Omelie 2017 di don Giorgio: SESTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

8 ottobre 2017: SESTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Gb 1,13-21; 2Tm 2,6-15; Lc 17,7-10
Un racconto straordinario che pone domande, ma con una sola risposta
Gli studiosi concordano nel riconoscere che il libro di Giobbe, da cui è tratto il primo brano della messa,  è «uno dei capolavori poetici e spirituali non solo della Bibbia, ma anche della letteratura di tutti i tempi e di tutte le nazioni della terra. Composta dopo l’esilio babilonese, forse nel V-IV secolo a.C., in un linguaggio tutto costellato di simboli, l’opera rivela al suo interno strati successivi di formazione. L’autore principale ha probabilmente usato un’antica parabola in prosa che aveva come protagonista “uno dei figli d’Oriente”, cioè un personaggio giusto, non ebreo, del quale si narrava tutta una lunga serie di disgrazie umanamente inspiegabili, che suscitavano come reazione la sua fedeltà inconcussa e si concludeva con una grandiosa ricompensa divina finale».
Dunque, si tratta di un antico racconto, il cui protagonista, Giobbe, non è un personaggio storico, comunque non appartenente al popolo ebraico. Questa antica parabola è stata rivista, rimaneggiata e ricostruita anche in modo poetico, arricchendola di simbologie, da parte di un autore ebreo, forse con lo scopo di incoraggiare quei connazionali esuli che, tornati in patria, si erano ritrovati senza più nulla.
Ma il tema del dolore innocente è rimasto in tutta la sua problematicità, ed è questo che attanaglia ancora l’uomo contemporaneo o, meglio, l’uomo di tutti i tempi.
I tre amici di Giobbe condividono un’antica credenza, secondo cui la sofferenza dell’uomo era considerata una punizione per il peccato, una conseguenza di una sua colpa magari sconosciuta: Dio premia e punisce nella vita presente gli uomini, secondo i loro meriti e le loro colpe.
Dopo lunghi discorsi e monologhi, Giobbe finalmente arriva ad una conclusione, di poche righe, in cui “riconosce” (dunque, è un atto di fede) l’incapacità umana di comprendere, attraverso la pura ragione, il mistero di Dio. Giobbe dice: tutti hanno detto la loro, usando ragionamenti umani, non mi rimane che fidarmi di Dio. «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno visto. Perciò mi ricredo e mi pento».
Ecco la scoperta del vero volto di Dio che avviene per “visione”, ossia per rivelazione, e non per “sentito dire”, cioè per riflessione e deduzione.
Commenta un esegeta: «Il libro di Giobbe, allora, più che una soluzione “razionale” al mistero del male e della sofferenza, è l’invito a distruggere un’immagine falsa di Dio, fatta a nostra misura, e a placare in questa fede rinnovata quello che in sede puramente “razionale” rimane un mistero, che, però, nel progetto di Dio, superiore e totale, ha una sua logica e una sua collocazione».
Infine, diciamo che il racconto/parabola di Giobbe finisce bene, come del resto tutte le belle favole. Ma la realtà non è così, purtroppo. Sì, il giusto prima o poi sarà reintegrato nei suoi beni, ma quando? Basta dire: nell’aldilà?
La nostra vita non è un salmo che finisce in gloria, almeno finché resteremo su questa terra. Ma il giusto vive sempre di una consolazione che nessuna disgrazia potrà togliergli, ed è quella di essere in pace con se stesso, ovvero con quella realtà interiore, del tutto spirituale, dove lo spirito dell’essere s’incontra con lo Spirito divino.
“Siamo servi inutili”
Passiamo al brano del Vangelo. Ciò che ha fatto e fa ancora discutere gli esegeti è quando Gesù, dopo aver raccontato la parabola del padrone che esige dai suoi schiavi di servirlo a tavola nonostante la loro stanchezza dopo una dura giornata di lavoro, dice riferendosi anche a noi: «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».
Qualche chiarimento. Anzitutto, quando Gesù raccontava le parabole prendeva lo spunto dalla vita reale, senza entrare nel merito delle questioni sociali dei suoi tempi. Quindi, togliamoci dalla testa l’idea che Gesù, narrando la parabola di oggi, giustificasse la schiavitù, e togliamoci l’idea che Gesù volesse definire il volto di Dio nel volto del padre-padrone. Dobbiamo perciò cogliere anche in questa parabola l’insegnamento vero di Gesù, che è di estrema importanza, al di là dell’immagine del servo/schiavo che deve sgobbare tutto il giorno per obbedire agli ordini del suo padrone, magari prepotente ed esigente oltre il limite di ogni rispetto umano.
Prima di chiarire il senso evangelico della parola “servo”, c’è da chiarire un’altra parola che, tradotta come è stata tradotta, ancora oggi appare dura da digerire, ed è l’aggettivo “inutili”. Il termine greco ha “akrèioi” (ἀχρεῖοί), che, come per ogni parola greca, può avere diversi significati, tra cui “poveri”. Perciò, potremmo così tradurre: siamo poveri servi, “siamo semplicemente servi”. Non si può parlare, dunque, di servi “inutili”, dal momento che avevano lavorato, avevano fatto tutto ciò che era stato loro richiesto! Non è che facendo perfettamente il nostro dovere diventiamo chissà chi. Siamo sempre esseri umani, con tutti i nostri limiti, in tutta la nostra precarietà.
Spieghiamo ora il senso della parola “servo” e della parola “dovere”. Gesù l’ha spiegato quella volta in cui ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Lui il Maestro! Lui il Signore! L’essere a servizio non è solo degli inferiori, anzi lo è di più quando si ha una carica, una responsabilità, un potere. Ma non si è schiavi di nessuno, nemmeno di Dio, il quale invece ci vuole figli liberi. Obbedienti sì, ma in quanto servitori della libertà dello Spirito, e non di una autorità di potere. Gesù ha cambiato la gerarchia del servizio, che inizia dall’alto, e non dal basso. Bisogna cambiare il concetto di obbedienza. Presto obbedienza a uno, ma sapendo che costui, più grande di me, ha il dovere di servire più di me: diversamente, nel caso in cui il potere comanda e basta, non sono obbligato a obbedirgli.
Dovere anzitutto dell’essere
Infine, un chiarimento sulla parola “dovere”. Il dovere è ciò che è relativo all’essere interiore, il quale è relativo al Bene assoluto. In altre parole, il proprio dovere consiste nell’essere se stessi, ovvero nel realizzare ciò che proviene dallo spirito interiore, senza farci condizionare dalle cose o da poteri terreni che ci comandano a bacchetta. Certo, ci sono cose che si è costretti a fare, per tutta una serie di circostanze che non sto qui a elencare. Ma questo non fa parte della nostra crescita, in libertà. È anche questione di scelta. Spesso tocca a noi scegliere tra un dovere e un altro. E il dovere da scegliere è ciò che ci rende più liberi. La libertà, dunque, è un dovere, e lo è anche per Dio, il quale addirittura sceglie unicamente il Bene. In Dio non c’è libertà di scelta, e neppure per noi quando ci troviamo di fronte al Bene.

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