Seconda dopo Pentecoste 2012

 

Omelia del 10 giugno 2012: Seconda dopo Pentecoste

Sir 16,24-30; Rm 1,16-21; Lc 12,22-31

Vorrei soffermarmi sul brano del Vangelo proposto dalla liturgia di questa seconda domenica dopo Pentecoste. Anzitutto, diciamo che esistono due versioni: la prima è quella che si trova nel Vangelo secondo Matteo, la seconda nel Vangelo secondo Luca. Due versioni inserite in contesti completamente diversi. Matteo infatti inserisce il brano nel famoso Discorso della Montagna, capitolo 6 vv dal 25 al 34. Luca invece pone il brano subito dopo l’invito rivolto a Gesù da parte di “uno della folla” a fare da giudice in una questione di eredità. Il Maestro non si lascia prendere dal caso che gli viene sottoposto, ma va alla radice del problema, così da coinvolgere ambedue i contendenti: è l’istinto di possedere sempre più che rende i due fratelli vittime della propria “cupidigia”.
A rafforzare il suo pensiero, Gesù mediante una parabola illustra la stoltezza di chi pone la propria fiducia nel possesso, come se questo garantisse di per sé maggiore sicurezza. È questa illusione che Gesù condanna. Gesù non contrappone i beni alla rinuncia ai beni: questa, la rinuncia, è una scelta personale, lodevole ma non da imporre a tutti. L’illusione invece, che è presente nell’istinto di possedere, è un male che può riguardare tutti, e che va estirpato. È qui l’insegnamento di Gesù. La parola “cupidigia” esprime bene la bramosia ardente, che dunque, ardente come un fuoco, ci brucia dentro, mettendo a rischio l’equilibrio, la serenità, la saggezza. La cupidigia ci fa perdere la misura delle cose: diamo ai beni un valore in più. Tuttavia Cristo non si limita a disincantare l’uomo, ma indica la vera via della liberazione. Al ricco della parabola che sognava di costruire grandi magazzini in cui riporre tutti i suoi raccolti, Dio dice: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”. Notare il verbo “accumulare” che corrisponde a capitalizzare. L’accumulo è ciò che noi moderni diciamo capitale. E poi diciamo che Gesù non ha condannato il capitalismo?
Gesù, rivolgendosi poi ai discepoli, spiega loro che cosa significhi in concreto “arricchirsi davanti a Dio”. Ecco il brano di oggi. È una delle pagine più poetiche dei Vangeli. La lirica prende dalla vita reale gli spunti per elevare il nostro animo al di sopra della banalità con cui ci immergiamo in un mondo consumistico, perdendo così la serenità, l’equilibrio, la saggezza di cui parlavo poco fa. Non ci interessa tanto sapere se questa pagina sia nata direttamente dalla bocca di Gesù, o se Gesù l’abbia presa dall’antica saggezza, del resto contenuta anche nella letteratura pagana, o se addirittura siano stati i primi cristiani a inserirla nel Vangelo. A noi interessa una cosa: al di là della sublimità poetica, c’è tutto il pensiero di Gesù. In altre parole: Gesù la pensava esattamente così come risulta dal brano di oggi. Vedete: quando gli studiosi cercano di risalire alla fonte evangelica non lo fanno per sminuire il messaggio di Gesù, ma al contrario per coglierne ancora di più la radicalità. La poesia, poi, non addolcisce la realtà. Qui il discorso si farebbe lungo. Noi talora prendiamo i poeti come se fossero un po’ con la testa per aria, che hanno il tempo da perdere, che usano immagini astratte.
Ma non è così. Il poeta sa cogliere la realtà in un modo diverso da chi la banalizza. Il poeta sa unire pathos e verità. Sto parlando del poeta-poeta, non di chi s’improvvisa poeta solo perché sa fare un po’ di rima.
Analizzando il brano di oggi, ci accorgiamo che ci sono alcuni verbi che ricorrono frequentemente: preoccuparsi, affannarsi, stare in ansia. Penso che sia fondamentale capire ciò che intendeva Gesù per preoccupazione, per affanno, per ansia: parole che suggeriscono un crescendo di perdita di misura della realtà man mano la realtà quotidiana ci prende in modo esagerato, esasperante. Può essere una questione di carattere: c’è chi se la prende in modo quasi ossessionante, e c’è chi quasi se ne frega, sa prendere, come si dice, con filosofia ogni evento che capita; c’è chi si fa venire il mal di fegato, e c’è chi quasi se ne frega. Ma ciò di cui parlava Gesù era un’altra cosa. Proviamo ad analizzare i tre verbi: preoccuparsi, affannarsi, stare in ansia. Ognuno ha qualcosa da suggerirci, e su cui fare un esame di coscienza. Anzitutto, preoccuparsi. È chiaro che il verbo non è del tutto negativo. Ci sono preoccupazioni che fanno parte della nostra missione. Non credo che ad esempio i genitori non dovrebbero preoccuparsi per i loro figli, o che gli educatori non dovrebbero preoccuparsi dei loro alunni, o che i preti non dovrebbero preoccuparsi del loro gregge, o che i politici non dovrebbero preoccuparsi del bene pubblico. La stessa parola “preoccupazione” indica l’atteggiamento da assumere: il “pre-“ significa prima, per cui dovrei occuparmi prima, anticipare ogni mio intervento. Da qui ciò che noi diciamo “opera preventiva”. Ma di che cosa mi devo preoccupare? Qual è ad esempio il vero bene dei figli, degli alunni, dei cittadini, dei credenti? Viziarli in tutto, dar loro solo qualche nozione, mungerli con tante tasse? Qui la lista delle domande sarebbe veramente lunga, e l’esame di coscienza non finirebbe mai. Qualche studioso traduce l’invito di Cristo a “non preoccuparsi” per le cose inutili o futili della vita, con il verbo: “non datevi pensiero”. La preoccupazione, prima che un darsi da fare a vuoto, prende la mente, e la disturba, l’occupa addirittura in un modo ossessivo, togliendo quella lucidità che può aiutarci a capire dove stia l’essenziale e dove stia l’accessorio, dove stia il giusto equilibrio tra avere e essere e dove stia la disarmonia. Lucidità della mente non significa freddezza, calcolo, interesse. Ci sono anche i pazzi lucidi, ci sono anche i criminali lucidi. Il male di per sé richiede una grande capacità di valutare le situazioni, per imporsi con più efficacia. La cosa assurda di questa nostra società è proprio questa: c’è gente perversamente lucida che annebbia la nostra mente, e ci fa vedere le cose alla rovescia. Ciò che noi chiamiamo consumismo che cos’è se non il ribaltamento della realtà della vita? Consumiamo le cose che a loro volta ci consumano la mente. Pensate: rincorriamo beni inutili che, una volta raggiunti, ci distruggono nel nostro essere.   
Affannarsi: il secondo verbo che troviamo in qualche traduzione del brano di oggi. Prendiamo qualsiasi dizionario, e troveremo alla voce affanno: “frequenza di respiro che nasce per lo più da soverchio affaticamento”, da qui: afflizione, tormento, angoscia. La preoccupazione può prendere anche solo la mente: penso troppo ad una cosa, a come vestirmi, a cosa mangiare, a come riuscire in un successo, a come divertirmi, perciò faccio calcoli, programmi, sogni.
L’affanno è una conseguenza, e perciò la preoccupazione di mente si traduce in un affaticamento psichico, anche fisico, in uno stress che può avere conseguenze deleterie. Anche certi esaurimenti provengono da eccessive preoccupazioni. Mi deprimo perché non sono riuscito o non riesco a raggiungere uno scopo prefisso. Quando penso a certe conseguenze, quali afflizione, tormento, angoscia, allora capisco perché gli psichiatri parlano di malattie del secolo. Certo, Gesù non è venuto sulla terra per fare lo psicologo, lo psichiatra, e nemmeno per fare il sociologo, ma è venuto per rimettere in ordine o, meglio, per indicarci come rimettere in ordine il nostro animo interiore. E ha insistito nel proporci la vera gerarchia dei valori. Con tutto ciò non è che, con la gerarchia dei valori, tutto il male sparirà dalla terra. Tuttavia un conto è soffrire per un giusto motivo, e un conto è soffrire per qualcosa per cui non vale la pena di soffrire o rimetterci la vita. Quando penso a certe tragedie, soprattutto familiari, non posso non pensare alla pagina di oggi. Una cosa è certa: il mondo sarebbe migliore se ci preoccupassimo di valori, e se non ci facessimo prendere da preoccupazioni e da affanni inutili e dannosi.
Il terzo verbo usato da Gesù è: “non stare in ansia”. L’ansia è il frutto della paura, è la mancanza di sicurezza, quando ci vengono a mancare alcuni punti di riferimento, le garanzie per il domani. Infatti, nella versione di Matteo, Gesù conclude: “Non preoccupatevi dunque per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena”.
Sulla paura dovremmo leggere alcuni scritti di Sigmund Freud, di Erich Fromm e, ultimamente, di Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche, noto soprattutto per aver inventato l’espressione: “società liquida” in contrapposizione alla “società solida”. Il tema è assai interessante, ma non posso trattarlo qui per mancanza di tempo. La parola “liquido” richiama qualcosa che sfugge ad essere afferrato. Perciò indica la mancanza di punti di riferimento. Siamo come fluttuanti in balia delle onde. Scrive Bauman: “La vita liquida, come la società liquido-moderna non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo”.  Nei suoi libri sostiene che l'incertezza che attanaglia la società moderna deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. In particolare, egli lega tra loro concetti quali il consumismo e la creazione di rifiuti umani, la globalizzazione e l'industria della paura, lo smantellamento delle sicurezze e una vita liquida sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi esclusa, e così via.
L'esclusione sociale elaborata da Bauman non si basa più sull'estraneità al sistema produttivo o sul non poter comprare l'essenziale, ma sul non poter comprare per sentirsi parte della modernità. Secondo Bauman il povero, nella vita liquida, cerca di standardizzarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi come gli altri, cioè non sentirsi accettato nel ruolo di consumatore. La critica alla mercificazione delle esistenze e all'omologazione planetaria si fa spietata soprattutto in alcuni suoi libri: Vite di scarto, Dentro la globalizzazione e Homo consumens.
Dunque, Gesù direbbe ancora all’uomo moderno: non preoccuparti, non affannarti, non farti prendere dall’ansia. Riprenditi in mano i valori essenziali, e vivi il momento presente, senza pensare ossessivamente al domani.

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