Omelie 2013 di don Giorgio: Quarta Domenica di Avvento

8 dicembre 2013: Quarta di Avvento – rito ambrosiano

Is 40,1-11; Eb 10,5-9a; Mt 21,1-9

L’8 dicembre ricorre la festa dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, ma, cadendo quest’anno in domenica, la Liturgia nella sua severità non permette di celebrare nessuna festività in onore dei santi, compresa la Madonna, anche perché alla madre di Gesù è dedicata l’ultima domenica di Avvento, che precede immediatamente il Santo Natale.

I brani della Messa perciò sono della quarta domenica di Avvento, che, secondo il rito ambrosiano, celebra l’ingresso del Messia, secondo la narrazione dell’evangelista Matteo. Ma di quale ingresso si tratta? Sembra che la Liturgia confonda un po’ i tempi, e passi direttamente dalla nascita di Gesù all’ingresso nella città di Gerusalemme, pochi giorni prima della sua passione e morte in croce. Sembra, ma non è così.

Anzitutto, non dimentichiamo che c’è una stretta connessione tra il Natale e la Pasqua. Non sto qui a dire i motivi di carattere teologico, dico solo che basterebbe soffermarsi sulla descrizione che fa Luca della nascita di Gesù: Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia». Poi, dagli angeli fa dare questo “segno” ai pastori di Betlemme che vegliavano sui loro greggi: «Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Se l’evangelista afferma che le fasce che avvolgono il corpicino del Salvatore sono “il segno”, vuol dire che esse hanno un’importanza che va oltre l’ovvio. Le fasce che avvolgono il Neonato rimandano ad altre fasce, quelle che avvolgeranno il corpo di Gesù, quando sarà calato dalla croce per essere deposto in una tomba. Questo l’hanno ben compreso i pittori bizantini e russi delle icone, che pongono il Bambino, non in una mangiatoia ma in un sepolcro, con fasciatura che richiama da vicino il bendaggio funebre che abbiamo, per esempio, nelle icone che descrivono la risurrezione di Lazzaro. D’altronde, sappiamo dal catechismo che Gesù è nato per morire in nostro favore, come afferma san Paolo nella sua lettera ai Filippesi (Fil 2, 6-11) e come recita anche la versione integrale del famoso canto natalizio Tu scendi dalle stelle, composto da sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Ma c’è di più. La liturgia, presentandoci l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, intende cogliere un significato profondamente simbolico in riferimento all’entrata del messia in questo mondo. Dunque, l’ingresso di Gesù nella Città santa ci aiuta a comprendere anche la sua nascita. In che senso? Ecco la domanda. Un senso ci deve essere, perché, se non ci fosse, perché la liturgia ci proporrebbe il Vangelo di oggi in questo Avvento, qualche settimana prima del Santo Natale? Un motivo, dunque, c’è, e dobbiamo coglierlo. Partiamo dalla domanda che la città di Gerusalemme si pone quando Gesù è osannato dalla folla: «Chi è costui?”. È il versetto del Vangelo, che viene subito dopo il brano di oggi. “Chi è costui?” potremmo tradurlo così: “Chi è il salvatore che stiamo per attendere?”. L’Avvento è l’attesa, ma di chi?

Noi credenti anche oggi ci soffermiamo sulla parola attesa, ma preferiamo lasciare sottinteso chi veramente attendiamo. Dire attesa è dire qualcosa di equivoco. L’attesa può riguardare magari un mondo diverso da quello che il mistero natalizio dovrebbe costituire per ogni credente, e anche per i non credenti. Anche i non credenti attendono, magari più di noi credenti che non attendiamo nessuno, tanto siamo rassegnati o viviamo di abitudini secolari. O meglio, attendiamo sì, ma qualcosa. Il Natale allora diventa l’attesa di tante cose: cose, cose, cose.

La domanda: “Chi è costui?” non può che essere provocatoria. Chi veramente attendiamo? “Chi è costui”? provoca anche coloro che dicono di attendere il Messia. Ma, quale messia?

Magari ci poniamo la domanda: che cos’è il Natale? Sentiamo che qualcosa oggi non funziona. Già dire “che cosa è il Natale?” indica che siamo fuori dal Mistero natalizio, che non è tanto un evento, ovvero la nascita di Cristo, ridotta ad una data, convenzionale o storica non interessa, quanto Colui che è nato, ovvero Cristo. Commemoriamo solennemente una data, e dimentichiamo il Bambino, che è il vero soggetto della nostra fede. Il Bambinello può anche essere il centro del presepe, o della nostra liturgia, ma è solo una statuetta, più o meno artistica. Quella statuina chi veramente rappresenta?

“Chi è costui?”. Ecco la vera domanda che dovremmo ogni anno porci all’arrivo del Santo Natale. Ed è una domanda fortemente provocatoria, anche nel senso che, ogni anno, il Natale è un’occasione per riscoprire un nuovo volto di Cristo che, se è vero che è nato duemila anni fa, è anche vero che nasce ogni giorno, per il semplice fatto che Dio è la Novità che si rinnova nel tempo. L’incarnazione di Cristo ha coinvolto, ha riempito spazio e tempo. Non c’è angolino spaziale e non c’è frazione temporale che non sia “cristiano”. Quando noi festeggiamo il nostro compleanno, ricordiamo una data, appunto la nostra nascita, avvenuta nel tal giorno, più che nel tal anno che preferiamo dimenticare o non dire a nessuno, per non sentirci più vecchi. Il Natale di Cristo non è tanto ricordare una data, che tra l’altro nessuno conosce: ancora oggi non sappiamo né l’anno, né il giorno e né l’ora. Il Natale è anzitutto il Mistero di un Dio che si fa carne; il Mistero che non può lasciarci indifferenti, ma dovrebbe sconvolgerci. Certamente, non solo il 25 di dicembre, ma per tutto l’anno. Certo, siamo esseri mortali, sempre distratti o tentati di pensare ad altro, perciò abbiamo bisogno anche di ricorrenze per risvegliare la nostra coscienza. Ma che cosa succede? Invece che risvegliare la coscienza, la narcotizziamo ancora di più, immergendoci in un mondo di cose che non c’entrano per niente col Mistero natalizio.

L’insieme di cose è anche quel rincorrersi di iniziative che si intensificano all’avvicinarsi del Santo Natale: cene, spettacoli, intrattenimenti; ogni associazione ne inventa una per dire: ci sono anch’io!, ogni domenica è buona per raccogliere fondi pro questo o pro quello, certo sempre a fin di bene, ma tutto questo non distoglie forse l’attenzione dal cuore del Mistero natalizio?

Gesù entra in Gerusalemme, tra una folla osannante, su un puledro, come un re pacifico.

Anzitutto, come al solito, l’evangelista Matteo cita una profezia, precisamente quella di un profeta di nome Zaccaria. È nella luce della profezia che possiamo cogliere anche il gesto di Gesù. Il profeta preannuncia, secoli prima, l’avvento di un liberatore, “giusto e vittorioso”, che spezzerà ogni strumento di guerra e annuncerà la pace alle nazioni. In questo senso va intesa la parola “pacifico”. Pacifico è colui che porta la pace, e per portare la pace va incontro a enormi difficoltà, la paga di persona, e, potrebbe sembrare paradossale, crea anche divisioni tra la gente. Cristo stesso dirà: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra, ma spada” (Mt 10,34). Intendeva dire: ogni scelta, anche quella per la pace, per la giustizia, per la libertà, ha i suoi costi in vite umane. Chi lotta per il bene comune, divide, impone delle scelte. Tutta la vita pubblica di Cristo è stata all’insegna delle polemiche con gli scribi e i farisei, con i capi politici e religiosi. Pacifico allora è da in tendere in senso attivo: come colui che porta la pace, seminando divisioni tra chi vuole veramente la pace e tra chi non la vuole, tra chi vuole più giustizia e chi vorrebbe mantenere le disuguaglianze sociali.

La sera del suo ingresso in Gerusalemme, Gesù entra nel tempio, e qui l’evangelista Marco annota una cosa interessante: “dopo aver guardato ogni cosa attorno (immaginiamo la scena), essendo ormai l’ora tarda, uscì con i suoi discepoli verso Betania». Che cosa di particolare Cristo avrà visto nel tempio? Forse il vuoto di una religione ormai sterile? Era il primo segnale di quello che capiterà nei giorni successivi. Prima maledirà un fico sterile, altra simbologia della religione ebraica, ridotta come una pianta solo fogliame, senza frutti, e poi, con una frusta di cordicelle (lo scrive Giovanni) scaccia dal tempio i cambiamonete e i venditori di buoi, pecore e colombe. Altro che pacifico, inteso come uno che non fa male ad una mosca!

E allora chiediamoci: il Figlio di Dio, se dovesse reincarnarsi di nuovo, come reagirebbe di fronte a questo mondo? Per prima cosa, entrerebbe nel tempio, nella sua casa, e forse sentirebbe il gelido di un culto senza vita, e forse di nuovo scaccerebbe i mercanti che, lungo i secoli del cristianesimo, si sono moltiplicati, sotto vesti sempre più sfarzose.

Anche quest’anno, a Natale sentiremo parlare di pace, canteremo canzoni in cui la parola pace ricorre continuamente, scriveremo pace su tutte le pareti, vedremo scene di bambini denutriti o di guerra tanto per commuoverci tra un pranzo e l’altro, riallacceremo quasi per convenienza qualche dialogo interrotto, e poi… ? Cristo di nuovo sarà giudicato, emarginato, contestato, rimesso su una croce. Da chi? Dal mondo pagano? Dal mondo ateo? Dal mondo dei lontani? No! È sempre la religione a tradire Dio, ed è sempre la religione che mette sulla croce il Figlio di Dio. L’accusa nei riguardi del popolo ebraico, che è durata fino a qualche decennio di anni fa anche nelle nostre preghiere di cattolici giustizialisti, era di aver ucciso il Figlio di Dio. In realtà l’accusa era rivolta non tanto al popolo ebraico in sé, ma alla religione ebraica. Oggi l’accusa è rivolta ai cristiani e alla religione cattolica, quando uccide quel messaggio evangelico che Cristo, incarnandosi, è venuto a recare al mondo intero. Il Natale, dunque, è una provocazione, altro che poesia! Stiamo attenti: invochiamo pure la venuta di Cristo, ma Cristo, se viene di nuovo, lo farà a modo suo. Come ha fatto duemila e più anni fa. Non si farà accogliere tanto volentieri. Non si farà ben volere. Verrà per distruggere il tempio del mercato, per rifare in modo radicale il cristianesimo.  

 

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