Omelie 2019 di don Giorgio: PRIMA DI QUARESIMA

10 marzo 2019: PRIMA DI QUARESIMA
Gl 2m,12b-18; 1Cor 9,24-27; Mt 4,1-11
La prima domenica di Quaresima è caratterizzata dal brano evangelico delle tentazioni, a cui anche Gesù fu sottoposto per quaranta giorni e quaranta notti.
Il numero quaranta
Chiariamo subito una cosa. Il numero quaranta è prettamente biblico e strettamente simbolico, perciò da non prendere alla lettera, ovvero come successione del tempo, ma da interpretare in riferimento ad altri episodi legati al numero quaranta.
Noè, a causa del diluvio trascorre quaranta giorni e quaranta notti nell’arca, insieme alla sua famiglia e agli animali che Dio gli aveva detto di portare con sé. E attende altri quaranta giorni, dopo il diluvio, prima di toccare la terraferma, salvata dalla distruzione (Gen 7,4.12;8,6). Isacco, erede delle benedizioni che Dio aveva dato al suo padre Abramo, indeciso per carattere, finalmente a quaranta anni decide di costruirsi la sua famiglia. Le tappe fondamentali della vita di Mosè sono simbolicamente scandite in tre periodi, ognuno di quaranta anni. Il libro dell’Esodo ricorda che Mosè ha tratto il popolo fuori dall’Egitto quando aveva ottanta anni, la somma di quaranta (Es 7,7) e l’evangelista Luca rilegge la sua storia nei tre periodi di quaranta anni ciascuna (Atti 7,20-43). Mosè rimane poi, sul monte Sinai con il Signore, quaranta notti e quaranta giorni per accogliere la Legge. In tutto questo tempo digiuna (Es 24,18). La cifra quaranta è il tempo adatto perché il popolo verifichi la fedeltà di Dio: «il Signore tuo Dio è stato con te in questi quaranta anni e non ti è mancato nulla» (Dt 8, 2-5). Gli esploratori d’Israele impiegano quaranta giorni per completare la ricognizione della terra promessa dopo la loro partenza dal deserto di Paran (Nm 13,25). Gli anni di pace di cui gode Israele sotto i giudici sono quaranta (Gdc 3,11.30), ma trascorso questo tempo inizia la dimenticanza dei doni di Dio e il ritorno al peccato. Il profeta Elia impiega quaranta giorni per raggiungere l’Oreb, il monte dove incontra Dio (1 Re 19,8). Quaranta sono i giorni durante i quali i cittadini di Ninive fanno penitenza per ottenere il perdono di Dio (Gn 3,4). Quaranta sono anche gli anni del regno di Saul (At 13,21); di Davide (2Sam 5,4-5) e di Salomone (1Re 11,41).
Dunque, quaranta è una cifra simbolica: rappresenta momenti salienti dell’esperienza di fede del popolo di Dio e anche del singolo credente. Così va letto il numero quaranta per quanto riguarda il tempo delle tentazioni di Gesù.
Le tentazioni, reali ma interiori
Un’altra cosa da chiarire. Le tentazioni, invece, non sono simboliche, ma reali, intendendo però per reale non qualcosa che avviene all’esterno dell’essere umano, ma nel suo interiore. L’episodio, perciò, delle tentazioni di Gesù non vanno intese alla lettera: non sono fatti esteriori, come se a Gesù il diavolo si fosse presentato in carne ed ossa e lo avesse tentato, prima provocandolo sulle pietre da trasformare in pane, e poi conducendolo sul pinnacolo del tempio perché si buttasse giù senza alcun timore, essendo già pronti gli angeli protettori; infine, portandolo su un alto monte e ordinandogli di prostrarsi ai suoi piedi, così da ricevere in dono tutti i beni materiali della terra.
Dunque, tutto si è svolto all’interno di Gesù, e così succede per ogni essere umano, là dove si svolge la lotta tra il Sommo Bene, che è Dio, e il suo avversario, che è il Maligno, ovvero quell’”amor sui”, come dicono i Mistici, che è l’ego distruttivo dell’essere umano.
L’aver esteriorizzato da parte degli evangelisti Matteo e Luca, in modo anche spettacolare, le tre tentazioni di Gesù è interessante e indicativo di ciò che possono essere le prove, a cui ciascuno di noi è soggetto ogni giorno.
Possiamo così classificare le tre tentazioni: quella del materialismo, quella del sensazionalismo e quella del delirio di onnipotenza.
La tentazione della pancia
Vorrei soffermarmi sulla prima tentazione, quella del materialismo, ovvero della trasformazione delle pietre in pane.
Possiamo anche chiamarla la tentazione della pancia o del ventre da riempire. È la grande tentazione dell’uomo d’oggi, cavalcata dal populismo più bieco e volgare.
Cristo come risponde all’invito del diavolo? Citando le parole del libro del Deuteronomio 8,3: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Se la vita fisica si nutre di cibo materiale, c’è anche la vita dello spirito che si nutre di un cibo ben più sostanzioso, che la realtà divina, che si fa sentire all’interno dell’essere umano.
Mi si dirà che il Figlio di Dio si è fatto carne per stare più vicino alla realtà esistenziale, che è fatta anche di carne. Rispondo che l’evangelista Giovanni parla di Logos che si è fatto carne: il Logos (o Verbum o Parola) è il Pensiero eterno di Dio, la Sapienza super sapiente. È del Logos, del Pensiero eterno, della Sapienza divina che dobbiamo nutrirci, e non tanto del corpo di Cristo. Non siamo cannibali, ma affamati di quella divina infinita realtà, del tutto spirituale, che costituisce l’essenza del nostro essere.
La tentazione della carne, del cibo che nutre la carne è sempre in agguato, e oggi si è fatta “ideologia politica” di un governo populista che accarezza il ventre di una massa di istinti selvaggi che ha perso la testa o la capacità di pensare.
“Non di solo pane vive l’uomo”, ma di una parola che entri nel cuore e lo converta, stabilendo o ristabilendo quel dialogo con il mondo del Divino, che è stato come sepolto da un mondo talmente materialistico o carnale da rendere l’uomo quasi un cadavere ambulante.
Etty Hillesum, uccisa in un campo di concentramento, scrive nel suo Diario: «L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini».
Certo, erano altri tempi quelli vissuti da Etty Hillesum: si augurava però che il sacrificio di milioni di innocenti sacrificati sull’altare del nazismo più criminale potesse servire per il futuro. Ma così non è stato. Siamo tornati ad un’altra barbarie, dove ad essere sacrificati sono altri innocenti martirizzati sull’altare di un benessere ancor più spietato.
Carne richiama carne, ventre richiama ventre, egoismo richiama egoismo, razzismo richiama razzismo. La catena si rompe solo con una radicale conversione. Ma come?

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