Estate sovranista di Salvini e Di Maio, il nuovo potere che abbraccia il vecchio

da L’Espresso
I NUOVI MOSTRI

Estate sovranista di Salvini e Di Maio,

il nuovo potere che abbraccia il vecchio

Nomine via Facebook, caccia all’immigrato, vacanze autarchiche, fame di poltrone. Dai selfie del ministro dell’Interno alle fidanzate del leader pentastellato. Cronache italiane 
da un agosto brutale
di SUSANNA TURCO
08 agosto 2018
L ’estate gialloverde cominciò dieci giorni prima del solstizio e non somigliava a nessuna delle precedenti. Solo un anno prima, giusto per fare un confronto, sui giornali campeggiava Matteo Renzi che sognava di arrivare «al 40 per cento con Pisapia». Dieci anni prima, estate 2008, il capo dello Stato Giorgio Napolitano iniziava a frenare una riforma berlusconiana delle intercettazioni che non si sarebbe fatta mai. Vent’anni prima, Massimo D’Alema abbassava la saracinesca sulla Bicamerale. Cartoline scolorite.
L’estate 2018 ci sarebbe voluto Dino Risi a raccontarla. Ancora meglio: Ettore Scola. Il regista della Giornata particolare, la visita di Hitler a Roma alla vigilia delle Leggi Razziali, giusto ottant’anni fa, l’autore soprattutto, in questo caso, di quella sinfonia del grottesco che è “Brutti, sporchi e cattivi”, film corale urtante, dove tutto è brutale esasperazione, anche i cani non hanno tutte le gambe, si disfa persino il paesaggio. A proposito di ricorsi: un mucchio di anniversari da passare, nel 2018.
Il Quarantotto, il Sessantotto, il Settantotto, destinati a cadere proprio nell’anno del «cambiamento» (to-to), anniversari di cui quindi i politici appena assurti al potere non sapevano letteralmente che cosa farsene. L’estate giallo-verde, la prima del governo Lega-stellato, e che però non ha nulla di allegro. Giallo e verde, sì, ma virati in acido. Freddi, fosforescenti: da astratti furori. Un’estate sovranista fatta di occupazione del potere, e tuffo, nel potere. Tra cadaveri, magliette, uova lanciate, tutine rosse, flipper. Calura di feste e di nomine, categoria nella quale – a sentire i mandarini di Palazzo, che c’erano prima e ci saranno poi – questa infornata governativa eccelle quanto a voracità. Rai, Anas, Ferrovie, Cdp: un vero idillio, una scorpacciata. Sedute in Parlamento poche, sostanza pochissima: stavolta persino il solito (pleonastico) grido per tenere aperte le Camere ad agosto si è fatto flebile. «Il vero cambiamento è che di decreti Milleproroghe ne farete il doppio», sibila sarcastica la senatrice Loredana De Petris in Aula, esprimendo il massimo della forza dell’opposizione. Ci sono fake news che sembrano vere, e frasi vere che sembrano barzellette, come quella («l’unico allarme sono i reati degli immigrati”) così simile al già sentito. Razzista io? Sono loro che sono negri.
Porti chiusi e Toninelli coi figli
L’estate sovranista, si diceva, giunge in anticipo di dieci giorni. Ed è una brutale eclissi. Dopo l’ingresso al Viminale, dopo che “Internazionale” aveva spiegato perché «il programma sull’immigrazione è impraticabile»; dopo i primi sbarchi e la litania «il Carroccio promette ma non mantiene», ecco la svolta. Chiuderli, i porti. Prologo di quel che accadrà cinquanta giorni dopo, a fine luglio, con 101 persone riportate in Libia su una nave italiana, nonostante l’assenza di porti sicuri. Il primo bersaglio del ministro dell’Interno, a giugno, è la nave Acquarius, 629 naufraghi a bordo, tra cui sei donne incinte, 11 bambini e 123 minori non accompagnati. Il governo nega l’autorizzazione: finiranno a Valencia, settecento miglia più in là. «Vittoria! Alzare la voce paga», twitta Matteo Salvini. Quello stesso giorno il premier Conte va tra i terremotati: è la sua prima uscita pubblica, non la ricorda nessuno. Il presidente della Camera Roberto Fico, un curriculum di fiero e tormentato leader dell’ala movimentista M5S, si reca in missione in Calabria, per incontrare i colleghi braccianti di Soumayla Sacko, barbaramente assassinato: sui migranti e gli sbarchi precisa un sacco di cose, si guarda bene dal dissentire davvero.
Si barcamena pure il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. Bravissimo a gestire ingestibili imbarazzi , nell’estate sovranista tra un complimento a chi lotta contro supposti migranti «facinorosi» e gaffe su immaginari «incrociatori», che dicono soprattutto l’orizzonte guerresco del ministro, si appresta a inaugurare un’altra novità: nomine e licenziamenti via Facebook. Lo fa con i vertici di Ferrovie, ad esempio:« Ho appena firmato la decadenza dell’intero Cda di FS per chiudere con il passato». Zac. Facile, veloce, indolore, estivo. Tra un selfie e l’altro con moglie e figli piccoli, in mini vacanze relax, tutti completi di localizzazione – alla faccia della privacy, dei piccoli soprattutto. « Il governo si riunisce anche per discutere della cessione di 10 motovedette della Guardia costiera alla Libia. Un altro contributo importante con lo scopo di salvare i migranti in mare e scoraggiare le partenze dei barconi della morte», è un altro post. «Ma siete seri?», gli chiede una utente: nessuna risposta. Tutti al mare.
Cerimoniale di gomma
Nel mare che comincia a pullulare di materassini di ogni forma, e ormai sempre più svariata: da quelli a forma di blatta, a quelli fenicottero rosa, cigno, mini pony con la criniera arcobaleno. Adesso persino quelli a forma di bara, adattissimi per il Mediterraneo in effetti. In giro, prossima al porto di Catania con 923 migranti a bordo, c’è a la nave Diciotti, che un mese dopo provocherà uno dei più atipici interventi che la storia repubblicana ricordi. Quando il capo dello Stato, Sergio Mattarella, telefona al premier, che dà poi ordine di far sbarcare le 67 persone ancora a bordo della nave ancorata al porto di Trapani. Risuona come una specie di «risalga a bordo» al contrario, il chiodo di dignità di un’altra tragedia, quella della Concordia.
Quel giorno però non è ancora arrivato: è giugno, Salvini è definito «un eroe» su Libero, il Foglio riconosce asciutto che «ha vinto». Gli sbarchi sono già ridotti dell’83 per cento rispetto al 2017, quindi a farli calare è stata l’azione del governo precedente, Minniti e non Salvini, ma non importa. La scalata è in pieno svolgimento, il flipper del voto locale segnala che Salvini conquista sempre più anche al sud. Luigi Di Maio incontra come un pazzo rider su rider, fa foto coi precari, si affretta a presentare il decreto dignità, peraltro l’unico vero provvedimento prodotto sinora dal governo, oltre a una valanga di tweet. Ma gli handicap della scalata son visibili da subito. Al cospetto coi poteri di sempre, anche al ricevimento del Quirinale per la festa della Repubblica, il gap si mostra largo per quel che è. Salvini scherza con chiunque, addirittura rivendica il “me ne frego” rispetto al cerimoniale, quando gli rimproverano non essersi tolto il braccialetto in gomma del Milan nemmeno per il giuramento. Luigi Di Maio, come del resto quasi tutti i grillini, è impettito e impeccabile e si rivela privo della seconda battuta, quella che fa decollare e, volendo, rende inoffensiva qualsiasi conversazione: «Non ho mai visto un leader politico che non avesse almeno un paio di cose da dire», decreta Ciriaco De Mita subito dopo averlo incrociato per un saluto ghiacciato.
Tutti alle Coppelle, come vent’anni fa
Nell’estate sovranista, molto nel modo di muoversi dei Cinque stelle somiglia alla Lega di vent’anni fa. Un’occupazione cauta, e da stranieri, della Roma dei palazzi. Cauta ma precisa. Loro, che nel 2013 inorridivano all’onorevole, adesso stampano manifesti con lunghissime sfilze di on. puntati. Si producono in cene nel ristorante “Maccheroni” e serate a piazza delle Coppelle, pieno perimetro tra Camera e Senato: ancor meglio le mense di Palazzo, o gli acquisti via Deliveroo per non farsi vedere in giro (sarà cominciata così, l’attenzione di Di Maio per i rider?). Appartamenti affittati in pieno centro, per raggiungere a piedi le sedi parlamentari. Casi come la cena con Casaleggio e Lanzalone organizzata al lussuoso ristorante Pipero, primo piano di fronte al Borromini di piazza della Chiesa nuova, sono eccezioni. La media è più consolidata. Giuseppe Conte, che il suo portavoce Rocco Casalino non perde d’occhio un secondo, riceve il presidente francese Emmanuel Macron alla Casina Valadier, il massimo della tradizione, una roba da anni Sessanta. E spedisce il suo ospite a cenare da “Pierluigi”, ristorante di pesce a via Monserrato (pieno centro, di nuovo), meta classica da anni Novanta. Ed è al Circolo Canottieri Roma che incontra per caso il suo idolo, Antonello Venditti.
Ruocco accalappiata da Casini
C’è in effetti una disinvoltura assai limitata, scarso uso di mondo che però, invece d’esser esibito con orgoglio, si vorrebbe colmare in fretta. È quasi un ripiegamento indietro. Un abbraccio in fondo, tra i vecchi poteri e i nuovi. Dal lato grillino, soprattutto: perché M5S nello scegliere i nomi da piazzare qua e là si fa consigliare, più di quanto non facciano i leghisti, già abituati a gestire potere, titolari di più solide liste di aspiranti. La festa d’estate della Link Campus university, l’ateneo più grillino del momento è, come nota il Foglio è la festa barocca di un potere medio un po’ smarrito, più che la rampante zampata del nuovo: i nomi più forti convenuti alla serata – Tria e Savona – insegnano in altre università, la ministra Elisabetta Trenta che pure invece è di casa si circonda di un mucchio di divise e telefona alla mamma (piace infatti più alla base che ai vertici, dicono), Marianna Madia o Giulio Napolitano c’erano anche prima, Barbara Palombelli va via anzitempo rivendicando con gli organizzatori: «Avevo detto che restavo solo per l’aperitivo». Così, alla festa per l’Indipendence day all’ambasciata americana di Villa Taverna, il plenipotenziario Giancarlo Giorgetti sembra uno di casa, mentre Carla Ruocco, presidente grillina della commissione Finanze, è accalappiata da Pier Ferdinando Casini, tra i pochi sopravvissuti della seconda Repubblica, mentre la capa della commissione Esteri della Camera Marta Grande si fa immortalare con Paolo Messa. Tutti, sia qui che là, nell’obiettivo Cafonal di Umberto Pizzi. Le foto dei bambini in tutina rossa ripescati in mare rimbalzano intanto sui social. Salvini pesca a piene mani hamburger e salsa barbecue, Ignazio La Russa che si serve prima di lui al banchetto lo consiglia. «Non vogliamo un’altra tragedia nel Mediterraneo, non vogliamo avere un altro Alan», aveva detto il sindaco di Valencia, Joan Ribò, a spiegare perché avesse accolto i profughi: stavolta, invece che il dibattito sul pubblicare o meno la foto di Alan, sul web la polemica infuria sul grado di verità delle immagini delle tutine. Evoluzioni inclassificabili.
Tutti in fuga
Poi comincia la fuga. Dai partiti e dalle città. Da Fratelli d’Italia, solo a Roma, dove se ne vanno in dieci: costruiranno in venti giorni il primo gruppo leghista in Campidoglio e un reticolo di altri sette nei municipi romani. «Non abbiamo mai fatto una fuitina, noi», le ultime parole famose della leader Giorgia Meloni. Al mare invece, compare finalmente anche il premier Conte. Nessuna traccia di Capalbi, Maremme, o Sardegne, anche perché quanto a geografie i gialloverdi sono prevalentemente adriatiche: la vacanza a Milano Marittima dove ha ripiegato Salvini (andava comunque in Romagna da quattro anni) dopo essere stato definito “persona non gradita” dagli spagnoli di Maiorca, e le isole Tremiti, ma anche Ostuni. Conte, intanto si fa fotografare in compagna della fidanziata Olivia Poladino in una villa di Sabaudia, blasonata spiaggia del litorale laziale dove si incrociano altrimenti Totti e Claudio Amendola: lei quindici anni in meno e lunghissimo stacco di coscia, bionda sempre invisibile, mai prima una foto con il premier e, comunque, talmente diversa che – sussurrano maligni nei Palazzi – non potrà mica esserne davvero la fidanzata.
Nel governo sovranista c’è in effetti una particolare ossessione per la presenza-assenza delle rispettive. Come mai prima, chissà perché. Grandi attenzioni a Matteo Salvini, il cui supposto sex appeal i rotocalchi esaltano in ogni modo (consacrazione nazional popolare: servizio di “Di Più”. Titolo: «È lui il sex simbol dell’estate». Sottotitolo: «Abbiamo chiesto perché piace tanto alle donne». Risposta di Crepet: «Affascina come Mussolini». Consacrazione radical-chic, il Foglio che scrive: «In stile Amarcord le donne non si spostano: come la Gradisca al passaggio di Mussolini»). Estrema attenzione ad eventuali crisi con la fidanzata Elisa Isoardi, 35 enne, anche lei un utilizzo assai scaltro dei social: Instagram soprattutto, dove ha messo addirittura una preghiera alla Madonna dei nodi (e tutti a chiedersi, sarà in crisi con lui?). Loro, almeno vanno in vacanza. L’ultima di Luigi Di Maio risale a marzo, quando fece un weekend ad Alcamo con l’accreditata fidanzata Giovanna Melodia. Adesso si vocifera di un ritorno della ex, Silvia Virgulti. Melodia già da un mese aveva smesso di pubblicare sul suo Facebook qualsiasi riferimento ai Cinque stelle, e invece il video della canzone di Annalisa “Bye bye”. Con la postilla «ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale». Come in un film, appunto.

 

1 Commento

  1. Giuseppe ha detto:

    Un tempo, erano gli anni di quella che gli ignoranti (che sono molto numerosi) si ostinano a definire “prima repubblica”, c’erano i cosiddetti governi balneari. Con l’arrivo dell’estate, infatti, mentre gli italiani si godevano le vacanze, che solo i ricchi potevano trascorrere in località oggi accessibili a tutti (basta pagare, anche a costo di indebitarsi) anche la politica si prendeva una pausa dando vita a governi idonei più che altro a sbrigare gli affari di ordinaria amministrazione e destinati a durare fino a settembre. Quest’anno invece l’arrivo dell’estate oltre a un caldo sempre più soffocante ha portato con sé un governo se possibile ancora più insopportabile del caldo.
    Probabilmente mi ripeto, ma chi poteva immaginare anche solo cinque o sei anni fa che il nostro paese potesse essere retto da una finta coalizione tra i padani rancorosi della lega nord e i seguaci ossequienti del qualunquista di Sant’Ilario? Salvini, oggi ministro degli affari interni, osannato dai neofascisti e i sovranisti dell’estrema destra che ostentano compiaciuti il loro razzismo e disprezzano chiunque abbia opinioni diverse, veniva spernacchiato dal suo stesso partito e solo un veggente dedito agli stupefacenti poteva immaginare la sua irresistibile ascesa. Di Maio era pressoché sconosciuto, essendo solo uno dei tanti cortigiani di Grillo che denigrava le istituzioni sognando una inattuabile democrazia diretta, senza filtri ed organi di rappresentanza. Per non parlare di colui che per ruolo dovrebbe dirigere l’esecutivo e indirizzare l’azione politica del governo assumendosene la responsabilità, vale dire l’invisibile presidente del consiglio Conte, evidentemente troppo indaffarato in altre occupazioni per dedicarsi a quella istituzionale, consentendo così all’arrivista Salvini di rubargli la scena.

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