Quello che un ministro dell’Interno non può fare: armare una gogna

da AVVENIRE
7 marzo 2019

Quello che un ministro dell’Interno

non può fare: armare una gogna

Marco Tarquinio
Caro direttore, Giulia Pacilli, 22 anni, è una ragazza come tante: studia, si interessa di teatro, va in palestra e, occasionalmente, come tutti i giovani partecipa alle manifestazioni cittadine. Una delle nostre figlie. Si direbbe una persona tranquilla. Eppure da tre giorni la sua vita è diventata un inferno e non solo per lei ma anche per i suoi genitori e tutti i suoi cari. Avete capito di chi si tratta: sì, è la ragazza che alla manifestazione di sabato 2 marzo a Milano ha mostrato un piccolo cartello che ha fatto indispettire il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ecco allora che il Ministro della Repubblica Italiana con la delega all’Interno, ossia alla protezione degli italiani, decide di dare una lezione a Giulia. E così, come nella scena della Ciociara di De Sica, decide di postare la foto della ragazza con il suo cartello e di darla in pasto ai suoi follower sui social: esposta alla gogna per farla insultare, violentare psicologicamente e farla minacciare. Una scena orrida e selvaggia proprio come quella perpetrata dai “goumier”, cioè i soldati coloniali francesi rimasti tristemente famosi nel sud del Lazio nel corso della Seconda guerra mondiale, che usano violenza nei confronti della madre impersonata da Sofia Loren e di sua figlia. Un atto indegno nei confronti di una giovane che potrebbe essere nostra figlia. Una brutta pagina perpetrata dal ministro competente. Pagina grave, gravissima. Il nostro sistema ha una serie di gradualità che dovrebbero garantire che dinnanzi a una barbarie simile, quella di un ministro nei confronti di una semplice studentessa, ci possa essere il ridimensionamento e il ripristino della tranquillità della vita della ragazza e della sua famiglia. Invece in questi giorni non abbiamo sentito una parola. Neanche una. Non una parola e neanche un tweet, che ormai non si nega a nessuno: avrebbero potuto farlo, quel tweet di condanna o di solidarietà alla giovane e ai suoi cari, il presidente del Consiglio Conte, il vicepresidente del consiglio Di Maio, la ministra Bongiorno in passato impegnata in prima persona sul tema della tutela delle donne. Quel tweet avrebbe potuto farlo la ministra della Difesa da cui primariamente dipende l’Arma dei Carabinieri e soprattutto è una donna, Elisabetta Trenta, o avrebbe potuto farlo il ministro dell’Istruzione Bussetti, poiché ricordiamoci che parliamo di una studentessa di 22 anni. Ma tralasciamo questi insensibili nonché autorevoli responsabili di Governo. Sarebbe bello se arrivasse un segnale almeno dalle numerose istituzioni preposte a garantire la tranquillità delle persone: non un provvedimento, non un fiore, anche solo una semplice telefonata… Il sistema Paese sembra aver lasciato sola una ragazza di 22 anni per non dispiacere l’arrogante di turno. Tutto molto brutto e inspiegabile ai nostri figli. Sembra un’altra era da quando il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella il 14 maggio 2015 all’Arsenale della Pace rivolgendosi ai giovani diceva: «Siate liberi e non abbiate paura di dire qualcosa di scomodo, fuori dal coro, o apparentemente impossibile, quando gridate e cantate per la fratellanza tra gli uomini, per la pace. Il mondo siete voi. Come qui all’Arsenale. In definitiva, nessuno deve sentirsi ospite a casa sua». Io nel mio piccolo presenterò un’interrogazione e scriverò al capo della Polizia postale, che è una donna. Non voglio sentirmi ospite ma soprattutto non voglio essere complice o spettatore della barbarie dei “goumier” del web.
Michele Anzaldi deputato del Pd
Non spetta di certo a me rispondere a un’interrogazione annunciata. Ma la veemente e accorata lettera che mi ha fatto avere l’onorevole Michele Anzaldi – collega giornalista che ormai da sei anni è parlamentare della Repubblica – mi spinge ad aggiungere qualche parola su temi che, come i lettori sanno bene, considero molto importanti. Non ci si stupirà, dunque, se confermo di essere completamente d’accordo con Anzaldi sulla intollerabile violenza e sull’aspra asocialità della gogna “social”. E ci si stupirà ancor meno se torno a dire di considerare anch’io speciale e non negoziabile la responsabilità che dovrebbe usare in ogni suo atto e in ogni dichiarazione l’uomo politico che diventa ministro dell’Interno, ovvero colui che – prima di ogni altra cosa – si assume l’onore e l’onere di esercitare il ruolo di garante politico-istituzionale della piena libertà e sicurezza di ogni persona che si trovi sul territorio italiano, avversari compresi. Anzi, secondo valori e spirito della nostra Costituzione, avversari per primi. Purché non si tratti di nemici della democrazia e della sicurezza pubblica e dell’integrità e dignità, fisica e morale, altrui. Scrivo e dico queste cose da molto tempo e, purtroppo, negli ultimi mesi sono stato indotto a farlo a più riprese commentando parole e atti del ministro e vicepremier Matteo Salvini. Che continua ad agire e a parlare più da capo politico che da ministro. Nessuno, tantomeno io, posso chiedergli di non essere se stesso e di non reagire a fischi e attacchi che ogni politico inevitabilmente – mi viene da dire: naturalmente – riceve assieme a consensi e applausi. Ma a nessuno lui, uomo potente e deciso a usare di tutte le possibili tutele di cui gode (come ha dimostrato nel caso dell’autorizzazione a procedere per il “sequestro” delle persone a bordo della nave “Sea Watch”), deve far patire il peso inevitabilmente schiacciante della propria posizione di forza istituzionale sommato a quello della irresponsabile gestione della bacheca dei “ricercati”, contro il o la “wanted” di turno. E invece questo continua ad accadere. Qualunque cosa dicano gli altri, il ministro dell’Interno può dire e fare molte cose, ma non esporre chicchessia e soprattutto un semplice cittadino al pubblico ludibrio. E invece questo è successo in più situazioni. Oltre al caso recentissimo della ventiduenne e del suo provocatorio cartello anti-razzista di cui mi scrive Anzaldi cito quello, di fine novembre, con protagoniste e vittime altre tre studentesse. Anche stavolta dico chiaro e tondo come la penso: capisco l’intenzione delle manifestanti eppure non mi piacciono gli slogan di quei cartelli innalzati contro Salvini (rifiuto totalmente le rime di novembre, evocanti piazzale Loreto, trovo tanto paradossale quanto urtante la scritta di sabato 2 marzo), ma mi piace infinitamente di meno che in entrambe le occasioni, secondo modalità collaudate, sia stata scatenata contro le contestatrici una rabbiosa caccia virtuale, che si è sviluppata con insostenibili pesantezze e volgarità. “Se la sono cercata, se l’è cercata… ”, ho sentito e sento dire e persino ringhiare. È la solita, vecchia, odiosa scusa con cui si tenta di giustificare l’ingiustificabile. Insisto: il primo a doverla far finita è chi ha più potere. Se non lo fa, anche se le “distrazioni” sembrano tante e incomprensibili, ne resta a sua volta marchiato.

 

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