Omelie 2016 di don Giorgio: TERZA DI PASQUA

10 aprile 2016: TERZA DI PASQUA
At 28,16-28; Rm 1,1,-16b; Gv 8,12-19
I Vangeli, ovvero i racconti del Cristo della fede
Quando dico che i Vangeli sono le narrazioni non di un Cristo semplicemente storico, ma di un Cristo già risorto (infatti, sono stati messi per iscritto decenni e decenni anni dopo il grande Mistero della Risurrezione), non è una opinione degli esegeti più moderni e tanto meno una mia personale congettura, ma è la realtà che traspare da ogni pagina e da ogni parola dei Vangeli stessi.
Certo, occorre una lettura che non si fermi alla cronaca dei fatti, ma al loro senso più profondo, che richiede l’occhio della fede o l’occhio mistico, che è ancor più penetrante  dell’occhio cosiddetto teologico. I teologi, infatti, parlano di Dio e su Dio, con la pretesa di dirci qualcosa, mentre i mistici, più che balbettare qualcosa, contemplano il Mistero del Figlio che si è fatto uomo, ma per illuminarci sulla nostra vera identità umana, che non è tanto da cercare nella sua realtà carnale, come direbbe San Paolo, ma nella sua realtà spirituale.
Il contesto del brano del Vangelo di oggi
Una prova di quanto sto dicendo è la pagina del Vangelo di oggi, che va però inquadrata nel suo contesto. Il brano, scrive don Angelo Casati, «appartiene a una serie di discussioni sorte tra i giudei sull’origine di Gesù e la sua testimonianza. Ed ecco che nel corpo di queste discussioni è avvenuta l’inclusione di un brano che non appartiene, questo è abbastanza certo, al Vangelo di Giovanni ed è il racconto che tutti conosciamo della donna adultera: il brano di oggi segue immediatamente quel racconto».
Chi ha inserito l’episodio dell’adultera all’inizio del capitolo ottavo del Vangelo di Giovanni, pur non essendo confacente allo stile del quarto evangelista (più in sintonia, invece, con lo stile di Luca), l’ha fatto proprio per «rivelare a tutti la vera identità di Gesù, quasi fosse la sua carta di identità, fosse proprio quello, quello dell’adultera. Quello lo fotografava e diceva la differenza: l’episodio in cui il rabbi di Nazaret, a confronto con gli scribi e i farisei che da giudici spietati vogliono la lapidazione della donna, che cosa dice e che cosa fa? “Chi di voi – disse – è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei”. E poi, dopo aver scritto parole segrete per terra, sulla sabbia, si alzò e disse: “Donna, nessuno ti ha condannato? Nemmeno io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più”».
Da notare: che il brano dell’adultera fosse per i primi cristiani rivoluzionario, tale da suscitare scandalo, a causa della rigida disciplina ecclesiastica allora vigente a proposito della colpa di adulterio, lo dimostra il fatto che è entrato a far parte dei Vangeli canonici solo successivamente.
“Io sono…”!
Dopo quello dell’adultera, troviamo il brano di oggi. Anzitutto, vediamone il contesto. Diciamo subito che il contesto è liturgico: siamo nell’ambito di una festa, quella delle Capanne.
Di sera, si trasformava in una festa di luci a ricordo della colonna luminosa che tracciava il cammino nel deserto verso la Terra promessa: allora era Dio che guidava il suo popolo. Ora Gesù dichiara: «Io sono la luce del mondo”. “Io sono” è una esplicita dichiarazione della divinità di Gesù. Solo Dio può dire: “Io sono”. Altre volte Gesù aveva usato questa espressione. Poco dopo il brano di oggi, sempre al capitolo ottavo, durante la famosa discussione con alcuni ebrei, Gesù dichiara: “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono!”. Sentendo queste parole, gli ebrei cercano di lapidarlo. Durante la cattura nel Getsemani, alla domanda di Gesù: “Chi cercate?”, le guardie mandate dai sommi sacerdoti rispondono: “Gesù il Nazareno”. Alla risposta di Gesù “Sono io”, tutti indietreggiano e cadono a terra. “Sono io”, ovvero “Io sono”.
“Io sono la luce del mondo!”
Quando Gesù dice “Io sono la luce del mondo”, sa di affermare qualcosa di sconcertante, di blasfemo. Per un ebreo solo Dio era la Luce. Tutto il resto poteva esserne solo un riflesso, come la Legge, il Tempio, la Città santa di Gerusalemme.
Torniamo all’episodio dell’adultera. Immaginiamo la scena. Da una parte ci sono gli scribi e i farisei, dall’altra – “altra” nel vero senso della parola – si trova Gesù, e in mezzo la donna peccatrice. Dalla parte degli accusatori ci sono le tenebre, non vedono la donna come persona, la vedono solo in quanto oggetto di condanna per aver violato la legge umana. Dalla parte di Gesù c’è la luce: “Io sono la luce del mondo”. Ed è la luce che può illuminare qualsiasi realtà, prima di poterla giudicare. In mezzo, la donna colta in flagrante adulterio è tra la legge che condanna e la misericordia che perdona. Mi piace ricordare le parole magistrali di Sant’Agostino, che, quando tutti, a iniziare dagli adulti, se ne vanno dopo le parole di Gesù. “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”,  così commenta in latino: “Relicti sunt duo, misera et misericordia”.
Che significa misericordia?
In questi tempi di Giubileo in corso, non si fa altro che parlare e anche straparlare di misericordia: parola che sembra essere diventata la panacea di tutti i mali. La misericordia sarebbe come un abbraccio universale di un Dio che, dopo aver mostrato un volto un po’ severo, finalmente si è sciolto in un facile sorriso ai quattro venti.
Eppure, a pensarci bene, la parola “misericordia” dovrebbe svelare l’inganno di una religione che, se in certe circostanze è pronta a condonare largamente le colpe, non elimina però l’idea di fondo, ovvero che si tratta appunto di un condono, e che perciò la causa moralistica del peccato rimane in tutta la sua durezza.
Ora, la differenza sostanziale tra gli scribi-farisei e Gesù Cristo consiste in una “diversa” interpretazione della legge, che è il criterio di fondo per giudicare se uno sbaglia oppure no. La misericordia condona la colpa, senza mettere in discussione la legge.
Ecco, ripeto, dove sta l’inganno della religione: interpretare la legge come gli scribi e i farisei, ovvero dare alla legge un valore sacro e inviolabile, mentre Gesù ci ha fatto chiaramente capire “come” interpretare la legge, affermando che la legge è solo un mezzo, e non un fine, è un aiuto e come tale deve condurre alla libertà.
San Paolo è chiaro: parla dello spirito della legge, contro le interpretazioni materiali della legge. Qui sta il vero problema: la Chiesa come interpreta la legge? Sa cogliere la novità rivoluzionaria di Cristo? Non basta, dunque, condonare i peccati, se poi si continua a interpretare alla lettera la legge come gli scribi e i farisei.

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