Omelie 2018 di don Giorgio: SECONDA DI PASQUA

8 aprile 2018: SECONDA DI PASQUA
At 4,8-24; Col 2,8-15; Gv 20,19-31
Vorrei dividere il brano del Vangelo della Messa in due parti.
“Ricevete lo Spirito Santo”
La prima parte è l’apparizione, la sera di Pasqua, del Cristo Risorto, mentre gli apostoli sono chiusi in casa, probabilmente nella sala del cenacolo, per timore dei giudei.
È il primo giorno della settima, il giorno che poi i cristiani chiameranno dies domini, domenica, il giorno del Signore, per ricordare la Risurrezione di Cristo.
Il Risorto, dopo aver augurato la pace, una specie di saluto iniziale, offre agli apostoli il dono dello Spirito Santo o, meglio, lo ri-dona, visto che Gesù aveva già donato lo Spirito sulla croce, quando, come dice ancor più chiaramente l’evangelista Giovani, aveva “consegnato lo spirito”, da intendere nel senso più mistico del termine come effusione dello Spirito Santo.
La Pentecoste, ovvero la discesa dello Spirito santo in modo spettacolare sugli apostoli a cinquanta giorni dalla Risurrezione, è da intendere come esigenza della Chiesa primitiva per un verso di soppiantare la pentecoste ebraica, e per l’altro di inaugurare ufficialmente la sua nascita come la nuova comunità dei cristiani.
Cristo, in realtà, ha donato lo Spirito sulla croce, nella solitudine più assoluta, e poi l’ha ri-donato ai primi discepoli nel cenacolo, la sera della Pasqua, in un clima di paura.
Se vogliamo essere ancora più chiari, bisogna dire che il dono dello Spirito santo è nato con la morte di Gesù di Nazaret: mentre muore, Gesù esala lo Spirito santo; quando il Cristo risorto appare agli apostoli la sera della Pasqua, assume le sembianze del Gesù di Nazaret: in realtà il dono dello Spirito non è ancora il dono del Cristo della fede.
Passerà del tempo prima che la Chiesa riscoprirà lo Spirito del Cristo risorto. Ma nello stesso tempo farà di tutto per dare alle manifestazioni esteriori dello Spirito una massiccia visibilità, rimanendo perciò sempre ancorata alle apparenze del Gesù di Nazaret.
Ancora oggi la liturgia celebra la Pasqua, con riti solenni, ma mi chiedo se, soprattutto in tempo pasquale, la Chiesa dica qualcosa dello Spirito del Risorto.
Il Vangelo di Giovanni termina con una beatitudine
Passiamo alla seconda parte del brano del Vangelo.
Secondo gli studiosi, il brano è la conclusione del Vangelo di Giovanni. Infatti, il capitolo che segue, il 21, è un’appendice, aggiunta dallo stesso autore o più probabilmente da un suo discepolo.
Commenta don Angelo Casati: «Mi affascina pensare che l’ultimo nome ricordato nel Vangelo di Giovanni, ultimo volto di apostolo, sia quello di Tommaso. E mi affascina anche pensare che l’ultima parola di Gesù nel Vangelo, l’ultima, a memoria, sia questa, ultima beatitudine, così suona nel testo greco: “Beati i non vedenti”. Probabilmente quando veniva composto il quarto vangelo, si facevano sempre più rari quelli che avevano avuto l’avventura di vedere (fisicamente) il Signore Gesù. Forse a qualcuno allora sarà venuto spontaneo dire: “Beati voi che l’avete visto”. Forse anche a noi oggi verrebbe spontaneo dire: “Beati loro che l’hanno visto”».
Notate che in realtà noi diciamo non “beati” (non sappiamo nemmeno che cosa sia la vera beatitudine), ma “fortunati”, come se si trattasse di una sorte o caso, così è il significato della parola fortuna. Fortuna presso i latini era il nome di un’antica divinità romana, personificazione della forza che guida e avvicenda i destini degli uomini, ai quali distribuisce ciecamente felicità, benessere, ricchezza, oppure infelicità e sventura.
Beatitudine è un’altra cosa: è una realtà diciamo mistica, che fa parte della interiorità del nostro essere, quando è a contatto con il Divino.
“Beati i non vedenti”
Ecco perché Gesù dice: ”Beati i non vedenti”, ovvero coloro che non lo possono vedere con gli occhi fisici, perché sta proprio nella fisicità del nostro corpo ciò che noi chiamiamo sorte o fortuna, ma la beatitudine va oltre la fisicità, ovvero il toccare, il gustare, il vedere, il sentire con i sensi.
Per essere felici basta poco: gustarci una bella pizza o bere un buon bicchiere di vino, oppure goderci un bel panorama.
Gioire per qualcosa che non si può vedere o toccare o gustare con i sensi fa parte di un’altra realtà, ovvero della realtà del nostro essere interiore.
Al cieco nato Gesù ha restituito anzitutto la vista fisica, e il cieco è diventato felice, a parte i contrasti e le lotte che ha dovuto poi affrontare per il fatto che Gesù lo aveva guarito in giorno di sabato: ma non gli è bastato, quando ha incontrato di nuovo Gesù che gli ha dato la “beatitudine” della fede.
Riprendo il commendo di don Angelo: «Mi è caro pensare che, esaltando quella beatitudine, quella dei non vedenti, Gesù abbia attraversato con il suo sguardo i secoli futuri e sia arrivato anche a noi, qui oggi riuniti nel suo nome. Sì, perché di otto giorni in otto giorni ci si continua a radunare nel suo nome. Amo pensare che il suo sguardo sia arrivato a noi oggi, su di noi a pronunciare la beatitudine: «Beati voi, che non pretendete visioni, che non correte dietro apparizioni, che non avete l’ossessione di trattenere o la pretesa di afferrare, beati voi, non vedenti».
Non è la prima volta che don Angelo, un prete tra l’altro che non eccede mai, e che è rispettoso verso la fede degli altri, insiste nel dire che la fede matura non ha bisogno di cose sensibili, a cui aggrapparsi.
Certo, si ha bisogno anche della testimonianza di santi, ma non dei loro segni o gesti spettacolari. Mi chiedo a che servano santi alla Padre Pio, tanto per citare un nome che va di moda, soprattutto nel mondo dello spettacolo.
Oggi la Chiesa avrebbe bisogno di testimoni del mondo dello spirito, che, proprio perché spirito, rifugge dal sensazionale, che talora e spesso cade nel ridicolo o nel grottesco.
Che significa allora” “Beati voi non vedenti”?
Beati voi, se crederete senza aver bisogno dei sensi, se entrerete nel mondo interiore, là dove gli occhi sono quelli dello spirito, gli unici a poter “vedere” il mondo del Divino.

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