Bei tempi, quando il puttanaio…

Bei tempi, quando il puttanaio…

di don Giorgio De Capitani
Se vi è un politico italiano che ho combattuto con tutta la mia vita, ovvero con tutta la mia anima e con tutto il mio corpo, senza risparmiare gli epiteti più coloriti e anche volgari, e senza dosare cristianamente i giudizi più implacabili e anche apocalittici, costui ha un nome: Silvio Berlusconi.
A quei tempi, quando il cavaliere d’Arcore appestava ogni valore democratico, Matteo Salvini era un pistolino da quattro soldi, ancora in fasce nella culla leghista del troglodita varesino Umberto Bossi, quello che l’aveva “duro”, come lui si vantava, ma non si capiva se si riferisse al membro o al suo cervello.
Silvio Berlusconi governò, o, meglio, s-governò l’Italia per un ventennio circa, insieme al troglodita, duro di cervice, e a Comunione e Liberazione, che si vantava invece di avere sul membro la cintura di castità per frenare, così dicevano, i bollori del sesso, e così aver più tempo per eiezioni mentali nel campo della fede e non solo, e per copulare con il dio denaro, buttandosi in affari sempre più favorevoli, così da attirare le ire di quel Gesù di Nazaret, che loro, i ciellini, chiamavano “il Cristo”, quasi a renderlo più chic, anche borghese, senz’altro più simpatico agli “iniziati”, castrati sì nel sesso, anche con la cintura di castità (solo per alcuni in senso fisico, per tutti gli altri in senso puramente simbolico, visto che i figli, e numerosi, dovevano comunque farli per il futuro del Movimento), ma nella avidità di beni materiali, utili alla causa, sempre da tenere in vita, pur immersa nello sterco del dio denaro.
Un trio, dunque, ben sortito dalla pancia di un grembo osceno, che, a quei tempi, sembrava dovesse sostituire il grembo trinitario.
Siamo sinceri: il trio Berlusconi/Bossi/CL non era che un puttanaio, in cui si figliava (altro che cintura di castità!) a tutto spiano, in pensieri, opere e mercato (Comunione e Liberazione diventava Comunione e Fatturazione), con una tale reciproca intesa carnale da scambiarsi perfino quel dio, così strettamente sentito “proprio”, se a contenderlo era la setta ciellina, ovvero faziosità o privilegio diabolico.
A capo del puttanaio vi era il puttaniere d’Arcore (nella pancia del vitello d’oro vi era un salomonico harem di donnette disponibili a tutto), ovvero la stoffa più ambita del faccendiere più disinibito, più scaltro, più viscido e più ingannevole.
Era sceso “in campo” (lui sapeva usare al meglio una terminologia molto efficace in fatto di comunicazione popolare), dopo un corso accelerato di cognizioni elementari per come “gestire il bene comune” (a tenerlo furono chiamati alcuni teologi, pezzi grossi di CL, tra cui Angelo Scola, il futuro arcivescovo di Milano). Era come una “consacrazione” politica da parte di integralisti super cattolici, che stavano già emergendo in vista della scalata di una Chiesa istituzionale, oramai uscita da quell’”errore madornale”, che era stato, al giudizio degli stessi tradizionalisti, il Concilio Vaticano II.
La strada sembrava spianata, per prendere in mano le redini di una Chiesa da condurre verso lidi sicuri, interpretando il “pensiero del Cristo”, alla luce di una folgorazione, al cui confronto quella dell’apostolo Paolo sulla via per Damasco era solo un’ombra.
Era il momento “favorevole” per rivestire la Chiesa del suo cappotto ortodosso, così da chiuderla ad ogni respiro profondo del Divino.
CL lanciò l’aut aut: o “ciellini” oppure “eretici”, fuori dunque dalla Chiesa istituzionale, quella che stava rinascendo sulle ceneri del Vaticano II.
La Lega di Bossi era consenziente, pur nella sua totale ignoranza religiosa. Certo, i leghisti si dichiaravano cattolici, ma del tipo: ”vado in chiesa, mi seggo, ronfo, emetto anche qualche rutto, se un prete si permettesse di dire qualcosa di urtante. Lo denuncio”.
I rozzi leghisti erano così fortemente tradizionalisti da far casino per un presepe proibito da un preside o per un crocifisso lasciato nel cassetto, a causa di un ecumenismo ritenuto ”becero” di credenti conciliari.
Già Carlo Maria Martini aveva avuto problemi con i leghisti tanto ignoranti da esclamare durante una cerimonia commemorativa di Sant’Agostino: “Questo sì che è uno dei nostri!”. Come potevano sapere che Agostino era di origini africane?
E sappiamo ciò che tentò di fare la giovane segretaria della Lega, Irene Pivetti, quando voleva proporre un referendum per mandar via da Milano il cardinale Martini. Altra caghetta da quattro soldi!
Ma a subire gli strali più feroci fu Dionigi Tettamanzi, chiamato dai leghisti padani “tettacazzi”.
Se qualcuno ha dei dubbi su quanto sto scrivendo, venga da me e gli mostrerò alcune tra le numerose lettere, che allora i leghisti mi scrivevano, offendendo me insieme al mio cardinale.
Anche io mi chiedevo: “Come si può conciliare l’ideologia razzista dei leghisti con il Vangelo di Cristo?”.
Sembrava una domanda più che lecita, ma che naturalmente i casti affaristi ciellini non si ponevano, visto che con i leghisti i super integralisti cattolici copulavano con tutte le posizioni sessuali utili allo scopo.
In realtà, non erano tanti i preti che avevano il coraggio di denunciare pubblicamente simili oscenità e perversioni. Dal pulpito si lanciavano solo anatemi contro i peccatori, che avevano l’unico difetto di credere in qualche ideologia marxista, forse più sana della dottrina cattolica.
Capitava anche che qualche prete alzasse per un momento la voce contro il razzismo leghista, ma subito rientrava in riga, su ordini di Vicari cagasotto.
Ai puttanieri leghisti e ciellini Berlusconi univa con estremo entusiasmo i propri orgasmi.
Che il presidente del consiglio più “osceno” che la storia democratica italiana abbia mai avuto bestemmiasse, o che si comportasse come un comico burino, o che tradisse la moglie, o che avesse del bene comune una concezione del tutto singolare, ovvero “pro domo sua”, o che i suoi medici personali fosse costretti a “proteggerlo da se stesso” durante i grandi Convegni internazionali, o che dicesse la sua quotidiana bugia, ingannando un popolo intero, oramai genuflesso a succhiargli il p… (e pensare che a differenza di quello di Bossi era sempre floscio, per qualche strana malattia), o che si divertisse a promettere mari e monti (un promessa si sarebbe poi avverata con l’arrivo di Mario “Monti” che dovrà sostituirlo), o che riuscisse a ingannare preti, suore, vescovi, cardinali con inviti a cena, pronto a sostituire lo stesso papa, oppure… (scusate l’interruzione, la memoria mi si è bloccata forse per la vergogna!”).
Che dire d’altro di un tizio, detto Coso, neppure una persona, solo personificazione di quel peccato originale, o, come dicevano i grandi Mistici medievali, di quel “amor sui”, amore si sé, del proprio ego, tanto smisurato fino al delirio di onnipotenza.
Un allucinante “trio” s-governò l’Italia per tantissimi anni, con la conseguenza che al popolo venne tagliata la testa, lasciando i diritti di una pancia, che i leghisti poi con Salvini riusciranno a rendere l’unico centro di interesse di una massa acefala, che Comunione e Liberazione lasciò andasse alla deriva.
Del “trio” (che ancora oggi chiamo tre “cancri lombardi”) a pagarla per primo è stato Silvio Berlusconi (se l’è cercata fino a farsi processare), poi Comunione e Liberazione (i cui capi anche essi caduti in disgrazia, pensiamo alle vicende giudiziarie di Roberto Formigoni), l’unico rottame a riemergere è stato Matteo Salvini che tentò e sta tentando di far nascere un partito, di cui si capisce solo che si tratta di un qualcosa di ibrido, ma lo stesso Salvini è sul punto di essere condannato dalla giustizia italiana.
Sulla attuale candidatura a Presidente della Repubblica italiana di Silvio Berlusconi, lascio a voi eventuali esternazioni. Ogni parolaccia su questo sito è ben accetta, in questo caso!
Non invoco l’intervento diretto del Padre Eterno, non invoco la Costituzione italiana, e neppure la Giustizia italiana, invoco invece il Meglio di una Nazione, a iniziare dal Parlamento, perché abbia il coraggio di scegliere la persona giusta (ci sono donne e uomini degni di rappresentare l’Italia!), e dia prova di voler eliminare le mele marce: un eufemismo per dire di distaccare la corrente a politici delinquenti sotto ogni aspetto.
È anche voler pietà di un decrepito, già con i piedi nella fossa.
Lasciatelo morire in pace, tra le mura di una tra le migliaia delle ville lussuose, che sapranno tenere il silenzio, anche esse per vergogna, quando il Coso emetterà l’ultimo fiato dal culo.
AMEN. ALLELUIA.
Un coro si eleverà dalle ceneri, di color nero come quello dei “scurbàtt”.

1 Commento

  1. Giuseppe ha detto:

    Il guaio è che, purtroppo, in questo paese e in questa Unione, dalla memoria breve, quel turpe energumeno ha ancora un seguito e una condiscendenza verso il suo operato alquanto sospetta.

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