La battaglia di don Beniamino: “Braccianti usati come schiavi”

da La Stampa
05/03/2018

La battaglia di don Beniamino:

“Braccianti usati come schiavi”

Il parroco denuncia lo sfruttamento nelle serre e nei campi del Ragusano “Sono segregati e pagati 3 euro all’ora, ma in paese mi dicono di lasciar stare”
NICCOLÒ ZANCAN
INVIATO A VITTORIA (RAGUSA)
Nel quartiere duro del Forcone, sull’ultima strada in salita della città del pomodoro, vive un prete di 74 anni. «So bene quello che raccontano di me», dice affacciandosi dalla piccola chiesa del Santo Spirito. Due palme. Un cubo di cemento. «Dicono che esagero. Che infango il buon nome del paese. Dicono che devo smetterla, soprattutto. Sono venuti a dirmelo anche di persona: “Lascia perdere, don Sacco. Lascia perdere…”». Don Beniamino Sacco è stato il primo a dire che nelle serre della provincia di Ragusa ci sono degli schiavi e delle schiave. Lavoratori sfruttati e sequestrati. Tenuti fuori dal mondo. A disposizione di certi padroni per meno di 3 euro all’ora. «Sette donne romene erano venute a chiedermi aiuto. Cinque di loro avevano dovuto abortire dopo le violenze. E io cosa avrei dovuto fare?».
Nel 2017 a Vittoria sono nati 1035 bambini. Il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza è stabile da tre anni. «Oscillano fra 180 e 200 all’anno» dice il dottor Giovanni Busacca, primario del reparto di ginecologia dell’ospedale Guzzardi. «Il dato è alto. Sono quasi tutte donne dell’Est Europa. Ma non abbiamo prova di violenze». In questo momento però, quattro donne, quattro braccianti, sono sotto protezione in una comunità segreta. «Il problema peggiore è che spesso abbandoniamo chi ha avuto coraggio di denunciare», dice don Sacco. «Molte ragazze che si sono esposte poi sono dovute scappare altrove. In Romania hanno figli da mantenere. Per loro quei 500 euro al mese sono vitali. Spesso subiscono ricatti in silenzio. È una violenza sommersa che fa comodo a molti. Ci sono zone agricole completamente isolate. Sono campagne segrete. Dove alcuni imprenditori – e sottolineo alcuni, non tutti – pensano di potersi comprare qualsiasi cosa con quattro soldi».
È l’ora della messa della sera. Sulla porta della chiesa ci sono le parole di Papa Paolo VI: «Basta un gruppo di gente volenterosa a fare una rivoluzione». Dentro ci sono cinque persone. «Le ultime notizie, purtroppo, non fanno altro che confermare i miei timori», dice Don Sacco.
Sono 28 mila i lavoratori stagionali iscritti negli elenchi anagrafici dell’Inps della provincia di Ragusa, 10 mila a Vittoria. Lavorano nelle serre del pomodoro a grappolo, dei peperoni, dei cetrioli. Gli stranieri sono quasi la metà, soprattutto romeni e tunisini. Solo il 15 per cento dei braccianti è sindacalizzato.
L’ultima notizia è che due operai dei campi sono andati a chiedere aiuto al capo della squadra mobile di Ragusa Antonino Ciavola. Un loro amico era stato sequestrato in una serra vicino a Scoglitti, verso il mare. Gli agenti lo hanno trovato dentro un tugurio, nascosto sotto delle coperte, agonizzante. La notte prima era stata particolarmente fredda. Insieme ad altri due lavoratori era andato a rubare una bombola del gas nella capanna degli attrezzi. I braccianti volevano riscaldarsi. Il padrone li ha sorpresi e inseguiti con il fucile. Ha sparato. Li ha fermati e presi a bastonate. E lui, quello che aveva la bombola, è stato legato mani e piedi e appeso a un palo, colpito ancora con il manico di una vanga. Doveva essere una punizione esemplare.
La polizia ha chiesto il fermo per Rosario Dezio, 41 anni, il proprietario dell’azienda agricola. E qui sono iniziate le sorprese, perché Rosario Dezio è un consigliere comunale eletto in una lista collegata al Pd, membro della segreteria cittadina dello stesso partito e figlio dell’assessore Angelo Dezio. Adesso è agli arresti domiciliari, accusato anche di sequestro di persona.
Capire veramente ciò che accade all’interno delle aziende agricole è difficile. I teli di plastica delle serre riflettono il sole come specchi, per chilometri e chilometri a perdita d’occhio. Gli agenti della squadra mobile fanno controlli a sorpresa nel gigantesco reticolato di campi e casolari. Ci vanno i volontari della Caritas e quelli dell’associazione Proxima. I racconti dei braccianti si assomigliano tutti. Larisa: «Dormo in una baracca all’interno dell’azienda agricola. Lavoro qui da due anni. Mi pagano in contanti. Guadagno 20 o 25 euro alla giornata, quasi 600 euro al mese». Bakari: «Sono sbarcato a luglio su un barcone partito dalla Libia. Il caporale viene a prendermi alle 5 di mattina davanti alla comunità Bonincontro di Vittoria. Non sono soddisfatto della paga. Nelle serre si muore di caldo. Non so cosa siano le ferie». Ana: «Non conosco il contratto nazionale. Non conosco i miei diritti. È brutto qui. Facciamo i nostri bisogni nei campi. Siamo a 20 chilometri dal paese. Ma con questa vita triste guadagno comunque più di quanto potrei guadagnare in Romania».
Giuseppe Scifo, segretario provinciale della Cgil, conosce queste storie a memoria. Anche lui va nelle campagne ogni settimana per cercare di aiutare i braccianti. «Troviamo bambini che non vanno a scuola, condizioni igieniche terribili, umanità isolata e all’oscuro di tutto. Il fatto più sconvolgente è che la condizione di miseria si verifica in un contesto lavorativo. Sono grandi aziende agricole. Ma è un lavoro che non ti emancipa, ti rende schiavo».
Pochi giorni fa è stata pronunciata la sentenza di primo grado per gli stupri denunciati da una bracciante. La lavoratrice aveva spiegato di essere stata costretta ad andare ad abortire a Bacau in Romania. Erano stati anni di violenze: «Durante le ore notturne, il padrone si presentava nel mio alloggio. Io non potevo urlare o chiedere aiuto, diceva che mi avrebbe uccisa e buttata a mare…». Hanno confermato questa testimonianza un altro bracciante e anche il parroco ortodosso Neculai Chilcus, con cui la donna si era confidata. La procura aveva chiesto sette anni di carcere. Ma l’imprenditore agricolo è stato assolto. «È una sentenza che ci riporta indietro di trent’anni», dice l’avvocato Simona Cultrera. «Faremo appello. Quella donna ha dovuto cambiare città. Ci tengo a dire che alcuni reati sono caduti in prescrizione. Ed è stato strano sentire un medico del paese testimoniare in aula a favore dell’imprenditore agricolo, sostenendo che non poteva fare quelle cose perché assumeva un farmaco contro la depressione. Un farmaco che solo nel 10% dei casi rende impotenti».
Di sera li vedi camminare a bordo strada, uomini e donne assieme ai cani randagi. Uno è morto in fondo a un pozzo. Un altro sotto un trattore. Lavorano la terra per paghe da fame. Alessandro Leogrande aveva già scritto ogni cosa nel libro “Uomini e caporali“: «Li vedo arrivare, sono i morti. I caduti di tutte le guerre nei campi». Ancora cadono.

 

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