Una voragine ogni due giorni: Roma capitale della fragilità

da La Stampa

Una voragine ogni due giorni:

Roma capitale della fragilità

Censite 43 frane nel 2018, 250.000 abitanti a rischio inondazione
 07/04/2018
GIUSEPPE SALVAGGIULO
Una metropoli in cui si registrano 383 fenomeni franosi e ogni due giorni si apre una voragine stradale, circa 700 chilometri di vie d’acqua giacciono in stato di grave degrado e 250 mila abitanti vivono con il timore di finire sotto un’alluvione, più del 10 per cento delle golene fluviali sono cementificate e giacciono 22 relitti di barche affondate. Povera Roma, fragile e abbandonata. Per la prima volta un dossier a più mani censisce i fattori di rischio del suo suolo – alluvioni, frane, cavità del sottosuolo, acque sotterranee – e consegna la radiografia impietosa di un’infezione cronica.

Quando diventò Capitale del Regno d’Italia, nel 1871, Roma aveva 200 mila abitanti, meno della metà di Napoli. Oggi ne conta quasi 2,9 milioni: il triplo di Napoli e più di tutte le altre nove principali città italiane messe insieme, anche senza contare il milione aggiuntivo di pendolari. Si estende su una superficie di 1300 chilometri quadrati: sette volte Milano, undici Napoli. Più grande di Parigi e Berlino, in Europa seconda solo a Londra. Nonostante ciò, la struttura di governo del suo territorio è pari a quella di un qualsiasi paesino.

Eppure i segnali di quella che il New York Times ha definito «una moderna rovina» non mancano, dagli alberi che cadono e uccidono alle voragini che risucchiano auto come in un videogioco. Secondo l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), sono state 43 nei primi tre mesi dell’anno. Una ogni due giorni e più del doppio dello stesso periodo dello scorso anno. Tra il 1998 e il 2008 la media annua era 16 voragini; nel decennio successivo si sale a 90. Con questo ritmo, a dicembre si arriverà alla cifra record di 190 voragini in un anno.

La causa principale della formazioni delle voragini (esemplare la sovrapposizione delle mappe satellitari della Protezione Civile) è la presenza di numerose cavità sotterranee scavate dall’uomo soprattutto per estrarre materiale edile. Finora sono stati censiti 32 chilometri quadrati di gallerie sotterranee, come l’intera città di Monza.

Poi ci sono le frane che non finiscono sui giornali nazionali e nei tg, perché meno scenografiche ma non meno pericolose. Massi e detriti incombono su abitazioni e strade molto trafficate come la via Olimpica. L’Autorità di distretto idrografico dell’Italia centrale ha perimetrato 383 siti soggetti a fenomeni franosi in 28 zone a rischio tra cui quartieri popolosi e importanti come Monte Mario, Flaminio, Monteverde vecchio e Balduina.

Non va meglio il rapporto di Roma con l’acqua. Le alluvioni fanno parte della sua storia, raccontata dalle lapidi di marmo sulle facciate di chiese e palazzi del centro storico. Alla fine dell’Ottocento furono costruiti gli alti Muraglioni che fiancheggiano il Tevere. Ma le piene non cessano. Le ultime nel 2008, nel 2012 e nel 2014. Oggi il rischio riguarda 1.135 ettari (11 chilometri quadri) e 250 mila abitanti. La più alta esposizione d’Europa. «Fragilità mai strutturalmente affrontate: Roma ha zone che non reggono nemmeno un’acquazzone», denuncia l’Autorità di distretto.

La manutenzione è la grande dimenticata in una città che nell’antichità era un modello di gestione delle acque. Il sistema fognario è in parte inefficiente. I tombini non ripuliti. Rifiuti e vegetazione hanno cancellato gran parte dei 700 chilometri di fossi e canali di scolo.

Il Tevere è un grande malato. Negli ultimi decenni le metropoli europee (Londra, Parigi, Berlino) hanno riscoperto e valorizzato i fiumi dal punto di vista turistico, del tempo libero e della socializzazione, Roma lo tratta con sconfortante disinteresse. Le inondazioni portano via i barconi non ancorati, le chiatte e le imbarcazioni sportive. Dalla diga di Castel Giubileo alla foce, la Guardia Costiera ha contato ventidue relitti.

Italiasicura (struttura di missione di Palazzo Chigi), Autorità di distretto e Regione Lazio hanno stimato, per rendere Roma sicura, un investimento di un miliardo di euro in dieci anni, così distribuiti: 783 milioni per 127 opere anti alluvione, 86 milioni per 28 mettere in sicurezza le zone a rischio frana, 15 milioni l’anno per la manutenzione ordinaria, 4 milioni l’anno per verifiche sulle voragini. Peccato che i fondi oggi disponibili siano solo 104 milioni. Un decimo del necessario.

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1 Commento

  1. Giuseppe ha detto:

    L’errore, se così lo si vuol chiamare, è di aver voluto Roma capitale d’Italia. Posso capire il significato storico di questa scelta, ma la conquista della città, ultimo atto della campagna di espansione dell’ex regno del Piemonte, romanticamente passata alla storia come l’epopea del risorgimento, rappresentava più una operazione simbolica che una vera e propria necessità. E se proprio si voleva dar vita a questa sorta di sogno ideale le si sarebbe potuto attribuire il titolo di “Capitale Onoraria” senza stravolgere istituzioni e territorio. Tanto più che già altrove esistono realtà in cui la città più importante e rappresentativa non riveste il ruolo di capitale amministrativa. Non solo, ma questa scelta sciagurata ha di fatto attirato a Roma, nel giro di poco tempo, un numero enorme di persone, piombate come un uragano da ogni parte d’Italia in una località rimasta lungamente abbandonata a se stessa e priva di tutte le infrastrutture necessarie a sostenerne l’urto. Oltretutto, in epoca fascista, nel tentativo di rinverdire i “fasti” dell’impero, sono stati sventrati interi rioni storici per far posto a costruzioni che dessero lustro al regime, con conseguente danno al territorio e deportazione degli abitanti in edifici di nuova costruzione tirati su alla meglio nelle zone periferiche, dando luogo alla nascita e lo sviluppo di altri quartieri, lontani dal cuore della città e spesso lasciati vegetare nel degrado, perché l’unica cosa che contava era il centro storico.
    Se a tutto ciò aggiungiamo la conformazione geologica del territorio, la sua idrografia ricca di fiumi, sorgenti e corsi d’acqua sotterranei, gli scavi per portare alla luce le antiche vestigia sepolte da numerosi strati di terreno, di “cocci” e di manufatti, oltre alla crescita disordinata successiva alla seconda guerra mondiale, quando con il pretesto della ricostruzione imperversavano palazzinari ed avventurieri, che aggiravano i piani regolatori, già carenti di per sé, senza alcun rispetto per le norme ambientali e limitando al minimo indispensabile le opere di urbanizzazione, il quadro è completo. Quanto poi alla cattiva gestione del comune, spesso -purtroppo- finita in mani poco affidabili, pur non volendo giustificare nessuno, sfiderei chiunque ad amministrare in modo capillare, corretto e funzionale una città che rappresenta un’anomalia nel panorama delle dimensioni urbane del nostro paese. Non a caso dal piccolo borgo che era diventata, nel giro di poco più di un secolo si è trasfomata in una delle metropoli più estese d’Europa.

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