Omelie 2015 di don Giorgio: Sesta di Pasqua

10 maggio 2015: Sesta di Pasqua
At 26,1-23; 1Cor 15,3-11; Gv 15,26-16,4
Mi soffermerò sul brano del Vangelo. Vediamo anzitutto di inquadrarlo.
I Discorsi di Addio
Durante l’ultima Cena terrena di Gesù, appena Giuda si è allontanato dal cenacolo per andare per la sua strada (la strada della notte o del Maligno, sottolinea Giovanni), il Maestro pronuncia alcuni discorsi, chiamati dagli studiosi Discorsi di Addio, che occupano i capitoli del quarto Vangelo dal 13 fino al 16 compreso. Nel capitolo 17, il discorso diventa una grande preghiera: la cosiddetta Preghiera Sacerdotale.
I Discorsi di Addio sono fatti a modo di conversazione e di lunghi monologhi: concetti e raccomandazioni si rincorrono “a ondate”, «perché, come scrive un esegeta, i temi sono ripresi più volte e in forme sempre nuove, proprio come le onde che battono il lido del mare». I temi sono fondamentalmente due: la realtà di Cristo e il cammino della Chiesa.
Non ci interessa sapere se effettivamente Gesù abbia pronunciato questi discorsi così come sono stati tramandati. È bello invece scorgere in essi la maturità di fede di una comunità, quella di Giovanni, che si era a lungo soffermata a meditare e a contemplare i profondi sentimenti di Gesù, in quel tragico momento della sua esistenza, pochi giorni prima della sua passione e morte: quasi un testamento spirituale. È questo che si intende quando si parla di Cristo mistico. Noi di Gesù conosciamo magari tutti i discorsi e i miracoli, ma forse conosciamo ben poco del Cristo spirituale, del Cristo mistico, del Cristo della fede.
Il secondo Discorso di Addio
Il brano della Messa, composto di poche righe, fa parte del secondo Discorso di Addio di Gesù, che inizia col capitolo 15. Gesù parla di unità, usando alcune analogie: quella in particolare della vite e dei tralci. Gesù parla di amore, ma sempre in riferimento a Lui e al Padre. Gesù parla di odio e di persecuzioni. Come vedete, i temi sono di estrema importanza e anche impegnativi. Per questo vi chiedo una particolare attenzione.
Ogni tanto uscire dal soliti discorsi di carattere socio-economico o apparentemente politico e dai discorsi dogmatici della Chiesa fa bene allo spirito, oltre che al corpo. Noi pensiamo che basta avere denaro e salute per risolvere tutti i problemi esistenziali, dimenticando che, se stiamo male fisicamente, è perché il nostro spirito sta male. E per spirito – so di ripetermi – intendo non tanto quell’anima che la Chiesa ci invita a salvare per l’eternità, quanto quella realtà interiore che è lo stesso nostro essere. Come Dio, diceva Martini, non è “cattolico”, così il nostro essere non è “cattolico”.
L’unità dell’essere umano e la Chiesa-struttura
È vero che Gesù, nei suoi Discorsi di Addio, parla di unità profonda tra noi e Lui, tra noi e il Padre, ma attenzione: questa unità non avviene necessariamente in una struttura religiosa. Anzi, c’è il rischio che la struttura prenda il sopravvento e faccia da cattivo intermediario. L’unità tra noi e la Divinità salta ogni struttura umana. È già nel nostro essere, ancor prima di essere entrati in una struttura religiosa. È una bestemmia dire che col battesimo siamo diventati figli di Dio.
Il vero pericolo di ogni religione è quello di sostituirsi a Dio. Non voglio negare la religione: essa fa parte di una società e, volere o no, tutti siamo dentro in questa società, maledetta o benedetta che sia. Il nostro problema sta nel difenderci continuamente dalla società che l’evangelista Giovanni chiama “mondo”. Dobbiamo difenderci in che senso? Non tanto nei nostri interessi, ma nel nostro essere: nella nostra dignità di esseri umani.
Provate a pensare alla frase: quel cristiano ha dato la vita per la fede o per la causa di Cristo! Che cosa significa? Secondo la Chiesa i martiri sono soltanto coloro che sono stati uccisi perché non hanno tradito la loro fede. Fede in che cosa? Forse in una struttura religiosa? E allora tutti coloro che si sono sacrificati per il bene dell’umanità sarebbero fuori della lista dei martiri?
I mistici parlano di unità, indipendentemente da ogni professione religiosa. Se i mistici sono stati sempre malvisti dalla Chiesa-struttura è perché non sopportavano nessuna struttura religiosa, nessun vincolo di carattere religioso. La sacralità del nostro essere non è religiosità in senso stretto, ma quel mistero divino che fa parte del nostro essere più profondo.
Con questo, non si intende distruggere la religione in sé, che, ripeto, fa parte, volere o no, di un contesto sociale. Ma attenzione: il nostro vero rapporto con Dio è dentro di noi, nel nostro essere. Dio non è prigioniero di nessuna religione, così anche noi: non siamo prigionieri nemmeno della Chiesa cattolica. La religione casomai è al servizio del nostro essere, e non viceversa.
L’essere umano e i comandamenti
Quando Gesù parla di comandamenti, non intende di per sé il Decalogo o quelle norme morali che la Chiesa-religione, lungo i secoli, ha costruito arbitrariamente magari per farci soffrire nella nostra libertà interiore, così come del resto i capi religiosi contemporanei di Cristo avevano oppresso il popolo ebraico con migliaia di precetti, sia positivi che negativi (fa’ questo, non fare quello).
Cristo che cosa ha fatto? Li ha tutti ridimensionati riducendoli ad un unico comandamento: Ama Dio e ama il prossimo. Quest’unico comandamento si fonda sull’essere umano. È un dovere, perché noi siamo fatti così: per amare. Comandamento non significa che è qualcosa di esterno, imposto dall’alto. Il comandamento sta dentro di noi. Cristo non ha fatto che richiamarcelo o rispolverarlo.
In fondo, Gesù durante il suo ministero pubblico non ha detto nulla di nuovo: ha solo richiamato chi siamo. In altre parole: ha tolto ogni di più, ogni eccesso, ogni peso, ogni incrostazione, ogni struttura per metterci di fronte alla nudità essenziale del nostro essere. E per far questo ha messo in crisi la religiosità ebraica, che aveva represso l’essere umano sotto un mucchio di norme assurde e disumane. E Cristo non poteva certo riproporre un’altra religione. Purtroppo è successo che la Chiesa è diventata a poco a poco una religione, con gli stessi vizi, difetti, errori, perversioni delle altre precedenti religioni.
La Chiesa di Cristo deve difendersi da se stessa
Cristo così si rivolge ai discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia… Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi… ».
Queste parole sono sempre state intese come se Gesù parlasse di un mondo ostile alla Chiesa, come se le persecuzioni provenissero unicamente dall’esterno, mentre invece Gesù pensava anche a ciò che sarebbe successo all’interno della sua Chiesa, quando il mondo, ovvero il maligno incarnatosi nelle stesse strutture religiose, avrebbe travolto gli stessi credenti, a partire dai gerarchi.
La Chiesa di Cristo, ovvero la Chiesa evangelica, quella fondata sul Vangelo radicale, si è sempre trovata a lottare contro nemici esterni e contro nemici interni. Ed è questa Chiesa radicale che è stata perseguitata da parte della stessa struttura ecclesiastica. Il “mondo”, di cui parla Gesù, si è impossessato anche della Chiesa di Cristo, e l’ha fatta deviare dalla strada evangelica. Il vero nemico della Chiesa è la Chiesa stessa quando si fa “mondo”, ovvero potere che assume tutti i volti del potere terreno.
L’ho già detto in un’altra occasione: il vero compito dello Spirito santo, che Gesù ha donato agli apostoli, già sulla croce e durante le sue apparizioni da risorto, ancor prima della Pentecoste, sarà quello di tenere sveglia la Chiesa perché non ceda alla tentazione del potere. Più che dai nemici esterni, la Chiesa deve difendersi da se stessa.

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