, finti bar. Con persone che devono giocare a essere infami per adeguarsi all’infamità del luogo.
Esattamente un anno fa leggevo “La vita davanti a sé” di Romain Gary. Momò, un ragazzino diverso dagli altri, come diverso è Han, era a pensione dalla malvissuta madame Rose, malvissuta come la Leonessa di Han. Momò come Han cresce emarginato tra emarginati, è poco più che un bambino e frequenta la strada. Momò parla di armi e di stragi: è in cerca di attenzione e lo sai anche tu, l’attenzione non è roba da poco, per averla si farebbe di tutto. Ebbene, sappi che Han un’arma l’avrà e sarà tremendo, ma sarà anche l’inizio di qualcosa e non la fine di tutto. Ringrazio Massimiliano perché ha scritto parole che dovrà difendere. Ha illuminato il buio, ha dato vita a fantasmi e ha dimostrato che dopo l’inferno non c’è la dannazione, ma la vita. Ecco, di questo parla il suo libro e tu non te lo puoi perdere.
03 febbraio 2020

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