Lavoro minorile: l’Italia è il Paese dei piccoli schiavi

da L’Espresso
INCHIESTA

Lavoro minorile:

l’Italia è il Paese dei piccoli schiavi

Hanno tra i 10 e i 14 anni.  Per paghe da fame si spaccano la schiena nei campi o scaricano casse al mercato. Inchiesta su una piaga sociale in aumento, che ci fa ripiombare nel passato
di ARIANNA GIUNTI, FOTO DI SALVATORE ESPOSITO PER L’ESPRESSO
09 gennaio 2019
Mercato del pesce di Napoli, prime luci dell’alba. Giovanni,13 anni, affonda le mani nude nel ghiaccio, che taglia la pelle come una lama. Qualche chilometro più avanti, vicino alla stazione Centrale, c’è una che ragazzina di 12 anni che vende profumi in un chiosco abusivo. Dall’altra parte dell’Italia, nella campagna del Piemonte, Francesco, 14 anni, sta iniziando a scaricare la sua prima cassa di frutta della giornata. Continuerà fino a notte fonda, per 75 euro a settimana.
Piccoli schiavi che lavorano: un esercito di manovalanza invisibile, risucchiata dal gorgo del mercato nero per retribuzioni da fame, senza contratti né tutele.
Sembra una fotografia in bianco nero scattata nell’Italia del Dopoguerra, quando la miseria era talmente profonda che a rimboccarsi le maniche dovevano essere persino i bambini. E invece succede adesso, a tutte le ore, sotto le luci al neon delle nostre metropoli.
Ragazzini lavoratori nei cantieri, nei mercati, nei bar e ristoranti, nei chioschi e negli autolavaggi. Il lavoro minorile – in Italia vietato dal 1967 – è una piaga mai definitivamente guarita. Anzi adesso, per via di una crisi economica che infuria e uccide sogni e speranze, è in lento e continuo aumento. Un problema di cui nessuno parla, dimenticato dalle istituzioni e dai ministeri. Basti sapere che un monitoraggio nazionale – più volte invocato dalle associazioni del settore – ancora oggi non esiste.
Per capirne la portata, però, basta dare uno sguardo al numero di ispezioni e segnalazioni che ogni settimana arrivano alla Direzione Centrale della Vigilanza dell’Ispettorato del Lavoro: dal 2013 fino al primo semestre del 2018 si sono verificati 1.437 casi di violazioni penali accertate della normativa sul lavoro minorile. In poche parole: ragazzini al lavoro sotto l’età consentita per legge, 16 anni. Diciotto, per i lavori più usuranti. Ogni anno – confermano i numeri – si registrano piccoli ma subdoli aumenti del fenomeno. E si tratta ovviamente soltanto di una minuscola stima. Perché nella maggioranza dei casi lo sfruttamento dei minori rimane sotterraneo, impermeabile a denunce e controlli. Secondo i calcoli dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro il numero dei piccoli schiavi in Italia supera ormai le 300mila unità.
Un’emergenza che riguarda soprattutto bambini italiani, spesso convinti a lavorare dalle loro stesse famiglie. E così, di pari passo con un livello di dispersione scolastica sempre più allarmante, ecco che avanza una generazione senza avvenire. O pronta a diventare potenziale serbatoio per attività criminali. Per capire basta un dato: il 66% dei minori che oggi sta scontando una condanna penale ha svolto attività lavorative prima dei 16 anni.
La trappola della “gestione familiare”
La mappa del lavoro minorile si srotola lungo l’Italia in una desolante geografia che dalle campagne della Pianura Padana porta ai mercati rionali del Sud. Anche i Tribunali – per contrastare il fenomeno – lavorano a pieno ritmo.
A Ravenna, pochi mesi fa, una coppia è stata condannata per aver accettato che il figlio di 15 anni lavorasse in un’azienda agricola a conduzione familiare. Durante un controllo, i militari hanno trovato il ragazzino intento a scaricare pesanti casse di frutta. Indagando hanno scoperto che il piccolo – che per lavorare aveva abbandonato la scuola – doveva rispettare turni precisi, dalle 8 del mattino. Tutto ovviamente in nero. «Si è tirato su le maniche e siamo orgogliosi di lui», si sono difesi i due genitori davanti al giudice Beatrice Marini. E ora, convinti di essere nel giusto, hanno presentato ricorso. Contrariamente a quanto si possa pensare, il lavoro minorile è infatti anche un fenomeno settentrionale: i casi più frequenti si registrano in Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte, terre di fabbriche e di piccole imprese a gestione familiare. I settori dove il lavoro minorile è più diffuso – è il freddo dato delle statistiche – sono il commercio, la ristorazione, l’agricoltura e i servizi. «Si tratta dei lavori più terribili nelle condizioni peggiori, che spesso comportano danni fisici perché non osservano neppure le più basilari norme di sicurezza», conferma il pediatra Giuseppe Mele, Presidente dell’Osservatorio Nazionale sulla salute dell’Infanzia.
Fra le attività più controllate dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro nel Nord, per esempio, ci sono gli autolavaggi delle grosse metropoli come Torino, dove spesso ragazzini dai 13 ai 18 anni vengono sottoposti a ritmi massacranti per 3 euro all’ora. Poche settimane fa, l’ultimo caso: un adolescente di 14 anni è stato trovato in servizio presso un’officina di Porta Palazzo.
«La giustificazione da parte dei familiari che li spronano a lavorare è sempre la stessa: imparano un mestiere e, in tempo di crisi, portando qualche euro a casa», spiega Anna Teselli, ricercatrice dell’associazione Bruno Trentin Cgil. «In realtà non potrebbe esserci approccio più sbagliato e traumatizzante al mondo del lavoro: in questo modo i baby lavoratori rischiano di diventare “neet”, giovani adulti senza più speranze né futuro, che una professione neppure la cercano perché, per quel poco che hanno potuto vedere, quel mondo li ha disgustati».
Ambulanti dall’alba al tramonto
Che i piccoli lavoratori finiscano per ingrossare le fila delle maestranze criminali, invece, è quasi una certezza a Napoli.
Qui gli “scugnizzi che faticano” sono sotto gli occhi di tutti. I ragazzini fra i 9 e i 16 anni vengono utilizzati da bar e ristoranti per le consegne a domicilio, nei chioschi e persino dalle piccole imprese edili dove maneggiano cazzuole e mattoni senza le adeguate protezioni. Le paghe – tutte ovviamente in nero – rasentano la miseria: dai 2 ai 5 euro all’ora. Nei mercati rionali, i piccoli ambulanti sono impiegati ai banchi del pesce e della frutta e verdura, si svegliano all’alba e rimangono fino alla chiusura dell’attività. Se si chiede loro quanti anni abbiano, la risposta è una bugia automatica che serve ad allontanare eventuali controlli: «Ho 16 anni, e sto aiutando mamma e papà».
La loro, ormai, è diventata una scelta di vita: hanno abbandonato per sempre gli studi, in un territorio dove l’addio precoce alle aule scolastiche raggiunge il 18%.
Al parcheggio abusivo di San Giovanni a Teduccio ogni mattina lo scenario è lo stesso: i bambini vengono scaricati dalle automobili dai loro stessi genitori, aprono i bagagliai e tirano fuori cassette di pane fatto in casa e altri generi alimentari, che andranno a vendere al mercato abusivo. I baby ambulanti sono presenti anche sulle scale del vicolo Pallonetto di Santa Lucia: di giorno si vendono carciofi, pane e focacce; di notte si offrono dosi di cocaina. In viale Giochi del Mediterraneo, la professione di parcheggiatore abusivo si tramanda di padre in figlio. Sotto gli occhi dei passanti, ma evidentemente invisibili alle istituzioni. Perché le segnalazioni alle forze dell’ordine, spesso, rimangono lettera morta. Uno degli ultimi esposti presentati in Procura – firmato dal consigliere regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli, fra i più attivi a denunciare il lavoro minorile nei quartieri a rischio – risale a qualche giorno fa: un bambino stava lavorando in un cantiere a pochi passi dalla Questura. A inquadrare bene la questione sono gli operatori dell’Istituto penale per minorenni Nisida: «Il lavoro nero a Napoli è il più subdolo dei problemi perché viene giustificato come fosse un’alternativa alla criminalità, in realtà è solo l’anticamera della delinquenza: presto si stuferanno di essere sfruttati per pochi spiccioli e finiranno direttamente fra le braccia di qualche boss».
Situazioni simili si trovano in tutto il Sud. Qui, solo nell’ultimo anno e mezzo si sono verificati più di 120 episodi accertati dalle forze dell’ordine e dall’Ispettorato del Lavoro. Qualche mese fa a Savoia di Lucania, Basilicata, un imprenditore è stato denunciato dai Carabinieri della stazione di Vietri Potenza perché nella sua fabbrica di scarpe aveva alle dipendenze quasi tutti lavoratori in nero, fra cui tre minorenni fra i 15 e i 16 anni. Abbandonare gli studi e a lavorare nelle piccole attività di famiglia – soprattutto nel campo della ristorazione – sembra essere una costante in Sicilia. Poche settimane fa, a Catania, nel quartiere San Cristoforo, i carabinieri hanno denunciato per sfruttamento di lavoro minorile i genitori di due ragazzi di 11 e 12 anni, impiegati in nero nel panificio di famiglia, costretti a lavorare in condizioni disastrose.
Ahmed tra le casse di frutta
Fra i ragazzini intrappolati in un sistema di sfruttamento e umiliazioni c’è anche Ahmed, 16 anni, egiziano. Il suo, infatti, è un destino dal quale raramente sfuggono i piccoli migranti, che si trasformano in manodopera a bassissimo costo per imprenditori senza scrupoli. Per alcuni mesi, Ahmed ha frequentato una scuola serale e corsi di italiano. Il suo rendimento scolastico – confermano gli operatori – era eccellente. Una sera si è allontanato dalla comunità piemontese che lo ospitava e non è più tornato. Oggi lavora ai Mercati Generali di Torino, dalle 5 del mattino fino alle 9 di sera, a scaricare pesanti casse di frutta. Gli avevano promesso un contratto di lavoro dopo le prime due settimane di prova. E non è ancora arrivato.
Sulla testa dei giovani stranieri, infatti, quasi sempre pesa una terribile spada di Damocle: il debito che devono pagare alle organizzazioni criminali che li hanno fatti arrivare in Italia, somme di denaro che arrivano fino ai 15.000 euro. Pur di riscuoterli, i trafficanti non esitano a minacciare le loro famiglie. E così la pressione psicologica e l’ansia di riuscire a racimolare i soldi nel minor tempo possibile si fanno impellenti. Fra loro ci sono soprattutto ragazzi egiziani, adolescenti provenienti dalle zone di Al Sharkeya e Assiut, arrivati in Italia tramite ricongiungimento familiare, spesso in affido a lontani parenti.
I numeri diffusi dal Ministero del Lavoro parlano chiaro: dei 1.266 minori accolti in strutture d’accoglienza fino allo scorso maggio, quasi la metà di loro è scappata ed è scomparsa nel nulla. Capire dove siano finiti non è poi così difficile.
«Ci troviamo di fronte alla punta dell’iceberg di un fenomeno sommerso e non rilevato dalle istituzioni che sta raggiungendo numeri inquietanti e che su questi ragazzi avrà ripercussioni psicologiche allarmanti», sintetizza Roberta Petrillo, ricercatrice di Save The Children.
La spina dorsale rovinata per sempre
Per far fronte a orari massacranti e sopportare le tensioni psicologiche con i datori di lavoro, infatti, molti baby lavoratori assumono psicofarmaci e anfetamine.
Racconta Paolo, 18 anni, per cinque anni manovale in un cantiere abusivo vicino Caserta: «Tutte le mattine mi svegliavo con la febbre: era il modo in cui il mio corpo mi faceva capire che non ce la faceva più. E allora mi imbottivo di farmaci. Dovevo resistere perché avevo promesso alla mia famiglia che avrei portato a casa 300 euro al mese». Un giorno però il suo fisico ha ceduto: «Sono svenuto, non riuscivo più a muovere le gambe. Nessun operaio del cantiere ha avuto il coraggio di portarmi in ospedale, per paura che il mio datore di lavoro potesse avere dei guai. Ho capito che un giorno, lì dentro, io sarei anche potuto morire e nessuno avrebbe fatto nulla per aiutarmi». Solo allora se n’è andato per sempre: «Oggi ho le mani di un vecchio, i muscoli atrofizzati, la spina dorsale rovinata per sempre. Però sono vivo».
Come i piccoli lustrascarpe Pasquale e Giuseppe protagonisti della pellicola neorealista Sciuscià, anche lui metteva da parte i soldi per esaudire il suo più grande desiderio: loro volevano un cavallo bianco, a lui bastava un motorino. Per comprarlo ha barattato la sua infanzia.

 

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