Omelie 2013 di don Giorgio: Ultima domenica dopo l’Epifania

10 febbraio 2013: Ultima dopo l’Epifania

Sir 18,11-14; 2Cor 2,5-11; Lc 19,1-10

Anche l’episodio raccontato da Luca ha suscitato non poche reazioni: «Tutti mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore”». Gesù non aveva paura del giudizio della gente. Se doveva fare una cosa la faceva. Sapeva benissimo che, comportandosi in un certo modo, attirava malcontento. Ma lui era venuto «a cercare e a salvare ciò che era perduto». “Perduto” a causa di una religione e a causa di una società disumane ed emarginanti. Perciò i “perduti” non potevano essere salvati: salvarli significava contestare sia la religione che lo stato. Ma i ”perduti” non erano solo i poveracci costretti a subire le angherie religiose e politiche. “Perduti” erano anche coloro che facevano parte dell’apparato della religione e dello stato. Erano vittime del potere che si serviva di questi servitori per mantenersi come potere. Capite allora che salvare un poveraccio in fondo in fondo non comporta un grande pericolo alle istituzioni, casomai costituisce un pericolo difendere i diritti di tutti, contestare le disuguaglianze, perché è proprio sulle disuguaglianze, sui poveracci che il potere può vivere. Allo stato e alla religione è più pericoloso che qualche suo capo inizi a capire il male insito nello stesso ingranaggio del potere. Se alcune comunità di base si ribellano alla gerarchia vaticana o alla curia milanese, ciò può dar fastidio, se alcuni preti alzano la loro voce di protesta il vaticano e la curia si allarmano, ma se ci sono vescovi che dissentono, allora l’allarme aumenta.
L’episodio narrato da Luca riguarda proprio uno che faceva parte dell’ingranaggio del potere: Zaccheo, “capo dei pubblicani e ricco”. Chi erano i pubblicani? Già la parola pubblicano è una risposta. Deriva dal latino “publicum” che significa tesoro pubblico, erario, tassa. La parola è passata nel Vangelo a indicare i pubblici peccatori, uniti alle prostitute. I pubblicani erano coloro che avevano in appalto la riscossione delle tasse nell’antica Roma. Venivano scelti tra la stessa popolazione che era sotto il dominio dell’impero romano.  Ecco perché erano odiati dal popolo, in quanto collaborazionisti. C’era di più: erano strozzini e ladri, perché i romani lasciavano ai gabellieri una certa libertà nella riscossione delle tasse, purché rispettassero la quota pattuita da consegnare all’impero. Zaccheo inoltre era un capo che si era arricchito più dei suoi dipendenti. Ed è qui la cosa interessante. Gesù si rivolge proprio a un capo dei pubblicani, e lo converte. Lo toglie dall’ingranaggio.
Da notare che al seguito di Gesù si troveranno dei pubblicani, ma non vi sarà alcun fariseo. Sempre nel Vangelo di Luca, il primo che Gesù espressamente invita a seguirlo è proprio “un pubblicano di nome Levi”. Alla reazione scandalizzata di scribi e farisei, Gesù risponde che non è “venuto a chiamare i giusti ma i peccatori perché si convertano”. Notate le parole: “perché si convertano”. Quando accusavo duramente la gerarchia vaticana di certe connivenze col potere marcio, partecipando addirittura alle cene con l’Infame, qualcuno obiettava: “anche Gesù andava a cena coi peccatori”. Certo, ma c’è una differenza: Gesù ci andava per convertire i peccatori, e non per fare con loro degli affari!
Il nome Zaccheo (che significa “puro”) doveva essere di peso ad uno che aveva scelto un mestiere che già di per sé, soprattutto per un ebreo, lo rendeva “impuro”. Se voi fate caso, quanti nomi (e talora anche i cognomi) sono già un controsenso!
Scrive Luca che Zaccheo «cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura». Commenta P. Alberto Maggi: «L’annotazione di Luca non riguarda i centimetri di Zaccheo, ma la sua bassezza morale. I ricchi non sono all’altezza di Gesù e la ricchezza accumulata da Zaccheo è l’ostacolo che gli impedisce di vederlo». Non so se Padre Maggi pensasse a qualche attuale uomo politico: un tizio ancor peggiore di Zaccheo. Almeno Zaccheo si è sentito piccolo piccolo ed è salito su una pianta per vedere il Signore Gesù. Il tizio innominabile si sente un pallone gonfiato tanto da voler volare al di sopra del trono di Dio.
La folla ha umiliato Zaccheo per la sua piccolezza, e perché non gli ha permesso dal basso di vedere Gesù. Zaccheo ha dovuto salire su una pianta. La folla finalmente si era presa la sua rivincita. Non gli ha dato uno sgabello, nemmeno una predella. Non lo ha risollevato con le braccia o sulle spalle. Zaccheo, tra le risa dei suoi compaesani, è salito su un sicomòro. Qualsiasi dizionario alla parola “sicomòro” spiega: “grande albero di origini africane dal cui legno gli egizi ricavavano i sarcofaghi per riporvi le mummie”. Anche le piante ci possono far paura: ricordare che siamo mortali, e che quattro assi saranno l’ultima nostra dimora. Ma i potenti se ne dimenticano, e trovano sempre qualcuno che fa da sgabello per il loro potere. Ma il pallone si sgonfierà e si affloscerà tra le risa di una Storia che non perdona. E la Storia si vendica buttando le ceneri al vento.
Ed ecco che Gesù passa fra la folla dei miseri e, quando è sotto l’albero, alza lo sguardo e vede Zaccheo, quasi impaurito, disorientato, rannicchiato per non farsi vedere dalla gente. Immaginiamo la scena. Uno dei capi esattori più temuti e più odiati si sente in quel momento un miserabile. Sì, era in alto, ma da lassù lui non vedeva ancora. È stato Gesù a vederlo. Gesù lo ha scovato tra le foglie. Gli ordina: «Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
Scendi! Scendi giù! Scendere è il verbo dell’incarnazione di Cristo. Il Figlio di Dio è disceso sulla terra, tra di noi. Non so se sia più giusto dire: scendere in politica o salire in politica. Ambedue i verbi possono avere un significato interessante: si scende dal potere che si ha e ci si mette tra la gente comune, si vive con loro, con gli stessi stipendi e gli stessi drammi, e si sale perché la Politica punta in alto, non vive di bassezze morali. Sì, occorre togliersi più potere e scendere, ma bisogna risalire la china, decollare. Ma chi ha il potere se lo tiene e se scende in politica è solo per far valere ancora di più il proprio potere sfruttando i poveracci, illudendoli con menzogne. Si scende presentandosi alla gente come un deus ex machina. La frase trae origine dal teatro greco: in tale ambito, quando era necessario far intervenire un dio (o più dèi) sulla scena, l’attore che interpretava il dio si posizionava su una rudimentale gru in legno, mossa da un sistema di funi e argani, chiamata appunto mechanè. In questo modo, l’attore veniva fatto scendere dall’alto, simulando dunque l’intervento di un dio che scende dal cielo; difatti, l’espressione deus ex machina significa proprio “dio (che viene) da una macchina”.
L’intervento ex machina degli dèi veniva spesso usato, soprattutto dal tragediografo Euripide, per risolvere una situazione intricata e apparentemente senza possibile via di uscita. Oggi si usa dire: ades ghe pensi mi.
L’evangelista Luca scrive: Zaccheo «scese in fretta e lo accolse pieno di gioia». “Pieno di gioia”: Zaccheo ha ritrovato la “salvezza”. Ecco la gioia. Non credo nei miracoli che di colpo cambiano la vita ad una persona. Sono invece convinto che si arriva a poco a poco, e che c’è tutto un cammino interiore che poi porterà al cambiamento radicale. Zaccheo da tempo non si sentiva a posto in coscienza. È lui che si fa cercare da Gesù.
Ma la gioia di Gesù e di Zaccheo non è condivisa dai presenti, che mormorano inorriditi: «È entrato in casa di un peccatore!». Per gli ebrei l’impurità riguardava anche la casa degli impuri. E Gesù lo sapeva. E sapeva che sarebbe stato contestato, che avrebbe suscitato la reazione della gente, e non solo degli scribi e farisei, ma ha voluto compiere un gesto di rottura con la legge di una religione che pensava solo a dividere, a separare gli impuri dai puri (fariseo vuol dire “separato”) in nome di leggi solo formali.
Zaccheo dimostra il suo pentimento con un gesto molto concreto. «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Non so se Gesù quando perdonava i peccati chiedeva già una specie di penitenza, che successivamente è entrata in uso nella Chiesa. Penso di no, e tanto meno imponeva qualche pater aver gloria. Perché imporre una penitenza? Se uno si confessa ed è sincero, si comporterà poi di conseguenza. Se uno ha rubato e poi si pente, non c’è bisogno che gli si dica di restituire ciò che ha rubato. Ci penserà lui, se è sincero. Così ha fatto Zaccheo. «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Il libro del Levitico (il terzo libro dell’Antico Testamento) prescriveva che in caso di frode occorreva restituire l’importo sottratto, con l’aggiunta di un quinto.  Ma Zaccheo va al di là di quanto prescritto dalla Legge di Mosè, e s’impegna a restituire ben quattro volte l’entità dell’importo rubato. Oggi parleremmo anche di danno morale. Quando si ruba ad una persona che è povera – era il caso degli esattori di quel tempi, e la situazione oggi non è molto cambiata – i danni sono incalcolabili. Qualsiasi restituzione che avviene nel tempo – più il tempo passa più il danno aumenta – non potrà mai risarcire il danno subìto dal derubato. Solitamente pensiamo ai ladri di polli, come si diceva una volta. Anche i padroni, oggi diremmo multinazionali, sono ladri quando rubano agli operai lo stesso diritto al posto di lavoro. A parte la paga “ingiusta” – oggi è tornata la legge: o prendi questo, o muori di fame! – c’è il furto di un diritto sacrosanto che è quello legato ad un lavoro. Lo so che il problema è complesso per una crisi le cui concause dipendono anzitutto da una concezione immorale dell’economia. Oggi Gesù probabilmente andrebbe in parlamento, e guarderebbe in faccia tutti i politici ma non so se riuscirebbe a metterli a disagio. Una cosa è certa: se anche lo Stato, nei suoi organi di potere, dovesse in massa pentirsi, come potrebbe restituire a tutti i cittadini i diritti rubati, i furti perpetrati ai danni dei più deboli? Pensate ai suicidi, alle crisi familiari, ai drammi dei cittadini onesti. Anch’io me la prendo per i politici corrotti, ma non faccio una questione puramente personale. La corruzione di un politico che ha certe responsabilità ricade su tutti i cittadini. I danni sono incalcolabili. Vogliamo capire che qui sta la mia rabbia, la rabbia dei cittadini onesti?      

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