A 10 anni dalla morte di Eluana Englaro, a che punto è il dibattito sul fine vita in Italia?

da www.rainews.it

A 10 anni dalla morte di Eluana Englaro,

a che punto è il dibattito sul fine vita in Italia?

La vicenda della giovane in stato vegetativo irreversibile per 17 anni e la battaglia del padre perché fosse riconosciuta la sua volontà e il diritto a una morte dignitosa
08 FEBBRAIO 2019
A 10 anni dalla morte di Eluana Englaro, a che punto è il dibattito sul fine vita in Italia? La vicenda della giovane in stato vegetativo irreversibile per 17 anni e la battaglia del padre perché fosse riconosciuta la sua volontà e il diritto a una morte dignitosa Tweet 08 FEBBRAIO 2019 Il 18 gennaio 1992 Eluana Englaro, allora 21enne, perse il controllo dell’auto mentre stava tornando a casa a Lecco.
Nell’incidente subì lesioni gravissime al cranio e alla colonna vertebrale perdendo immediatamente la sensibilità a tutti e quattro gli arti. Giunta già in coma all’ospedale ne uscì dopo alcuni mesi ma proprio per le lesioni cerebrali irreversibili riportate fu dichiarata in stato vegetativo permanente. Inizia da quel momento la battaglia della famiglia e del padre Beppino in particolare, per vedere riconosciuto a Eluana il diritto di morire come avrebbe voluto se avesse potuto parlare. E aveva parlato in questo senso, ha ripetuto costantemente il padre in tutti i 17 anni trascorsi dal tragico incidente alla morte avvenuta nella clinica La Quiete di Udine il 9 febbraio di dieci anni fa.
Negli ultimi giorni di Eluana aveva dovuto “emigrare” dalla sua Lombardia – la Regione sarà condannata successivamente a un risarcimento – in Friuli per trovare una struttura che desse corso a quelle che erano state anche le sentenze dei tribunali che avevano dato ragione ad Englaro. Il dibattito pubblico si era allora acceso intorno al tema della alimentazione e della idratazione artificiale con le manifestazioni di alcuni gruppi cattolici che, portando in piazza bottigliette d’acqua minerale, accusavano la famiglia e i medici di “farla morire di fame e di sete” e dall’altra parte il mondo laico e in particolare  i radicali che sostenevano l’idea di una “morte dignitosa” e autonoma come diritto per tutti. Anche il governo, protagonista l’allora ministro del Welfare Sacconi, aveva tentato di intervenire con un decreto legge ad hoc per fermare i medici che a Udine nel frattempo avevano avviato l’iter per accompagnare Eluana verso la morte.
L’ha sempre ripetuto e lo ripete ancora oggi in una intervista al Corriere della Sera in cui ripercorre la vicenda e il calvario umano e giudiziario (conclusosi dopo 15 sentenze della magistratura italiana e una della Corte Europea) attraverso cui la figlia e tutta la famiglia sono dovuti passare per ottenere che la volontà espressa da Eluana fosse rispettata: “Sapeva cosa fosse lo stato vegetativo permanente, il buio in cui era piombato il suo amico Alessandro, ed era stata chiara: mai avrebbe voluto essere vittima di quella non-vita.” Oggi dice Beppino Englaro riferendosi alla legge 219 del 2017 sul cosiddetto testamento biologico: “Eluana non sarebbe in trappola.” Eppure l’attuazione della legge che consente di lasciare le proprie dichiarazioni anticipate di trattamento, DAT, fatica ancora ad essere pienamente attuata.
La legge sul testamento biologico, a due anni dall’approvazione mancano numeri e dati certi
Sono circa 23.000 i moduli sul biotestamento (o dichiarazioni anticipate di trattamento DAT), scaricati ad oggi dal sito dell’Associazione Luca Coscioni, a due anni dall’approvazione della legge sulle DAT in Italia. Il dato aggiornato dalla stessa Associazione a pochi giorni dal decennale della scomparsa di Eluana Englaro, divenuta il simbolo della lotta per ‘una morte dignitosa’, il 9 febbraio 2009. “Posto che non sono ancora presenti dati ufficiali sulle disposizioni anticipate di trattamento depositate – rileva l’Associazione – conosciamo per il momento solo il numero di moduli scaricati dal nostro sito: 22 mila 700”. I dati ufficiali da parte del ministero della Salute saranno invece trasmessi alle camere entro il 30 aprile 2019 attraverso una relazione sull’applicazione della legge.
E proprio al ministro si rivolge Filomena Gallo, segretario della Coscioni: “Chiediamo a gran voce che sia attuato il Registro Nazionale per le Disposizioni anticipate di trattamento DAT: con la finanziaria 2017 sono infatti stati stanziati 2 milioni di euro per la creazione della Banca dati nazionale dei testamenti biologici che sarebbe dovuta essere operativa entro il 30 giugno 2018, ulteriori 400 mila euro l’anno sono stati stanziati con la finanziaria 2018, eppure della Banca dati, nonostante i ripetuti proclami della ministra Grillo, ancora non vi è traccia. Al contrario c’è traccia del tentativo di modificare la legge sulle dat in vigore da poco più di un anno, con modifiche che prevedono il deposito nel comune di nascita (invece che di residenza, ndr), e autorizzano solo il medico curante ad estrarre copia delle DAT.”
Dalla morte di Eluana Englaro nel 2009, simbolo della lotta per una “morte dignitosa”, commenta Gallo, “sono stati anni di richieste, sofferenze, appelli, sentenze e dolore che hanno cambiato anche gli italiani, che sono arrivati ad esprimere indipendentemente dal proprio credo il loro consenso a leggi che affermino le scelte individuali in materia di cure e non”. Ma la “volontà politica – conclude – va confermata ogni giorno nell’affermare come leggi di Stato e diritti fondamentali anche quelli che non trovano riscontro ancora in norme”.
10 mila persone in stato vegetativo, le famiglie chiedono una assistenza migliore
In Italia sarebbero circa 10mila le persone in stato vegetativo o minima coscienza. Un dato preciso non esiste, ma secondo alcune stime, che si rifanno a 160 casi per milione relative alla realtà di Bologna e che risultano abbastanza coerenti con quelle di altre città, potrebbero essere appunto quasi 10mila i pazienti in condizioni analoghe a quelle in cui versava Eluana.  A spiegarlo Roberto Piperno, primario di neuroriabilitazione della Asl di Bologna, durante un incontro delle associazioni di familiari al ministero della Salute. Le famiglie chiedono attenzione, uniformi diritti e maggiore ascolto a 10 anni dall’istituzione della giornata nazionale stati vegetativi, il 9 febbraio dopo la morte di Eluana Englaro.
Chiedono anche adeguamenti a una realtà che cambia: la parte relativa alla traumatologia stradale, che riguarda spesso i giovani, si è sensibilmente ridotta e si è quindi spostata in avanti la fascia di età in cui si osservano negli ospedali lesioni cerebrali gravi che comportano il coma prolungato per emorragie o altro.  “Diventa più difficile la gestione del futuro di queste persone – spiega Fulvio De Nigris, direttore del Centro studi per la ricerca sul coma, Gli Amici di Luca – dobbiamo cercare nella fase post-acuta, di trovare luoghi, nuove capacità di accoglienza che oggi magari non esistono che possano salvaguardare le famiglie fuori dal domicilio.
In Italia aumenta la maggioranza dei favorevoli all’eutanasia
Un recentissimo sondaggio di Demos& Pi effettuato nel Nord-Est ha  evidenziato una netta maggioranza degli interpellati in favore della “buona morte”. Il 77 per cento si è infatti dichiarato d’accordo con l’affermazione secondo cui “quando una persona ha una malattia incurabile e vive con gravi sofferenze fisiche” è giusto che i medici l’aiutino a morire se il paziente lo richiede. I dati pubblicati su Il Gazzettino qualche giorno fa confermano un trend storico. Due anni fa un sondaggio simile effettuato da SWG dopo che la vicenda di DJ Fabo aveva nuovamente scosso le coscienze, aveva rivelato che per il 74 per cento degli intervistati sarebbe giusto che anche in Italia fosse consentita questa pratica e solo il 10 per cento si era dichiarato contrario. Nonostante questo una legge in Italia ancora non c’è.
La sentenza della Corte Costituzionale sul caso DJ Fabo e la legge in discussione alla Camera
Il processo a Marco Cappato proprio per la vicenda di DJ Fabo ha riportato la questione al centro del dibattito politico. Il 24 ottobre scorso la Corte Costituzionale ha scelto di rinviare la decisione sul caso al 24 settembre 2019 per dare tempo al Parlamento di legiferare e in questo modo sanare le lacune dell’attuale assetto normativo concernente il fine vita che “lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione.”
Il 30 gennaio scorso, a quasi duemila giorni da quando la proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia dell’Associazione Coscioni, su cui i radicali e altre associazioni avevano raccolto 130 mila firme era stata depositata, finalmente è iniziata la discussione sul testo nelle Commissioni congiunte Giustizia e Affari Sociali della Camera dei deputati. Il post con cui il presidente “grillino” della Camera aveva annunciato l’avvio dell’esame non ha mancato di suscitare polemiche: il tema potrebbe infatti essere “divisivo” anche all’interno della maggioranza “gialloverde” che sostiene il governo. Al Parlamento intanto sono rimasti circa sei mesi per approvare una legge ed evitare l’intervento della suprema Corte.

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