Roberto Minervini: «Il populismo di Salvini è uguale al suprematismo bianco americano»

da/www.rollingstone.it

Roberto Minervini:

«Il populismo di Salvini è uguale

al suprematismo bianco americano»

Il regista di ‘Che fare quando il mondo è in fiamme?’ parla dell’America di Trump e anche dell’Italia, dove governa la Lega, «una fazione politica immorale e neo-fascista»
di  BENEDETTA BRAGADINI
Ci sono molte sequenze potenti in Che fare quando il mondo è in fiamme?, film di Roberto Minervini – già presentato in concorso a Venezia (al cinema dal 9 maggio) – girato in un bianco e nero che ti rimane addosso. Ma ce n’è una che non riesco a togliermi dalla testa: la protagonista Judy Hill, figura straordinariamente energica che cerca di far sopravvivere un locale nella spietata gentrificazione di Tremé (il più antico quartiere nero di New Orleans, ndr), dice: “Ci hanno liberato, ma siamo ancora dei fottuti schiavi, maledizione! Perché alla fine, quando quella donna mette al mondo dei figli, dà vita alla paura. Quando era incinta aveva paura, perciò loro nascono condannati alla paura”.
Negli Stati Uniti vivono 40 milioni di afroamericani (il 12% della popolazione, ndr), di cui 10 al di sotto della soglia di povertà, 4 ufficialmente disoccupati e 1 milione in carcere. Nel 2016, la polizia ha ucciso 39 suspicious unarmed blacks, neri disarmati, freddati sulla base di un vago sospetto. Nei primi quattro mesi del 2018 i neri giustiziati dalla polizia sono stati 69 e ogni anno in media il 32% delle vittime di uomini in divisa è di colore. Minervini ha frequentato i quartieri inaccessibili di New Orleans, segnati dalle conseguenze dell’uragano Katrina del 2005 e dall’uccisione di Alton Sterling per mano della polizia nel 2016. Il risultato è un film senza filtri, un blues di protesta che si pone il problema della diseguaglianza sociale e dell’ingiustizia razziale, cercando di riportarle in primo piano. Negli Stati Uniti come in Italia.

Partiamo dal titolo Che fare quando il mondo è in fiamme: perché lo hai scelto?

L’ho scelto prima di tutto per un riferimento storico e culturale: proviene da un gospel che è stato riscritto e reinterpretato negli anni. Io sono molto legato alla versione di Lead Belly. Mi interessava soprattutto la risposta del coro nel canto, che ha due chiavi di lettura: fuggire dal Signore, inteso come Dio, ma pure come padrone, ai tempi della schiavitù. C’è un legame diretto anche con l’interpretazione del cosa fare quando il mondo è in fiamme data dai personaggi del film stesso: penso a Judy che mi parlava della necessità per i neri di soccorrersi tra loro, altrimenti sarebbero bruciati nelle fiamme, a differenza dei bianchi, ai quali nell’eventualità basterebbe correre ai ripari e attendere i soccorsi. Una risposta è senza speranza: correre da chi i neri li ha resi schiavi – il padrone –, l’altra è correre dal Signore, da Dio, un messaggio di speranza. Sono legato a questo film perché contestualizza le vicende storicamente e parla dei dolori e delle speranze dei neri d’America.
Come sei entrato in contatto con Judy?  E come sei riuscito a farti accogliere dalle comunità afro-americane di New Orleans?
Ho conosciuto Judy al suo bar, ‘Ooh Poo Pah Doo’, che prende il nome da una canzone di grandissimo successo del papà Jessie Hill. Stavo scavando alle radici della musica nera americana del Sud statunitense, che precede quella più nota, il Delta Blues del Mississippi, e che spesso veniva composta nelle prigioni. Mi sono inoltrato nel settimo e nel nono distretto di New Orleans, anche nella parte meno accessibile del Tremé. Con Judy, poi, si è aperto un mondo. Lei mi ha guidato all’interno di comunità di persone, di luoghi in cui non ero mai stato. Il progetto è partito da lì.
Quanti mesi sei stato insieme a lei e con gli altri personaggi del documentario?
Ho iniziato a lavorare al progetto nel 2015 e ho terminato di girare alla fine dell’estate del 2017, il periodo di frequentazione è durato almeno un anno. Mi sono sistemato in pianta stabile a New Orleans, mi sono portato dietro la famiglia, i collaboratori, gli amici. Abbiamo creato un contesto conviviale, al quale partecipavano tutti. Lo stare insieme era predominante rispetto al filmare insieme. Si è instaurata una relazione duratura tra noi e i personaggi del film: oggi ci sentiamo tutti più vicini, anche culturalmente, perché abbiamo condiviso delle esperienze profondissime.
Cosa hai vissuto insieme a loro in quei mesi?
Ho nel cuore i momenti intimi e familiari passati a cucinare piatti della cucina Cajun a casa della mamma di Judy, le partite a carte e anche gli sleepover, il dormire gli uni a casa degli altri. Ma ovviamente ci sono stati anche dei momenti duri, perché la condivisione di spazi, di tempi e di luoghi è difficile in contesti in cui la disparità di classe e di razza è fortissima, dove il trattamento riservato ai neri da parte della polizia è completamente diverso. Ma era importante mettersi sullo stesso piano.
Ci sono degli episodi forti che ti ricordi?
Ho dovuto evitare le pallottole in tre occasioni, mi sono trovato anche in una situazione da film nel bel mezzo di una sparatoria mentre guidavo la macchina, cercando di capire da dove venissero i proiettili dallo specchietto retrovisore e sapendo di non poter partire a tutta velocità perché avrei autorizzato la polizia ad aprire il fuoco. Un’altra volta in mezzo a un parco ho avuto una colluttazione diretta con un uomo armato, che ha cercato di attaccarmi… e poi ci sono stati momenti di grosso dolore: c’è chi chi ha fatto una brutta fine durante le riprese. Se ne sono andati due personaggi del film, non erano tra quelli principali, ma li vediamo in alcune scene di meeting al bar, e danno molto dal punto emotivo.
Che cosa significa oggi essere neri nel profondo Sud degli Stati Uniti?
Sono felice ed orgoglioso di aver fatto un film dove sono i personaggi stessi a parlare di razzismo e a tracciare la storia della diatriba razziale in America: lo fanno attraverso le loro azioni e il loro linguaggio, senza teorizzare sul tema. C’è una chiarissima continuità con il periodo chiave della storia nera americana recente, quello delle lotte per diritti civili. È anche il motivo per cui ho fatto il film in bianco e nero, per legarlo a quel periodo.
Quindi, di fatto, la segregazione ha solo cambiato forma?
Sì, possiamo verificare statisticamente come New York sia sempre al top delle città con maggiore segregazione d’America, nonostante si sia autoproclamata culla del pensiero progressista. E se questa è la situazione di New York – dove il melting pot degli inizi degli anni ’80 altro non era che l’appiattimento delle differenze –, immaginiamoci nel Sud, in cui ancora oggi, alle porte del Texas dell’est dove vivo io, ci sono paesini inaccessibili ai neri, posti in cui un afroamericano si è trasferito nel 2008 ed è morto dopo essere stato attaccato alla macchina e trascinato per le strade. I linciaggi non sono infrequenti.
Il tuo stile è paragonabile a quello del reporter di guerra: neutrale, senza giudicare, che lascia sempre parlare i protagonisti. Ma immagino che l’essere riconosciuto come mano tesa della società dei bianchi nei confronti degli afroamericani ti abbia messo in una posizione scomoda…
Io mi formo come aspirante fotografo di guerra, poi non sono riuscito a farne una carriera. Al contrario del fotografo di guerra, chiamato a reagire a una situazione e a scattare la fotografia della realtà, senza un rapporto con i personaggi, nel mio caso questa immediatezza si deve sposare con una relazione alla quale ho lavorato tantissimo. Mi piace definire quello che faccio con l’espressione inglese relational cinema: il mio è un cinema di relazioni, umanista. Il legame che si crea con i personaggi è talmente forte e amorevole da trascendere le differenze di razza, etniche. Le difficoltà sono soprattutto di classe: il bianco che cerca di introdursi in un contesto dove le telecamere non sono benvenute. Bianco è sinonimo di una condizione sociale elevata, irraggiungibile per gente che non usufruisce neanche del sistema educativo. Le differenze sono tutte da colmare, sono intrinseche a un sistema: si parte già da un divario, una lontananza che è pazzesca in termini di classe.
Nei tuoi lavori precedenti, Stop the Pounding Heart e Louisiana, avevi compreso in anticipo che la rabbia reazionaria di quelle zone avrebbe spianato la strada alla vittoria di Trump…
Sì, io sentivo fortemente – e non ero l’unico – che Trump avrebbe vinto le elezioni, mi ha sorpreso anzi che abbia perso il voto popolare. Sinceramente mi aspettavo una vittoria più schiacciante, perché questo cortocircuito tra le istituzioni e l’opinione pubblica, il Partito Democratico non lo cura da tempo.
Dopo questo nuovo documentario come vedi il futuro?
Abbiamo ereditato da una presidenza, quella Obama – che sulla carta doveva essere qualcosa che invece non è stato –, una rabbia fortissima, reazionaria, una sfiducia nei confronti delle istituzioni che ha portato alla Casa Bianca un presidente che, secondo me, vincerà anche le prossime elezioni. Steve Bannon, che ormai sembra essere di casa qui in Italia purtroppo, ha detto: “Non se, ma quando Trump vincerà la prossime elezioni… noi americani non abbiamo ancora visto nulla”. Bannon si sfregava le mani: Trump non dovrà neanche più pensare alla rielezione, quindi vedremo il vero presidente, nell’opera di disintegrazione dei principi della democrazia. A me fa inorridire il solo pensiero. Il futuro è abbastanza agghiacciante.
Cosa pensi dell’ondata razzista e di non-accoglienza che ha investito l’Italia?
Non posso parlare con estrema cognizione di causa, ma lo faccio da lettore dei giornali italiani dagli Stati Uniti. Metto la situazione italiana ed europea a confronto e in relazione con quella americana: questa rinascita di movimenti nazionalisti e populisti non è dettata da un’ideologia, il cosiddetto populismo, o ciò che chiamano neo-nazionalismo, quello della Lega così come del Partito Repubblicano in America o di Viktor Orbán e di altri leader europei, per non parlare di Vox in Spagna. Tutti loro parlano di un’identità nazionale da preservare, ma c’è una convergenza totale tra l’identità nazionale e la razza predominante. La costante è che l’identità nazionale è bianca. In Italia si ha paura di definire il populismo con il suo nome: suprematismo bianco, non esiste alcuna differenza.
Da italiano, vorresti che Salvini guardasse il documentario?
Esiste un tale disinteresse nei confronti di queste tematiche e la risposta è così virulenta da ledere la dignità degli altri, che a me di sentire il parere di Salvini non frega assolutamente niente. Penso che gente neofascista come lui meriterebbe una non-risposta. Non saprei cosa dire, perché una persona come Salvini probabilmente è più interessata alle vicende del Milan che a quelle dei non-bianchi. Quindi non ho il minimo interesse a dialogare con una fazione politica immorale e illegittima come quella neo-fascista che si nasconde sotto vari nomi, tra cui quello della Lega.

 

3 Commenti

  1. Giuseppe ha detto:

    Nell’intervista di un giornale spagnolo a Conte. Il presidente del consiglio ha affermato di tenere ben salde le redini del governo, anche se dall’esterno si può avere l’impressione che sia Slvini a comandare. Secondo Conte, Salvini è un esibizionista a cui piace esagerare e far vedere che si sta dando da fare, ma poi alla resa dei conti è Conte a dare l’indirizzo politico al governo e il leader leghista deve mettersi in riga, come gli altri…
    Chissà perché queste dichiarazioni mi lasciano piuttosto perplesso…
    Martin Luther King e Nelson Mandela avevano in comune una visione universale dell’umanità, senza se e senza ma. Per questo uno è stato ucciso e l’altro ha passato un’eternità in carcere.
    Pensiamo per un attimo se al mondo la maggioranza dei governi fossero in mano ad africani, asiatici, mulatti e meticci r i “bianchi” fossero una minoranza, come la penseremmo?

  2. Luigi ha detto:

    Sono d’accordo con Minervini sulla “non-risposta” a Salvini e ai neofascisti. Un consiglio per gli afroamericani di “non cercare di emulare un suprematismo bianco con un suprematismo nero”. Per scongiurarlo basta seguire l’esempio di Martin Luther King. Una sua poesia dice: “Se non puoi essere un pino sul monte, sii una saggina nella valle, ma sii la migliore, piccola saggina sulla sponda del ruscello. Se non puoi essere un albero, sii un cespuglio. Se non puoi essere un’autostrada, sii un sentiero. Se non puoi essere il sole, sii una stella. Sii sempre il meglio di ciò che sei. Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato ad essere. Poi mettiti con passione a realizzarlo nella vita.” Judy Hill, la protagonista del documentario, è l’esempio di essere “sempre il meglio di ciò che” si è. Ma c’è una frase di Martin Luther King che ben si adatta all’attualità non solo per l’Italia ma anche nel resto dell’Europa: “Nulla al mondo è più pericoloso che un’ignoranza sincera ed una stupidità coscienziosa.”

  3. bartolomeo palumbo ha detto:

    Mi sono sbrigato a mettere questo reportage per paura di perderlo. Con questo ho detto tutto.Abbasso trump salvini e tutti i nazionalisti di ogni risma.Un caloroso saluto a quelli che la pensano come me.CIAO.

Lascia un Commento

CAPTCHA
*

 

Questo sito utilizza cookie a scopo tecnico, analitico e profilante anche di terze parti. Chiudendo questo banner o proseguendo nella navigazione o selezionando un elemento della pagina, l’utente presta il consenso all’uso dei cookie. maggiori informazioni

Cosa sono i cookie

In informatica i cookie – letteralmente “biscotto” - sono righe di testo usate per eseguire autenticazioni automatiche, tracciatura di sessioni e memorizzazione di informazioni specifiche riguardanti gli utenti che accedono al server.
Nel dettaglio, sono stringhe di testo di piccola dimensione inviate da un server ad un Web client (di solito un Browser) e poi rimandati indietro dal client al server (senza subire modifiche) ogni volta che il client accede alla stessa porzione dello stesso dominio web.

Tipologie di cookie

Cookie tecnici
Sono cookie di navigazione o di sessione, che garantiscono la normale navigazione e fruizione del sito web, permettendo, ad esempio, di realizzare un acquisto o autenticarsi per accedere ad aree riservate o di settare alcune preferenze sul sito web e ritrovarle settate al prossimo accesso.
Senza il ricorso a tali cookie alcune operazioni sul sito potrebbero non essere possibili o potrebbero essere più complesse e meno sicure.
Cookie di profilazione
Sono cookie utilizzati per monitorare e profilare gli utenti durante la navigazione, studiare i loro movimenti e abitudini di consultazione del web o di consumo (cosa comprano, cosa leggono, ecc.), anche allo scopo di inviare pubblicità di servizi mirati e personalizzati.
Cookie di terze parti
Sono cookie installati da siti differenti da quello sul quale si sta navigando generalmente a scopo di profilazione oppure per attivare specifiche funzionalità (ad esempio i cookie installati per i social plugins).
In tali casi, tuttavia, il Titolare del trattamento dei dati personali acquisiti tramite questo sito internet è esente da qualsiasi forma di responsabilità in tal senso posto che l’operatività di tali cookies rientra nella piena ed esclusiva responsabilità di società terze.

Per garantire una maggiore trasparenza e comodità, si riportano qui di seguito gli indirizzi web delle diverse informative e delle modalità per la gestione dei cookie.
Facebook informativa: https://www.facebook.com/help/cookies/
Facebook (configurazione): accedere al proprio account. Sezione privacy.
Twitter informative: https://support.twitter.com/articles/20170514
Twitter (configurazione): https://twitter.com/settings/security
Linkedin informativa: https://www.linkedin.com/legal/cookie-policy
Linkedin (configurazione): https://www.linkedin.com/settings/
Google+ informativa: http://www.google.it/intl/it/policies/technologies/cookies/
Google+ (configurazione): http://www.google.it/intl/it/policies/technologies/managing/

Google Analytics
Il sito include anche talune componenti trasmesse da Google Analytics, un servizio di analisi del traffico web fornito da Google, Inc. (“Google”). Anche in questo caso si tratta di cookie di terze parti raccolti e gestiti in modo anonimo per monitorare e migliorare le prestazioni del sito ospite (performance cookie).
Google Analytics utilizza i “cookie” per raccogliere e analizzare in forma anonima le informazioni sui comportamenti di utilizzo del sito (compreso l’indirizzo IP dell’utente). Tali informazioni vengono raccolte da Google Analytics, che le elabora allo scopo di redigere report per gli operatori riguardanti le attività sui siti web stessi. Questo sito non utilizza (e non consente a terzi di utilizzare) lo strumento di analisi di Google per monitorare o per raccogliere informazioni personali di identificazione. Google non associa l’indirizzo IP a nessun altro dato posseduto da Google né cerca di collegare un indirizzo IP con l’identità di un utente. Google può anche comunicare queste informazioni a terzi ove ciò sia imposto dalla legge o laddove tali terzi trattino le suddette informazioni per conto di Google.
Per ulteriori informazioni, si rinvia al link di seguito indicato:
https://www.google.it/policies/privacy/partners/

Conferimento dei dati
Fatta eccezione per i cookie tecnici strettamente necessari alla normale navigazione, il conferimento dei dati è rimesso alla volontà dell’interessato che decida di navigare su questo sito dopo aver preso visione dell’informativa breve contenuta nell’apposito banner e di usufruire dei servizi che comportano l’installazione di cookie.
Chiudendo il banner o proseguendo nella navigazione o selezionando un qualsiasi elemento della pagina, l’utente presta il consenso all’utilizzo di tutti i cookie presenti sul sito (inclusi quelli di terze parti) e il suo consenso viene memorizzato in un apposito cookie tecnico in modo che il banner non venga più visualizzato durante i futuri accessi al sito.
Come disattivare i cookie
Attraverso le impostazioni del proprio Browser è possibile rifiutare tutti i cookie o permettere l’installazione di cookie provenienti solo da alcuni siti scelti. Il blocco di tutti i cookie potrebbe inficiare il corretto funzionamento di alcune funzionalità dei siti che si visitano.
Queste le istruzioni per disattivare / attivare i cookie nei principali Browser:
•    Google Chrome: https://support.google.com/chrome/answer/95647?hl=it
•    Mozilla Firefox: https://support.mozilla.org/it/kb/Attivare%20e%20disattivare%20i%20cookie
•    Apple Safari: https://support.apple.com/kb/PH17191?locale=it_IT
•    Microsoft Internet Explorer: http://windows.microsoft.com/it-it/internet-explorer/delete-manage-cookies#ie=ie-11
•    Apple Safari su iOS: https://support.apple.com/it-it/HT201265
•    Google Android: https://support.google.com/chrome/answer/2392971?hl=it-IT
Come cancellare i cookie
Attraverso le impostazioni del proprio Browser è possibile cancellare tutti i cookie salvati sul proprio dispositivo.
Queste le istruzioni per cancellare i cookie (o solo alcuni di essi) nei principali Browser:
•    Google Chrome: https://support.google.com/chrome/answer/95647?hl=it
•    Mozilla Firefox: https://support.mozilla.org/it/kb/Eliminare%20i%20cookie
•    Apple Safari: https://support.apple.com/kb/PH17191?locale=it_IT
•    Microsoft Internet Explorer: http://windows.microsoft.com/it-it/internet-explorer/delete-manage-cookies#ie=ie-11
•    Apple Safari su iOS: https://support.apple.com/it-it/HT201265
•    Google Android: https://support.google.com/chrome/answer/2392709?hl=it

Per completezza si informa l’utente che è possibile avere informazioni sui cookie archiviati sul proprio terminale e disattivarli singolarmente decidendo di accettarli solo da parte di alcune società cliccando sulla risorsa Your Online Choices raggiungibile dal seguente link: http://www.youronlinechoices.com/it/le-tue-scelte.

Chiudi