Omelie 2016 di don Giorgio: BATTESIMO DEL SIGNORE

10 gennaio 2016: Battesimo del Signore
Is 55,4-7; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16.21-22
Un’Alleanza speciale
Se vogliamo contestualizzare storicamente il primo brano, diciamo che siamo verso la conclusione dell’esilio del popolo ebraico a Babilonia. Erano passati circa cinquant’anni dalla distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio da parte dei Babilonesi. Da più parti e insistentemente s’invocava l’intervento del Signore perché liberasse il suo popolo dal castigo, confidando nel punto debole di Dio, ovvero in quell’Alleanza, a cui il Signore ci teneva più di ogni altra cosa.
Va ricordato che l’Alleanza non era un patto bilaterale, ma unilaterale: tutto dipendeva da Dio, per cui, anche se il popolo eletto fosse venuto meno agli accordi, il Signore avrebbe mantenuto in ogni caso la sua parola di salvezza. Dio è così: non si lega a nessuna condizione, che possa mettere in dubbio il suo Amore eterno. L’amore divino va oltre qualsiasi reciprocità di intese. Anzi, più il popolo lo tradisce, più Dio manifesta la sua misericordia. Non è Dio che punisce il popolo, è il popolo che cerca la propria punizione.
Nell’Alleanza biblica c’è una qualità fondamentale di Dio, che anche noi cristiani dovremmo scoprire. Noi diciamo che Dio è l’Assoluto, in latino “ab-solutus”, che vuol dire sciolto da, ovvero libero da qualsiasi legame all’infuori dell’Amore. Il Signore non si fa legare neppure dalla religione che, come indica il senso etimologico (deriva dal latino “religare”) vuole creare legami con la divinità, sottopondola a intervenire secondo rituali stabiliti dalla stessa religione.
Pensiamo già all’infelice espressione: “Se ti comporti bene, Dio ti benedirà”. Ma che significa: “se ti comporti bene”? La morale viene stabilita dalla religione, e poi la religione pretende che Dio la approvi con la sua benedizione. Ma, se Dio è Amore infinito, perciò al di là delle nostre visuali umane, ama chi vuole e come vuole. Come posso io, Chiesa, mettere le condizioni all’Amore infinito di Dio? E poi, che significa misericordia divina? Forse che Dio è misericordioso con i giusti, con i santi, con i perfetti? Non è forse vero il contrario? Dio ama soprattutto i più lontani, i dissidenti, i peccatori. E Dio “in che modo” è misericordioso verso di loro? Anche qui, perché la Chiesa deve mettere delle condizioni, dei paletti all’infinito Amore di Dio?
Il Signore sorprende tutti nella sua magnanimità. È imprevedibile, esce da ogni schema umano, non si fa precedere da nessuno, e non scende a patti con nessuna religione. I patti di Dio sono sempre unilaterali: l’ultima Parola è la sua; egli fa ciò che vuole, e più lo tradiamo più ci ama.
Ecco, come dice il profeta, questa dovrà essere la testimonianza del popolo d’Israele: testimoniare cioè che il Signore è un Dio diverso dagli altri, un Dio che batte tutti in bontà.
Il Dio vendicatore di certe pagine della Bibbia è ben lontano dal Dio reale: la Bibbia è veramente un libro difficile, come è stato più volte riconosciuto, non perché narra eventi ancora oggi difficilmente verificabili dal punto di vista storico, ma perché l’immagine di Dio è difficile da cogliere nella sua vera identità. Un’immagine talora sfocata, spesso deformata, sempre comunque in via di rivelazione. Occorre un occhio particolare, quello della grazia mistica, che legge fatti e parole al di là del loro significato letterale.
Alla fine del brano di oggi il Signore, tramite il suo profeta, invita: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare; invocatelo, mentre è vicino”. Che significa “cercare” e “invocare” il Signore? Forse Dio è più vicino di quanto sembri. E noi lo cerchiamo chissà dove. Se è vicino, vuole dire che il Signore è in noi. E noi lo cerchiamo fuori, complice una religione che rende Dio tanto inaccessibile da scalare i monti dei dogmi per trovarlo. E poi che cosa troviamo? Forse il vero Dio? Ma se Dio è dentro di noi, a chi spetta scoprirlo?
Due, da dys, ovvero male
Il brano di San Paolo ci è già noto, ma non per questo da considerare scontato. Ha sempre qualcosa da dirci, soprattutto oggi dove il due (che in greco significa male), ovvero la molteplicità, o la divisione o differenziazione, è il campo di battaglia della politica e della religione. Sembra un assurdo: da una parte si parla di pensiero unico che governerebbe il globo terrestre, dall’altra si parla di monoteismo, ovvero di un Dio unico, eppure mai come oggi viviamo in un mondo di contraddizioni, di contrapposizioni, di divisioni, di razzismi tribali, di egoismi di massa. Quanto siamo lontani da ciò che scrive San Paolo: Cristo “di due (ebrei e pagani) ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia…”.
Due: io e tu, noi e voi, credenti e non credenti, occidentali e orientali, regolari e irregolari, razza bianca e razza non bianca, ecco dove sta il “muro di separazione che divide”, “l’inimicizia”. Il vero problema sta in noi: qui è la radice di ogni male che divide, separa, moltiplica. Il due, ovvero il male, è quel muro che separa il nostro interno, l’intus, dal nostro esterno, l’extra.
Un battesimo in Spirito santo e fuoco
Passiamo al brano del Vangelo. Ancora oggi gli studiosi della Bibbia discutono sul senso da dare al gesto di Gesù che si fa battezzare da Giovanni. Ma il battesimo di Gesù al Giordano è un falso problema. Il vero problema sta nelle parole di Giovanni il Battista: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che… vi battezzerà in Spirito santo e fuoco”.
Non è il momento di elencare tutte le più differenti interpretazioni che sono state date alle parole: “battezzare in Spirito santo e fuoco”. Tuttavia, è istintivo collegarle alla Pentecoste, tanto più che lo stesso Gesù, prima della sua ascensione, dirà: “Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito santo tra non molti giorni” (Atti 1,5), con esplicito riferimento alla Pentecoste, quando sui discepoli si poseranno “lingue come di fuoco”. Qualcuno traduce l’espressione “in Spirito santo e fuoco”: “nel fuoco dello Spirito santo”.
Il battesimo di Giovanni in acqua era un semplice rito penitenziale. Il battesimo o immersione nel fuoco dello Spirito è un’altra cosa. Il fuoco nell’Antico Testamento è sempre legato ad una funzione di purificazione: cito solo un passo di Isaia: “Stenderò la mia mano su di te, purificherò come in un forno le tue scorie, eliminerò da te tutto il piombo” (1,25).
Senza fare tanti bei discorsi sullo Spirito santo, basterebbe questo: che lo Spirito distrugga ogni scoria negativa. I mistici insistevano nel dire che il nostro vero compito sta nell’eliminare l’inutile, il superfluo, nel creare dentro di noi il vuoto, se vogliamo scoprire il Divino.
Ci si avvicina a Dio non aggiungendo, ma togliendo. Più tolgo sovrastrutture, il di più che disturba la purezza di Dio, più potrò avvicinarmi al Mistero divino. Se fate caso, ogni religione, anche quella cattolica, non ha fatto che aggiungere: riti, dogmi, regole, comandamenti, strutture d’ogni tipo, movimenti ecclesiali, associazioni, ecc.
Il battesimo “nel fuoco dello Spirito santo” non è un rito che dà inizio ad altri riti. Lo Spirito santo ha il compito di purificarci, perché solo così potremo essere liberi e trovare strade sempre nuove. Il vero problema della Chiesa è il peso, che porta dietro da millenni, di cose inutili, spegnendo così la libertà dello spirito, quella libertà che è il primo frutto dell’azione purificatrice dello Spirito santo.

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