Omelie 2020 di don Giorgio: QUINTA DOPO L’EPIFANIA

9 febbraio 2020: QUINTA DOPO L’EPIFANIA
Is 66,18b-22; Rm 4,13-17; Gv 4,46-54
Una riflessione che va oltre la storia del popolo eletto
Il primo brano della Messa è la parte conclusiva del libro di Isaia o, meglio, del Terzo Isaia, profeta anonimo vissuto durante la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e negli anni successivi (dal 520 a.C. in poi). Gli ebrei, sopravvissuti alla distruzione di Gerusalemme ad opera dell’esercito babilonese e alla loro deportazione in massa a Babilonia, erano tornati in patria dopo l’Editto del 538 del persiano Ciro il Grande.
Come si dice: non tutto il male viene per nuocere. Da ogni drammatica esperienza il popolo ebraico usciva più purificato, anche se poi era subito pronto a dimenticare il Signore per tornare negli stessi errori precedenti.
Ma sinceramente a noi non dovrebbe tanto interessare la storia altalenante tra il bene e il male del popolo eletto, quanto invece le idee religiose che, per la parola e l’azione soprattutto dei profeti, si allargavano oltre la chiusura della religione ebraica.
Per essere chiari: l’Antico Testamento non è solo la storia di un popolo capriccioso e ribelle, ma l’evoluzione di un Pensiero religioso che andava al di là delle vicende più o meno drammatiche di un popolo. Un Pensiero che cresceva, si intensificava, si elevava quasi in contrapposizione alla durezza mentale di Israele.
E qui vorrei allargare il discorso. Non è solo la storia del popolo ebraico, ma è la storia in genere di ogni popolazione dell’umanità, che fa da contrasto con lo viluppo di un Pensiero che progredisce quasi da solo.
Sembra che la società non sia il campo ideale per il progresso del Pensiero, che definire Intelletto divino fa già capire quanto sia difficile la sua convivenza con un mondo, che da sempre ha estromesso dal suo ambito la realtà dello Spirito.
Eppure, dovrebbe sembrare diciamo logico, normale, naturale che ci sia un cammino d’insieme da parte della società e dell’Intelletto divino, e l’Intelletto divino, nel suo rivelarsi, dovrebbe aprire cieli nuovi e terre nuove. E invece non è così! Non sembra così!
Ad aprire le strade da sempre, fin dall’inizio dell’umanità, sono stati alcuni singoli, illuminati da una potente luce divina. Uomini o donne isolati, sempre contestati da una società-massa e dal potere-monarca.
Ancora oggi è così. Nulla è cambiato in meglio. Forse in peggio. A differenza di un passato, anche conscio di essere represso dalla forza di un Maligno ingannevole, oggi l’inganno è la stessa falsa democrazia che fa credere al popolo bue di essere l’artefice delle sorti di una Nazione. Tanto bue da non capire che è vittima di populisti farabutti.
Le stesse cose le dovrei dire della religione, che, a differenza della società civile, è rimasta ancora ottusa, preda di dogmi imposti come steccati insuperabili e talmente protettivi da tener chiusa ogni finestra che dà sull’Infinito.
Ci chiediamo giustamente se la religione nei millenni della sua storia abbia fatto un passo in avanti per un’apertura non solo orizzontale, ma soprattutto verticale, scendendo nel profondo del proprio essere interiore.
E se qualche tentativo si è fatto è per merito anche qui di singoli, di persone illuminate dalla luce divina.
La religione o la Chiesa sono rimaste ferme, nonostante la spinta anche talora tenace da parte di spiriti liberi. Chiesa o non Chiesa, religione o stato, il Pensiero/Intelletto divino prosegue il suo cammino, che è inarrestabile nonostante chiusure strutturali.
Assemblea radunata attorno al Signore
Torniamo al primo brano. La conclusione del libro di Isaia, il suo coronamento, consiste in una grande visione profetica: l’anonimo profeta vede un’assemblea radunata in due cerchi concentrici attorno al Signore.
Il Signore sarà circondato in primo luogo dall’intero popolo d’Israele, tornato da tutti i suoi esili; poi accorreranno tutte le Nazioni, senza distinzione di provenienza. La presenza manifesta del Signore s’imporrà a tutti: sì, come il Signore del suo popolo, Israele, ma anche come il Signore universale.
Tale presenza, manifesta nella Bibbia, ha un nome: “gloria” del Signore, che è la rivelazione della sua realtà divina, la quale non può che suscitare adorazione e appassionato amore. I Mistici vanno oltre: la gloria divina è nel nostro essere interiore, ed è l’illuminazione del nostro intelletto superiore. Dio non si manifesta tanto all’esterno di noi, ma si rivela al nostro essere nel suo Spirito o Intelletto (dire Spirito e Intelletto è la stessa cosa). L’Intelletto divino richiama il Pensiero di cui parlavo prima. Un Pensiero che all’esterno, nella società, si potrà anche coprire mettendovi sopra un cappello di piombo, ma mai estinguerlo. Nessuno può entrare nel nostro interiore se non Dio, e Dio è presente in tutto il suo splendore mistico. Ma possiamo bloccarne l’accesso, attraverso quell’ego che vorrebbe imporre le sue leggi esclusive.
Ma la sorpresa non è finita. Tra le nazioni sono menzionate la Grecia, l’Egitto e la Spagna, cioè le estremità del mondo allora conosciuto. Ma tutte sono comprese, siano esse chiamate per nome o presenti anonimamente. Tutti i popoli verranno in una solenne processione liturgica, gli Israeliti al centro come prìncipi e re, condotti con massima riverenza verso la montagna santa e portando le offerte per la casa del Signore.
Ed ecco un’altra sorpresa. Fra i popoli tutti saranno sacerdoti e leviti, cioè incaricati del servizio sacro del Signore. Saranno così rivestiti di una dignità nuova, poiché, fino ad allora, soltanto i membri della tribù di Levi avevano goduto di questo alto privilegio. Ma forse il profeta dice ancora di più: sembra infatti suggerire che le nazioni pagane accederanno anch’esse al grado sacro di sacerdoti e Leviti del Signore, Dio d’Israele. Non raggiungeranno soltanto il rango del popolo eletto, ma, assieme a Israele, saranno ulteriormente elevate al servizio sacerdotale e levitico di Dio.
Come potete già notare, è una visione profetica che andava ben oltre ogni aspettativa di allora, e che va ben oltre ogni aspettativa di oggi.
Certo, si tratta di una visione profetica (risale al quinto secolo a.C.), qualcuno la chiamerebbe utopia, ma che ha animato generazioni e generazioni, forse invano, ma sempre portata avanti da quel gruppetto di giusti, il “resto d’Israele”, che Dio ha saputo suscitare in ogni epoca.
È sul piccolo “resto” di questi giusti che la storia scommette il suo futuro, che è quello divino.

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